” Grazie del niente… chiuso per sisma”. Scritte e sequenze dell’ Italia sulle stampelle, che corre lungo la dorsale appenninica, da un secolo all’altro e con la Basilicata sulle stampelle che il suo tributo di morte e distruzione lo ha detto e continua a darlo: dal sisma del 1980 che distrusse tanti centri dell’Irpinia e della Basilicata alla frana del 2019 nel centro storico di Pomarico. Macerie ovunque tra ricordi, amicizie, case sventrate, chiese squarciate e donne, uomini, bambini nella disperazione, costretti in sistemazioni provvisorie come il quartiere ”Bucaletto” a Potenza, nelle case del Belice (50 anni fa) o di quelle in legno o prefabbricate dei terremoti di Abruzzo, a L’Aquila, o nel centro come Amatrice e Accumoli. Tante promesse, ipocrite frasi di circostanza con tanti discorsi sulla cultura della prevenzione, sulle costruzioni antisismiche ma di fatto sono le vittime di frane e terremoti a restare al chiaro di luna o al freddo e al gelo, mentre le comunità di un tempo rischiano di perdere per sempre quel ‘cemento’ sociale che le ha tenute insieme. Questo è altro nella mostra “TERRAE MOTUS. GEOGRAFIE E STORIE DELL’ITALIA FRAGILE” inaugurata a Matera, a Palazzo Acito, nel Sasso Barisano nell’ambito della programmazione culturale per l’anno di Matera capitale europea della cultura 2019. E questa è una mostra di forte impatto sociale, che denuncia tutta l’inadeguatezza, l’inconcludenza e in alcuni casi (non generalizziamo) l’attività truffaldina (usiamo un eufemismo) di quanti a vari livelli- locale e nazionale- hanno gestito e gestiscono la cosa pubblica. Vi consigliamo di vederla, cittadini, tecnici o politici che siano. E poi, in Basilicata, è un tema di stretta attualità tra degrado territoriale e calamità in agguato e record poco invidiabile d alto consumo di suolo. Guardatevi intorno da Montescaglioso a Pomarico, alle vigilia dell’autunno i problemi sono ancora lì. E la gente aspetta: da Accumoli a L’Aquila, da Amatrice a Pomarico.

LA NOTA DELLA FONDAZIONE ”MATERA-BASILICATA 2019”
TERRAE MOTUS. GEOGRAFIE E STORIE DELL’ITALIA FRAGILE
 A Matera, Capitale europea della cultura 2019 una grande mostra fotografica su mezzo secolo di terremoti: da L’Aquila, il Belice e l’Irpinia fino agli eventi sismici in Centro Italia
A palazzo Acito, da venerdì 27 settembre al 20 gennaio 2020
Una questione ancora aperta. E’ un’Italia vulnerabile a essere raccontata nella grande mostra fotografica Terræ Motus. Geografie e storie dell’Italia fragile che s’inaugura domani venerdì 27 settembre alle 18,30 negli spazi espositivi di palazzo Acito a Matera nell’ambito del programma ufficiale della Capitale europea della cultura 2019.
Ad attendere il pubblico che, fino al 20 gennaio 2020 visiterà l’esposizione a palazzo Acito, una narrazione dell’ultimo mezzo secolo di terremoti e dunque delle criticità nella gestione del doposisma in Italia. A partire da L’Aquila, nel decennale del sisma che il 6 aprile 2009 la mise in ginocchio e dalla devastante sequenza di eventi sismici che fra il 2016 e il 2017 ha sbriciolato 140 paesi in quattro regioni del Centro Italia.  Fino a orientare lo sguardo su quello che sono oggi territori – il Belice del 1968 e l’Irpinia e la Basilicata del 1980 – colpiti da altri violenti terremoti.
