E per non aggiungere – al momento – le altre decine che necessariamente dovranno essere ‘sfoltiti’ nel parco contiguo dell’ex Ospedale!

 

Una telefonata di buon mattino m’ha risucchiato nel passato, di almeno tre decenni e in uno stato di tensione che non riprovavo da allora. Anche stavolta per responsabilità di un tecnico comunale – amico da allora, che intendeva esporre le ragioni dell’Ufficio alla decisione di abbattimento dei pini e personalmente sfogarsi delle incomprensioni e delle proteste degli ambientalisti e della Associazione del Quartiere Lanera.

Mentre parlava, non potevo che riconoscere le sue ragioni immediate, persino le sue giustificazioni ‘ambientaliste’! Non è tanto una preoccupazione di razionalizzazione degli spazi che saranno occupati dall’adeguamento dell’area stradale per la realizzazione di una rotatoria – per la sicurezza stradale e pedonale – in cima a via Lanera, mi diceva al telefono. Soprattutto, aggiungeva, il taglio è necessario perché le piante sono in condizioni di estrema precarietà – sia dal punto di vista della stabilità che da quella fito-sanitaria – come documentato dal competente agronomo (un altro ‘tecnico’, cui non puoi opporre le tue infime opinioni e che però scrive informalmente e in generale. Nessun esame specifico sulle singole piante – almeno quelle dovrebbero esser salvaguardate!).

Ma la telefonata non mi ha rassicurato, non ha risposto alle preoccupazioni formulate dall’Associazione del Quartiere cui partecipo, dalle associazioni ambientaliste, dai tanti cittadini preoccupati dal una seria politica del verde a Matera. Ha soltanto prodotto ansia, che com’è noto e sintomo dell’incapacità di catturare l’altrui attenzione sulle proprie ragioni. E come si potrebbe d’altronde, quando a scontrarsi sono da una parte la ‘razionalità tecnica’ e dall’altra le ragioni – anche affettive – di un Luogo, di una comunità che lì s’identifica, anche attraverso un filare di pini malaticcio, una boscaglia quasi incolta che fa paesaggio, le stesse gibbosità stradali provocate da radici in cerca di spazio vitale ..

Quella telefonata m’ha riattizzato la medesima ansia che provavo normalmente quand’ero consigliere comunale alle prese con le ‘ragioni dei tecnici’ e tentavo disperatamente d’indurli a tener conto del fatto che la ‘tecnica’ non sempre rispetta la vicenda storica, sociale, ambientale dei luoghi, delle comunità che li abitano e vi si identificano. Persino ‘le economie’ spesso impugnate come clave per imporre la razionalità delle scelte, non tengono conto di ‘economie’ più comprensive, che sono di carattere culturale, affettivo, di lungo periodo, sovente di tipo ‘ecologico’.

E soprattutto, ormai è prassi, non rispettano i luoghi perché non ne sanno cogliere e/o rispettare il loro ritmo, il respiro lungo nel tempo che li salvaguarda, li guida anche nella temperie dissipativa della contingenza; di questo eterno presente cui s’è ridotta ormai la nostra vita urbana.

A sentire tanti ‘tecnici’ capaci e in buona fede, non avremmo più i Sassi – che tanti di loro volevano colmare di cemento, la Civita e la cortina sette-ottocentesca del centro; avrebbero proseguito con gli sventramenti del Corso, le brutte sostituzioni – come quella della Banca Popolare, gli ‘allineamenti’ che imbrattano lo sguardo al di sopra delle strade storiche della città. Avrebbero distrutto le ultime memorie degli opifici otto-novecenteschi (magari regalando alla Città, come reperto industriale, una mezza colonna di ghisa) e persino i ‘casini’ urbani, i caselli della Ferrovia. D’altra parte, tantissimo di quel che è stato a tutt’oggi ‘salvato’ resta lì a deperire – forse in attesa della definitiva impossibilità al recupero. Così come, a tutt’oggi, nella Città capitale europea della cultura manca la tutela e la disciplina riguardante la conservazione dei palazzi storici cittadini.

A un tecnico chiedi un’opera, chiedi una valutazione e te le producono. Secondo capacità, sensibilità e spessore culturale e civico individuali, troppo spesso! Perché quel che manca è l’orizzonte, lo sguardo lungo, il progetto, la strategia. Che dev’essere offerto dalla comunità cittadina attraverso le sue istituzioni, oggi tragicamente irresponsabili!

Tornando all’abbattimento dei pini, alla rotatoria e alla mia ansia riacutizzata; fatta la tara di quanto mi diceva l’amico ‘tecnico’, come salvare l’anima senza recedere dalle mie convinzioni? Beh, penso che tutto questo si chiami proprio ‘conflitto’, necessario, opportuno, foriero di cambiamenti.

I decisori devono sapere che non sono soli, nel bene e nel male; che ora devono trovare altre soluzioni, volte soprattutto ad accreditare presso di loro un minimo di fiducia da parte delle comunità che di loro non si fidano più e giustamente! Che fine ha fatto l’applicazione della famosa delibera adottata oltre vent’anni fa “un albero per ogni nuovo nato”? E il Piano del verde? Chi controlla i facili abbattimenti autorizzati proprio dall’ufficio municipale? Perché non si vogliono studiare modifiche al progetto – in corso d’opera e con i ribassi d’asta – che salvaguardino almeno una parte significativa del filare dei pini di via Lanera?

Ma, più in generale, perché continuiamo a inseguire ‘emergenze’? Più che la rotatoria, sarebbe stata necessaria una bretella a sud della chiesa e del Villaggio del fanciullo, pure a suo tempo prevista, progettata e, probabilmente, inutilmente finanziata. Avremmo evitato la rotatoria, avremmo ottenuto per tempo una soluzione più razionale e l’alleggerimento del flusso su via Lucana.

Ma questa delle politiche emergenziali non è responsabilità di ‘tecnici’. Questa è responsabilità di amministrazioni municipali distratte da altri ’interessi’ e che funzionalmente – guarda caso – possono trovare nell‘emergenza proprio quelle giustificazioni per ovviare alla norma e lucrare il consenso raccogliticcio anche a fini elettoralistici.

Non vi nascondo la mia moderata simpatia verso i tecnici che fanno onestamente il proprio lavoro. Nessuna, invece, per le politiche municipali che con spregio ignorano il malessere, la difficoltà di espressione del dissenso. C’è vera e propria miseria in quelle pratiche, oggi: queste pretese, raccogliticce e pur inevitabili maggioranze non possono contare su nessun filtro in grado di raggrumare in solidaristico pensiero ciascuno dei trenta consiglieri, o degli interessi centripeti, o dell’arroganza di casta e di lobbies. Proprio per questo, intelligenza politica vorrebbe che fiorissero e ‘contassero’ cento comitati di quartiere, o associazioni civiche, o di cultura diffusa (e ancora una volta, non consorterie ‘diciannovesche’). Un filtro democratico vero, una possibilità molteplice di risoluzione dei problemi e dei conflitti. Certamente, la via obbligata per superare democraticamente la crisi politica e sociale, anche nella nostra Città: