giovedì, 29 Febbraio , 2024
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Arrivano le cozze pisticcesi? La Regione autorizza ma il Comune si oppone

E così dopo l’Amaro Lucano, l’internazionale liquore con l’etichetta della Pacchianella, in cucina potrebbero arrivare i mitili ‘’le cozze nere’’in padella. Una prelibatezza per i buongustai, che le prediligono crude con limone, gratinate o con l’immancabile piatto di spaghetti e cozze. Ma a Pisticci, come annunciato nei giorni scorsi, non ci stanno per via degli effetti che una coltura in mare- sia pure a 1,8 chilometri- dalla costa avrebbe sull’ambiente. Vincenzo Maida dall’osservatorio del Centro Studi jonico Drus mostra perplessità e chiede alla Regione di una autorizzazione, concessa a una società calabrese,che terrebbe in scarsa considerazione la tutela dell’ambiente. Quanto alle cozze ci sono quelle tarantine, sull’altro versante della Magna Grecia. La Regione ci ripensa? E gli altri comuni del Metapontino- osserva Maida- perché non si fanno sentire?

COLTIVAZIONE E PRODUZIONE DELLA COZZA NERA NEL MARE JONICO-LUCANO: LA REGIONE BASILICATA CI E’ O CI FA’?
La Regione Basilicata mentre da una parte, spende un bel po’ di soldi per invitare gli Italiani a trasferirsi in Basilicata, adducendo tra i vantaggi che ne avrebbero quello del gas gratis e di un contributo a fondo perduto per gli impianti di energia alternativa, lì dove non arriva la rete del gas, dall’altra non presta la dovuta attenzione alla conservazione del suo bene più prezioso: quello dell’ambiente.

Sarà interessante monitorare alla fine di queste campagne pubblicitarie, quanti Italiani si saranno convinti a trasferirsi, invertendo una tendenza allo spopolando e alla desertificazione che appare irreversibile. Siamo ormai il fanalino di coda quanto a numero di abitanti per kmq.
Ma veniamo alla vicenda cozze nere. Senza interpellare la Provincia di Matera, né i comuni dell’arco jonico-lucano, la Regione Basilicata ha rilasciato ad una cooperativa calabrese, di Rossano- Corigliano, l’autorizzazione per la coltivazione e la produzione di cozze nere e di altri molluschi nel mare antistante marina di Pisticci-Bernalda.
L’impianto occuperebbe una vasta aree di mare, la sua dimensione sarebbe di circa 550.000 metri quadrati, a un km e ottocento dalla costa, dopo l’ingresso del Porto degli Argonauti.
Finalmente il comune di Pisticci si è svegliato e ha fatto sapere che ha intenzione di ricorrere al TAR, così come gli operatori del settore turistico e le associazioni di pescatori.
L’impatto ambientale di tale tipo di impianti dal punto di vista strettamente naturalistico non è eccessivo, come apprendiamo dalla letteratura scientifica, ma non è neanche inesistente. Non dovrebbe utilizzare antibiotici, etc., ma utilizza plastica e produce altri materiali da risulta molto inquinanti. E soprattutto in un’area costiera che ha scommesso tutto sullo sviluppo turistico, sarebbe davvero una disgrazia. L’utilizzo di reti e di altro materiale biodegradabile è auspicabile, ma costoso.
Se si scorrono le cronache da molti anni a questa parte, le scorribande dei pescatori calabresi nel tratto jonico lucano e a cui spessissimo è stato sequestrato novellame ed altro, non si contano. Insomma i calabresi dalle nostre parti, molto di più dei pugliesi, non hanno lasciato un buon ricordo. Con questo ovviamente non avanziamo alcuna illazione sulla correttezza delle intenzioni e del rispetto della legalità della cooperativa interessata, certo è che i pescatori locali minacciano insieme al comune di Pisticci il ricorso al TAR.
In attesa di un incontro tra sindaco di Pistcci e Presidente della Regione Basilicata, perché gli altri comuni dell’arco jonico non fanno sentire la loro voce, insieme ai cittadini e al mondo associativo?