La mostra Terræ Motus vuole rappresentare un’occasione per operare una riflessione sulla mancata prevenzione del rischio e sulle problematiche della gestione del doposisma nell’intero Paese. Si è scelto in questo senso di intitolare Terræ Motus l’esposizione in omaggio alla figura di Lucio Amelio, mecenate e gallerista, che all’indomani del terremoto del 23 novembre 1980 commissionò ai più grandi artisti italiani e internazionali del tempo opere a tema, destinate a dare vita alla straordinaria collezione “Terrae Motus”, donata dallo stesso Amelio allo Stato e oggi esposta in permanenza alla Reggia di Caserta.
Ideata e curata dal giornalista Antonio Di Giacomo, la mostra si snoda attraverso 124 immagini di grande formato, realizzate da alcuni fra i più significativi autori della fotografia documentaria e fotogiornalisti in Italia. E’ il caso dei premi World press photo Massimo Siragusa, Massimo Mastrorillo e Gianluca Panella, del collettivo TerraProject, Giuseppe Carotenuto, Michele Amoruso, Marco D’Antonio, Cosmo Laera, Christian Mantuano, Matteo Minnella, Stefano Stranges, Ivan Romano, Davide Curatola Soprana, Michele Lapini, Stefano Schirato, Max Cavallari, Roberto Salomone, Luana Rigolli, Gianni Zanni e Marta Viola solo per citare alcuni nomi fra le decine di autori in mostra.
La mostra Terræ Motus infatti nasce dal progetto di fotografia sociale e documentaria Lo stato delle cose, un osservatorio permanente sul doposisma, online da aprile 2017 su lostatodellecose.com, che è stato reso possibile dall’adesione spontanea di oltre 100 fotografi che hanno dato vita a un immenso archivio open access che supera oggi le 15 mila immagini.

E’ in virtù di tale presupposto allora che in mostra ci sarà anche questo patrimonio documentario virtuale: attraverso una serie di grandi monitor i visitatori della mostra Terræ Motus potranno sfogliare in presa diretta le centinaia di reportage online. Non solo.
In mostra ci saranno pure i documentari e i cortometraggi realizzati da alcuni filmmaker e giornalisti che hanno preso parte al lavoro di documentazione dello Stato delle cose, raccontando per esempio nel docufilm Vista mare obbligatoria di Marco Di Battista e Mario Di Vito l’esilio forzato degli sfollati dei terremoti del 2016/2017 sull’Adriatico, dove dopo tre anni negli hotel vivono tuttora 1.400 persone.
O, ancora, Immota Manet. Sinfonia per L’Aquila, il progetto video della giornalista Ilaria Romano che nella primavera del 2019 ha realizzato proprio per la mostra Terræ Motus questo docufilm che, senza filtro e in presa diretta, racconta la città com’è oggi restituendone i cicli di vita fra gli assordanti rumori dei cantieri per la ricostruzione e i silenzi nei luoghi dove le lancette dell’orologio sono rimaste ferme alla notte del 6 aprile 2009. Come le scuole, prima di tutto, visto che in dieci anni non una scuola fatta a pezzi dal terremoto è stata ricostruita e bambini e ragazzi frequentano lezioni nei Musp, i Moduli scolastici a uso provvisorio che, immaginati come temporanei, sono diventati di fatto permanenti.
La mostra Terræ Motus è un progetto realizzato dalla Fondazione Matera-Basilicata 2019, insieme con l’associazione culturale La Camera del tempo e l’impresa di comunicazione CaruccieChiurazzi, con il patrocinio dell’Anci (Associazione nazionale dei Comuni italiani) e dell’Ingv (Istituto nazionale di geofisica e vulcanologia) e la collaborazione scientifica dell’Università della Basilicata e della Sigea (Società italiana di geologia ambientale), che si sostanzierà nel periodo di apertura della mostra in una serie di occasioni di approfondimento scientifico e culturale sui temi e le emergenze dell’Italia fragile.
