Nella prima parte dell’articolo, pubblicato su Giornalemio.it del 13 scorso, partendo dal presupposto che il risultato della prossima tornata elettorale politica non sarà utile né per una chiara maggioranza e tantomeno per una chiara idea di futuro per questo Paese, mi sono soffermato sulle forme di perversione democratica – in particolare il fenomeno del populismo che contrassegna la democrazia del XXI secolo, come quello del totalitarismo il XX e entrambe a significare il rivoltarsi della democrazia inefficace contro sé stessa.

Osservare il fenomeno senza moralismi e pregiudizi, aiuta la comprensione della sofferenza democratica: “tra un disincanto politico – dovuto alla cattiva rappresentanza, alle disfunzioni del regime democratico, con un caos sociale legato alla mancata risoluzione della questione sociale – e il senso d’impotenza, di assenza di alternative e di opacità del mondo che da tutto questo deriva: il populismo è una forma di risposta semplificatrice e perversa a queste difficoltà. Non si può quindi ridurlo alla sua dimensione demagogica. Approfondire la questione del populismo porta a capire meglio la democrazia con i suoi rischi di deviazione, di confisca, le sue ambiguità e anche la sua incompiutezza, ad avere intelligenza della sua inquietudine, coscienza della sua indignazione, a respingere tanto il moralismo indistinto quanto il disprezzo altero.” E forse, è l’unica possibilità di uscire da questa stagione politica, non soltanto in Italia: non solo nelle modalità della partecipazione ma, attraverso queste forme essenziali, alla ridistribuzione del potere decisorio e di governance, riafferrando infine la sostanza democratica. Che è redistribuzione equa e solidale del reddito, nuovo welfare calcolato non sulle concessioni dei ricchi, ma sulle compatibilità ambientali e perciò stesso nuova efficace relazione tra gli uomini e i viventi e la natura che tutti li produce.

La crisi ambientale – mi pare – sia oggi il nodo discriminante di una qualsiasi idea di futuro: crisi ambientale e crisi sociale e democratica sono in stretta relazione ormai. La seconda parte dell’articolo, perciò, tratta sommariamente questa relazione e riferisce dei contributi per affrontarla democraticamente che a me sembrano convincenti politicamente.

 

Ha senso parlare oggi di uguaglianza e giustizia sociale dimenticando la causa prima della regressione delle forme democratiche e della stessa figura del popolo: cioè del sovra-sfruttamento ambientale?

Non sussistono più dubbi ormai sul fatto che l’attività umana sia oggi tanto globale quanto causa prima dei cambiamenti ambientali. La maggioranza degli scienziati parla di una nuova epoca: l’Antropocene, periodo caratterizzato da un dispendio energetico senza precedenti! Un concetto che deve però essere politicizzato, giacchè il disastro che ci circonda, non può essere attribuito all’umanità in quanto tale dal momento che la sua grande maggioranza non ha giocato alcun ruolo storico nell’aumento delle emissioni di gas a effetto serra. Anzi, si tratta proprio della parte che sta pagando e con ogni probabilità continuerà a pagare più di tutti i danni del cambiamento climatico! Su questo punto non si può arretrare: “il riscaldamento globale è la manifestazione più evidente della diseguaglianza sociale ed economica su scala globale.” (S. Barca 2016). E il suo grande fallimento è cominciato: il suo emblema è Fukushima! La domanda che rimane è quella della sua eredità: fino a che punto le società umane saranno in grado di dispiegare strategie di resilienza (la geo-ingegneria) di fronte alle tre grandi eredità dell’Antropocene: cambiamento climatico, radioattività diffusa, artificializzazione del mondo? Il cosiddetto eco-capitalismo – o “green economy” è una visione politica ed economica che estende il concetto di ‘capitale’ all’intero ambiente naturale, con l’obiettivo di indicare le risorse naturali come uno strumento da usare in maniera sostenibile e all’interno di un’economia di libero mercato; un modo ulteriore per sussumere la grande questione ecologica nel capitale!

In realtà, il cambiamento climatico riguarda meno la quantità di gas a effetto serra emessi in atmosfera che non la particolare organizzazione del nesso natura/valore che contraddistingue il capitalismo contemporaneo. All’interno della trasformazione geologica della terra agiscono sia la costruzione sociale che l’accumulazione capitalistiche: ogni azione economica, del lavoro e della produzione, dello scambio, della distribuzione o del consumo, trasforma materia ed energia, come per esempio la natura, e in modo coincidente trasforma il valore (che è estratto comunque dalla bio-sfera e ne riduce le capacità riproduttive), producendo il plusvalore di cui s’appropria il capitalista. È questo il motivo principale per cui lo sviluppo economico emerge come una potente norma della società in grado di penetrare tutti i sottosistemi della vita sociale. Un processo che nasce nel XVI secolo in tutta Europa col Rinascimento e a seguito della scoperta del nuovo mondo, ma che si consolida con la rivoluzione industriale. Quella successiva è la fase della cosiddetta Grande Accelerazione, verificatasi con la fine della seconda guerra mondiale. Le emissioni presenti in tutte le sfere del pianeta aumentano fino a un carico eccessivo, ben oltre i confini dello sviluppo.