VINCENZO MAIDA
CENTRO STUDI JONICO DRUS


. La coltivazione di mitili non necessita di antibiotici e quindi ha minori impatti sugli ecosistemi acquatici, contribuisce al disinquinamento dell’acqua ed è un sistema di sequestro attivo di anidride carbonica. I mitili si alimentano autonomamente filtrando l’acqua e costruiscono i loro gusci sintetizzando carbonato di calcio sottratto al mare. La produzione di un chilo di cozze comporta un’emissione tra 0,137 e 0,252 kg di CO2, contro gli oltre 20 kg prodotti per un kg di carne bovina.
Eppure, nonostante questo bilancio così favorevole, gli impatti dell’allevamento di mitili sull’ambiente marino esistono, e sono prevalentemente a causa dell’alta concentrazione di residui fisiologici depositate sul fondo del mare in corrispondenza degli allevamenti, ma è soprattutto la dispersione delle retine di plastica utilizzate per l’allevamento il problema più evidente.
È questo il problema ambientale che il progetto LIFE Muscles affronta grazie ad un partenariato composto da Legambiente (capofila), Associazione Mediterranea Acquacoltori (AMA), Università La Sapienza di Roma (dipartimento di Chimica), Università di Bologna, Novamont, Università di Siena, Società Agricola Ittica Del Giudice (Gargano), Cooperativa Mitilicoltori Associati (La Spezia) e Rom Plastica.
Durante il ciclo produttivo delle cozze, le reti (o calze) vengono sostituite in media due volte e, specialmente nel momento della sostituzione, effettuata spesso in mare, parte delle retine vengono disperse accidentalmente a causa delle onde, per distrazione o per inconsapevolezza degli operatori.
In Italia, ogni anno, vengono vendute oltre 80.000 tonnellate di mitili, che si traducono in circa 1.300 tonnellate di rete, principalmente in polipropilene (PP), utilizzate negli impianti.
Secondo quanto emerso dal progetto internazionale di cooperazione transfrontaliera DeFishGear, focalizzato in Italia nel Mar Adriatico e nel Mar Ionio, queste reti sono tra i rifiuti più presenti nei fondali marini del nostro Paese, con una dispersione annua che si attesta tra 7,88 e 9,45 tonnellate.
La soluzione proposta da LIFE Muscles – Life MUssel Sustainable production (re)cyCLES – vuole implementare il processo che consiste nel riciclo del materiale attraverso la triturazione delle reti tubolari, l’ossidazione del materiale organico residuo, nel lavaggio e infine nel riutilizzo del polipropilene recuperato. Inoltre, Novamont, partner del progetto e unica azienda che produce ‘mater-bi’ in Italia, ha applicato questo processo alla realizzazione di reti biodegradabili per l’allevamento di cozze ottenendo risultati soddisfacenti che verranno ulteriormente validati nel corso del Life Muscles.
Le aree pilota in cui si concentrano le azioni di LIFE MUSCLES sono due tra le zone italiane dove è più diffusa la mitilicoltura: il nord del Gargano e l’area di La Spezia.
Si può rendere la mitilicoltura più sostenibile e virtuosa, introducendo tra gli allevatori di cozze un modello di filiera circolare necessario per la salute dei nostri mari e l’economia del settore.

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1 commento

  1. Buon giorno e buona Domenica io personalmente ho effetuato 24 mesi di spedizione con la rete in mater Bi !! Ho tutta la spedizione fotografata e vi posso garantire che e 100×100 bio degradabile ! Ma stiamo attenti la sua tenacita non è ingrado da sopportare un onda d”urto superiore a 1,50 !!!! Specialmente sullo Jonio che è mare aperto ! Io ho perso 1000 perghole dal valore 15000 euro !! Se volete una dritta sono a vostra disposizione per amore di chi lavora e dell ambiente!!!

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