L’inaugurazione e gli orari e modalità di visita
L’inaugurazione della mostra Terrae Motus è in agenda nel pomeriggio di venerdì 27 settembre, alle 18,30 a palazzo Acito. A intervenire saranno Salvatore Adduce, presidente della Fondazione Matera-Basilicata 2019, con il direttore generale Paolo Verri; la rettrice dell’Università della Basilicata, Aurelia Sole, e il prorettore Angelo Masi; il presidente della Sigea, Antonello Fiore, e Antonio Di Giacomo, curatore della mostra.
Durante la giornata inaugurale l’ingresso all’esposizione è gratuito.
La mostra Terrae Motus sarà poi visitabile, da sabato 28 settembre fino al 20 gennaio 2020, tutti i giorni dalle 9 alle 13 e dalle 16 alle 20 (ingresso con passaporto per Matera2019). Info su matera-basilicata2019.it e lostatodellecose.com.
A questo link le immagini per la stampa
https://drive.google.com/drive/u/0/folders/1-D6JxKQ5ncYmF_Znr04KWFJs9qd2Rqjn
 
POPOLAZIONI E SISMA, UNA STORIA DI RESILIENZA
La mostra Terrae Motus, che racconta cinquant’anni di storia delle catastrofi telluriche in Italia, propone una riflessione sulla mancata prevenzione del rischio e sulle problematiche della gestione del doposisma nell’intero Paese. Come Fondazione Matera Basilicata 2019 abbiamo individuato nel nodo tematico della resilienza e della sostenibilità una delle chiavi strategiche per un futuro aperto e gli abbiamo dedicato numerosi progetti ed eventi. Nello specifico, dall’Aquila al Centro Italia, come già nel disastro del 1980 che devastò Irpinia e Basilicata, abbiamo visto il rilievo fondamentale che ricopre il protagonismo delle popolazioni interessate nell’orientare le scelte dei governanti: allora come oggi è stato fondamentale a impedire i dislocamenti e a difendere l’integrità del legame tra identità e territori, che costituisce un punto di forza del nostro dossier e dell’intero progetto della capitale europea della cultura”
Salvatore Adduce          
Presidente della Fondazione Matera Basilicata 2019       

IL RUOLO DELLA CULTURA TRA ELABORAZIONE DEL LUTTO E TRASFORMAZIONE DEL REALE
La grande mostra Terrae Motus, che si inaugura venerdì 27 settembre a Palazzo Acito, si inserisce in una fase in cui grande spazio stanno avendo, nel programma della capitale europea della cultura, le narrazioni visive e iconografiche. Al Paradosso dell’Antropocene, la contraddizione tra la strapotenza degli strumenti di rilevazione e l’impotenza a intervenire sul cambiamento climatico, è dedicata la quarta grande mostra di Matera 2019 che restituisce e diffonde 10 anni di ricerca di Armin Linke. Visions of Europe ci offre il punto di vista su Matera di fotografi  docenti e allievi provenienti da tutti e 28 i paesi dell’Unione Europea. Il lavoro curato da Antonio Di Giacomo, attraverso il progetto “Lo stato delle cose” e realizzato dall’Associazione “La Camera del tempo” ci ripropone 50 anni di storia dei disastri.             
Però la nostra scelta di intitolare Terræ Motus l’esposizione in omaggio alla figura di Lucio Amelio, mecenate e gallerista che organizzò una straordinaria mostra nella Napoli devastata dal sisma del novembre ’80, è comunque il segno di un ottimismo dell’intelligenza che è convinta della molteplice funzione della cultura, dall’elaborazione del lutto alla potenza trasformatrice del reale.
Paolo Verri       
Direttore Generale della Fondazione Matera Basilicata 2019       
QUELL’ITALIA FRAGILE CHE CHIEDE DI ESSERE RACCONTATA
Voler bene all’Italia: il tema è questo. Orientare i propri sguardi, cuori e intelligenze sull’Italia fragile equivale a prendersene cura ed è il presupposto di fondo dal quale nasce il progetto della mostra fotografica Terræ Motus. Geografie e storie dell’Italia fragile, che la Fondazione Matera-Basilicata 2019 ha inteso condividere e ha fatto proprio rendendo così possibile questa esposizione.