È evidente che a partire dalla crisi degli anni Settanta del Novecento, i processi di accumulazione si sono modificati, sicuramente si sono inasprite le modalità con cui si è realizzata la spoliazione di intere aree del pianeta. Quella crisi, che a mio parere rimane la stessa in cui ancora ci troviamo adesso, è stata determinante anche perché ha reso più evidente il legame tra il funzionamento del sistema capitalistico e la spoliazione della biosfera. È più evidente nei luoghi in cui avviene la delocalizzazione delle produzioni a elevato tasso di rischio, ma la questione centrale è che il processo si è inasprito anche nelle aree centrali del sistema, dove sono avvenuti i processi di deindustrializzazione. Non era solo la presenza della fabbrica, che comunque mantiene il proprio ruolo di istituzione totale anche per l’ambiente circostante, ma è in sé il funzionamento del sistema capitalistico a determinare i processi di devastazione, la sottrazione costante di beni comuni alle comunità umane e di potenziale riproduttivo alla biosfera.

Oggi poi, la crisi finanziaria irrompe nella crisi ambientale per via dello sviluppo contrastante di benessere e debito, di capitale reale e capitale monetario, del mondo del lavoro e di quello della speculazione. I crediti monetari oltrepassano il reale benessere monetario prodotto, di modo che i crediti monetari o finanziari vengono cancellati. Quando le perdite diventano un fenomeno di massa, scoppia la crisi. Aumenta la disoccupazione, così come il numero di bancarotte, il capitale perso diventa visibile e quantificabile.

L’estremizzazione del processo produce conflitti di nuovo tipo, ma contribuisce anche a chiarire come l’idea dominante sia più radicale di quanto si potesse pensare fino a qualche anno fa. La finalità del sistema può essere cioè solo l’espropriazione di tutte le risorse, l’accaparramento di tutto ciò che si pone a fondamento del sistema stesso, la distruzione del comune in favore di grandi accumulazioni. Si sta determinando sempre di più come un sistema al collasso, che tende a spingere oltre i margini tutto ciò che non può più essere riconvertito in modo diretto, contraddicendo anche un assioma del suo funzionamento nei termini neoliberali, quello per cui tutto deve essere integrato nello spazio di mercato.

Secondo lo stesso principio, ogni crisi si scarica sulla biosfera, perché richiede l’aumento della pressione dell’azione economica. Il caso della fase finale dell’età del petrolio chiarisce il processo, perché l’attività di estrazione è diventata via via più devastante, fino a giungere ad un modello che sostiene grandi interventi infrastrutturali al solo scopo di sostenere la finanziarizzazione del sistema, di far apparire il petrolio come un’industria con molti anni davanti a sé. Noi in Basilicata ne siamo testimoni!

Per la prima volta nella nostra storia ci troviamo dunque di fronte al limite, abbiamo trasformato in qualcosa di tangibile l’idea prima del tutto teorica della fine della nostra storia e il nostro sistema continua, in termini coerenti, a riprodurre crisi ambientali che colpiscono in modo asimmetrico ceti sociali diversi. Gli strati più poveri della popolazione mondiale subiscono i danni più diretti delle crisi, partecipano alle attività produttive più inquinanti e vivono nelle aree più problematiche. Questo modello, che rappresenta buona parte della storia del colonialismo, è ormai evidente anche sul territorio europeo, soprattutto meridionale. Non penso si possa definire in modo molto differente, ad esempio, la storia di Taranto, quella delle TAP, delle energie fossili e delle discariche di tutti i tipi in Basilicata. La crisi ecologica è sostanzialmente un problema principalmente per i ceti più deboli e per i movimenti sociali, non può essere considerata una questione separata dalla critica sociale.

 

La riflessione verso cui ci spinge tutto il dibattito è che ogni riduzione di profitto e la conseguente necessità di recuperarlo si scarica sull’aumento dello sfruttamento delle risorse naturali e del lavoro vivo, cioè della base biologica del sistema. Ogni volta è peggio e si avverte su scala più ampia, adesso siamo arrivati al punto in cui ogni passaggio si avverte su scala globale.

Andiamo quantomeno verso un sistema che mantiene tutte le forme più aspre del dominio capitalistico, senza preoccuparsi di costruire egemonia. Il limite ecologico ha assunto un ruolo nuovo, più immediato e più profondo, coinvolge la questione della creazione della forza lavoro capitalistica e definisce chiaramente l’orizzonte prossimo dell’intero sistema.

La radicalizzazione del problema però, la crisi socio-ecologica globale, facilita la costruzione di un campo comune: poiché difendere il vivente è una questione connaturata alla costruzione di una società futura, l’alternativa al capitalismo può essere costruita solo al di fuori della produzione di valore attraverso la spoliazione e solo nell’identificazione dei saperi riproduttivi come alternativa sociale concreta: ad esempio il lavoro di cura nella produzione territoriale e delle persone, dei viventi.

Se questo può essere l’orizzonte strategico di politiche di giustizia ed eguaglianza, a questo orizzonte dovrebbero esser ricalibrate le azioni della pratica politica. Azioni oggi prevalentemente locali e comunque scoordinate tra loro.

Passata la nottata anche di questa tornata elettorale, a me sembra, questo potrebbe essere l’ordine del giorno per la costruzione di un soggetto politico unitario e anticapitalista che viva di democrazia partecipata e con la consapevolezza del limite. Intorno non c’è solo deserto sociale: vincerà politicamente, chi saprà riorganizzare saperi ed esperienze, movimenti e istituzioni sinceramente democratiche. Non siamo all’anno Zero: per dare gambe a un’idea di futuro, occorre fare società e popolo. Occorre la politica, cioè forme di mediazione politica tra il presente e l’orizzonte inafferrabile di futuro.