A partire dal decennale del sisma che il 6 aprile 2009 ha distrutto L’Aquila, la mostra Terræ Motus vuole rappresentare un’occasione per operare una riflessione sulla mancata prevenzione del rischio e sulle problematiche della gestione del doposisma nell’intero Paese, anche e soprattutto alla luce della sua evidente vulnerabilità come testimoniano i terremoti del 2016/2017 nel Centro Italia e, allo stesso tempo, l’ultimo mezzo secolo di terremoti: dal sisma del Belice nel 1968 a quello del 23 novembre 1980 in Irpinia e Basilicata, solo per citare gli eventi sismici più devastanti nella storia recente.
Da una parte le macerie che ancora occupano la quasi totalità dei 140 paesi colpiti dai terremoti del 2016/2017, dove la rinascita appare un miraggio e dall’altra, a L’Aquila, una ricostruzione che procede a due velocità, senza che una scuola nel capoluogo abruzzese sia mai stata restituita alla comunità e con decine di frazioni e paesi dove le lancette dell’orologio si sono fermate alle 3 e 32 del 6 aprile 2009. Una ricostruzione ora discutibile ora incompiuta anche nelle altre Italie messe in ginocchio nell’ultimo mezzo secolo di terremoti.
Dal Belice e dall’Irpinia fino ai 140 paesi fatti a pezzi dalla sequenza sismica del 2016/2017, a ricomporsi è il mosaico di un’Italia fragile divenuta vittima dello spopolamento e dell’abbandono, fenomeni rispetto ai quali i terremoti così come le frane e, più in generale i fenomeni legati al sottovalutato rischio idrogeologico, rappresentano un fattore di accelerazione.
La mostra Terræ Motus è l’evoluzione naturale del progetto non profit Lo stato delle cose. Geografie e storie del doposisma – il primo osservatorio di fotografia sociale e documentaria sull’Italia colpita dal terremoto, online su www.lostatodellecose. com – nato dall’intento di documentare non solo gli effetti devastanti dei terremoti, quanto per mantenere i riflettori accesi sulla ricostruzione necessaria dei luoghi e delle comunità. A cominciare da L’Aquila dove il progetto è nato nel 2016 per raccontare, accompagnare e sostenere la rinascita della città, documentando il recupero dei beni culturali e la capacità di resilienza della comunità e, al tempo stesso, fare luce sui luoghi dove il tempo si è fermato.
Imponente anche il lavoro di documentazione nel Centro Italia colpito dai terremoti del 2016/2017, ma anche nel resto dell’Italia fragile che ancora porta le cicatrici del terremoto, sono oltre cento i fotografi che hanno preso parte al progetto dando vita a un archivio che supera le 15mila immagini ed è in continuo aggiornamento online. Solo che Lo stato delle cose rappresenta una “anomalia”: una campagna fotografica presuppone una committenza che pure c’è stata ma soltanto etica e culturale. Il lavoro di documentazione dei fotografi è stato infatti da loro stessi autofinanziato come l’intero progetto che si regge solo grazie al circolo virtuoso di una grande rete tra fotografi e giornalisti, intellettuali e scienziati. Col risultato “paradossale” che Lo stato delle cose è diventato il più grande sforzo di narrazione collettiva del Paese attraverso la fotografia (e non solo).
Si è scelto, in questo senso, di intitolare Terrae Motus questa mostra in omaggio alla figura di Lucio Amelio, mecenate e gallerista, che all’indomani del terremoto del 23 novembre 1980 commissionò ai più grandi artisti italiani e internazionali del tempo opere a tema, destinate a dare vita alla straordinaria collezione “Terræ Motus”, donata dallo stesso Amelio allo Stato e oggi esposta in permanenza alla Reggia di Caserta. Nella convinzione che fotografare l’Italia fragile rappresenti un prendersi cura dei luoghi e sia dunque un esercizio che non può e non deve interrompersi.
“Dove vien meno l’interesse, vien meno anche la memoria” è il monito affidatoci da Goethe. E il solo modo perché la memoria sia alimentata e il cuore fragile del Paese non sia consegnato all’abbandono e allo spopolamento è non smettere di raccontare lo stato delle cose. Con l’auspicio che il prima possibile, senza più aspettare il senno di poi, si dia inizio a quella messa in sicurezza dell’Italia che è la sola strada percorribile per sottrarre il Paese alla sua vulnerabilità e preservarne così il futuro. Perché se è vero che i terremoti non possono essere previsti è, invece, un dato certo che oggi abbiamo a disposizione le competenze e le tecnologie affinché luoghi, comunità e beni culturali possano uscirne indenni, come succede altrove nel mondo. A patto di voler bene all’Italia. Perché è questo il tema.
Antonio Di Giacomo
(giornalista, la Repubblica; ideatore e curatore della mostra Terrae Motus)
 
PASSATO PROSSIMO, GEOANTROPOLOGIA DELL’ITALIA FRAGILE
Il disastro sconvolge il tempo e lo spazio, le relazioni e gli sguardi; dura nel tempo e mette alla prova non solo i luoghi, ma anche la comunità che li abita, ben oltre la fase di emergenza. Ogni singolo disastro causa una “discontinuità sociale totale” in cui si perdono i propri cari, i riferimenti territoriali e i rapporti sociali. Considerati tutti insieme, però, i disastri che avvengono in un determinato periodo storico su uno specifico territorio raccontano anche qualcos’altro. I disastri che hanno colpito l’Italia nell’ultimo mezzo secolo rappresentano una storia idrogeologica del Paese ma anche una lente d’ingrandimento politica, economica, sociale. Questa terra mobile e inquieta, frequentemente squassata da terremoti, frane, alluvioni, smottamenti, è il sostrato della nostra vita reale.
Dai terremoti del Belice nel 1968 e in Campania e Basilicata nel 1980, dalle alluvioni di Roghudi, alle tempeste su Asiago nel 2018, appare eccezionale la ricorrenza regolare della stessa dinamica: localmente, ogni sciagura apre una crisi profonda dal carattere totalizzante eppure su scala nazionale il discorso si fa via via più evanescente, fino a sparire e poi riapparire identico con un nuovo evento drammatico. Si parla di fattori scatenanti e si attribuiscono responsabilità, ma poca riflessione è spesa su costanti e elementi strutturali della fragilità italiana. Non si parla di come il disastro acceleri spopolamento e abbandono tipici della modernità o della necessità di ripari culturali oltre che fisici, che rispondano al bisogno di comunità e permettano forme di elaborazione che tengano insieme passato, presente e futuro. L’emergenza si fa regolarità, come a Bucaletto, che ospita i terremotati di 40 anni fa; il temporaneo si fa permanente, come a Gibellina, a San Giuliano di Puglia, a Castelnuovo di Conza: diventano paesaggio il crogiuolo di resti di epoche diverse calato nel contemporaneo, lo scenario quotidiano di vulnerabilità antiche e disuguaglianze che persistono e talvolta si aggravano, come sul Vesuvio, funestato da cemento, immondizia e incendi. Guardiamo in faccia questi disastri, osserviamoli nel loro insieme: sono tutti unici, eppure tutti simili nel loro svelare incompiutezze e rinvii, insufficienze e ingiustizie, inadeguatezze e smemoratezza.
Giovanni Gugg
(Antropologo culturale, docente di Antropologia urbana all’Università di Napoli “Federico II”)
 
 LA VULNERABILITÀ DIMENTICATA
Amatrice, 2016; Emilia, 2012; L’Aquila, 2009. Terremoti diversi, ma similmente responsabili di lutti e guasti sproporzionati alla loro reale severità. Terremoti frequenti e quasi ubiquitari, ma che raramente sono catastrofici, come invece furono, ad esempio, il terremoto del 1908 di Reggio e Messina (magnitudo 7.1) e, in epoca più recente, quello dell’Irpinia del 1980 (magnitudo 6.9).
Ad un esame oggettivo la pericolosità sismica dell’Italia – il parametro che quantifica la propensione a subire forti scuotimenti – risulta solo in zone ben circoscritte medio-alta. Dunque perché tanti lutti e tanti danni? Perché in Italia è molto alto il rischio sismico, un parametro che quantifica la perdita economica annuale attesa. Il rischio si stima combinando la pericolosità con l’esposizione, che valuta il patrimonio presente sul territorio, e con la vulnerabilità intrinseca di quel patrimonio.
L’Italia è un paese densamente abitato e ricchissimo di beni monumentali, che raccontano l’identità più profonda della nostra cultura. Ma mentre in altri paesi gli edifici vengono abbattuti e ricostruiti senza particolari rimpianti, noi italiani vorremmo che i nostri centri storici fossero eterni. Questo legittimo desiderio si scontra con la grande vulnerabilità del costruito (emblematico il caso della distruzione di Amatrice), con l’inerzia di molte amministrazioni nelle zone sismiche e con l’endemico fatalismo italico.
Lo Stato protegge i cittadini elaborando mappe di pericolosità e norme sulle costruzioni: ma impone che queste vengano seguite solo per gli edifici nuovi, che in Italia sono una minoranza, e spesso dimentica di svolgere le dovute verifiche. Sa bene quanto sia vulnerabile il costruito di molte città italiane, ma finisce per dimenticarlo. I singoli cittadini dimenticano velocemente i terremoti del passato, e con le loro amnesie aumenta la vulnerabilità delle loro abitazioni; edifici spesso vetusti che vengono abbelliti, se non modificati con pericolose superfetazioni, ma raramente sottoposti a decisive migliorie strutturali.
Tutti insieme colpevolmente, Stato e cittadini, dimentichiamo quanto siano vulnerabili le nostre città, fino a quando il terremoto non ce lo ricorda nel peggiore dei modi. Cosa deve succedere per cambiare questa attitudine?
Gianluca Valensise
(Sismologo; dirigente di ricerca all’Istituto nazionale di Geofisica e Vulcanologia, Roma)
 
TERRÆ MOTUS.
GEOGRAFIE E STORIE DELL’ITALIA FRAGILE
GLI AUTORI IN MOSTRA A MATERA E ONLINE SU LOSTATODELLECOSE.COM
I FOTOGRAFI A L’AQUILA
Davide Albani, Stefano Baldacci, Giampaolo Becherini, Michele Belloni, Giulia Bottiani, Giuseppe Carotenuto, Sergio Catitti, Riccardo Cattaneo, Ivano Cheli, Fabio Chiesa, Donato Chirulli, Ivan Ciappelloni, Roberto Cocco, Francesca Colacioppo, Nicola Colucci, Marco D’Antonio, Valerio De Iorio, Nicola Delle Donne, Emanuele Dello Strologo, Antonio Di Giacomo, Cecilia Fasciani, Danilo Garcia Di Meo, Andrea Gallo, Massimo Gorreri, Paolo Lindozzi, Paolo Loli, Piero Lovero, Francesco Lorusso, Giannicola Menna, Riccardo Menna, Luigi Montanari, Paolo Munari Mandelli, Federica Nico, Silvio Nicolaci, Bruno Panieri, Leonardo Perugini, Gianluca Polazzo, Angelo Presenza, Ilaria Romano, Rocco Rorandelli / TerraProject, Andrea Rotili, Sergio Scaiola, Stefano Stranges, Bruno Tamiozzo, Giuseppe Tangorra, Enzo Francesco Testa, Tiziano Torreggiani, Mirko Turatti, Matteo Zannoni
I FOTOGRAFI PER 3 E 32: IMMOTA MANET
Simone Cerio, Dario Coletti, Cosmo Laera, Allegra Martin, Massimo Mastrorillo, Alessandro Pace, Gianluca Panella, Andrea Sarti, Stefano Schirato, Massimo Siragusa
I FOTOGRAFI PER IL CENTRO ITALIA
Ferdinando Amato, Michele Amoruso, Lisa Boccaccio, Giulia Bottiani, Ennio Brilli (con Marco Benedettelli), Carla Cantore, Mario Capriotti, Emanuele Cardinali, Giuseppe Carotenuto, Sara Casna (con Serena Caroselli), Sante Castignani, Max Cavallari, Gabriele Cecconi, Loredana Celano, Alessandro Cinque, Antonietta Corvetti, Alessandro Celani, Marco Di Battista, Antonello Di Gennaro, Riccardo Dogana, Pier Luigi Fagioli, Irene Fassini, Francesco Fiorello, Claudia Ioan, Gabriele Lungarella, Nicola Maiani, Giancarlo Malandra, Michele Massettani, Christian Mantuano / OneShot Image, Matteo Minnella / OneShot Image, Federico Moschietto, Alessio Pagani, Francesco Pistilli, Luana Rigolli, Cosé Manuel Rossi, Mario Rota, Sara Ruggeri, Mario Sabatini, Marco Sacco, Roberto Salomone, Nicolino Sapio, Andrea Signori, Luca Sola, Stefano Stranges, TerraProject (Michele Borzoni, Simone Donati, Pietro Paolini, Rocco Rorandelli), Bruno Tigano, Riccardo Tosti, Ulderico Tramacere, Massimiliano Tuveri, Marta Viola, Alessio Vissani, Michele Vittori


I FOTOGRAFI DEL PASSATO PROSSIMO
Michele Amoruso, Azzurra Becherini e Fabio Dibello, Collettivo FD (Alfonso Arana, Francesco Favara, Pietro Iacono, Antonio Montalto, Carlo Riggi), Antonio Di Giacomo, Salvatore Di Vilio, Giuseppe Iannello, Cosmo Laera, Michele Lapini, Armando Perna, Andrea Repetto, Ivan Romano, Francesco Rinaldi, Massimo Siragusa, Roberto Salomone, Giorgio Scalici, Davide Curatola Soprana, Giuseppe Tangorra, Gianni Zanni
GLI AUTORI PER LA SEZIONE SCRITTURE
Flavia Amabile, Leonardo Animali, Franco Arminio, Silvia Ballestra, Lina Calandra, Luca Cari, Fabio Carnelli, Alessandro Chiappanuvoli, Emiliano Dante, Antonio Di Cecco, Antonio Di Giacomo, Flavio Di Properzio, Mario Di Vito, Angelo Ferracuti, Giuseppe Forino, Marco Giovagnoli, Giovanni Gugg, Loredana Lipperini, Giovanni Marrozzini, Ilaria Romano, Silvia Sorana, Gruppo di ricerca T3, Federica Tourn, Simone Vecchioni, Stefano Ventura
 
 
 
IL PROGETTO
Il progetto Lo stato delle cose è promosso e realizzato dall’associazione culturale senza fini di lucro La camera del Tempo con il patrocinio del Comune dell’Aquila e con la collaborazione dell’associazione culturale Territori, del Dipartimento di Scienze Umane e del Laboratorio di cartografia dell’Università degli studi dell’Aquila, dell’Accademia di Belle Arti dell’Aquila, del Segretariato regionale per l’Abruzzo del Ministero per i Beni culturali. A supportare il progetto, rendendo possibile la realizzazione del suo sito web, l’impresa di comunicazione CaruccieChiurazzi (per il concept e design) e Shiftzero (development e digital marketing). “Terræ Motus. Geografie e storie dell’Italia fragile” è la prima grande mostra a nascere dal progetto Lo stato delle cose.
 
TERRÆ MOTUS.
Geografie e storie dell’Italia fragile
Matera 2019 in collaborazione con Camera del tempo e CaruccieChiurazzi
Ideazione e cura
Antonio DI Giacomo
Progettazione dell’allestimento
Ettore Chiurazzi
Cura della produzione
Gerardo Draetta
Allestimento
P.S.C. Allestimenti
Stampe
fine art Digi Media Production