Sì! Torna il ’68, secondo gli studenti del Classico che hanno lavorato allo spettacolo “il sessantotto e la primavera dei giovani”, andato in scena al Lanfranchi, un evento lancio delle Giornate FAI di Primavera 2018.

Un buon lavoro, m’è sembrato il loro: fatto di solide letture e sicuramente intriso di tanta empatia, quella che probabilmente li ha spinti alla rappresentazione delle loro ansie di oggi, dei desideri e delle frustrazioni, delle speranze e delle delusioni ripetute – sul piano sociale come su quello individuale, anche attraverso il tentativo di comprensione del’68, delle sue conquiste e delle sue sconfitte; di un’esperienza di partecipazione ‘totale’, affettiva.

Prima del ’68 era difficile dire “dalle masse alle masse”: in fabbrica, nella scuola, nella società, si ha di fronte una serie di individui soli. In massa come allo stadio (o come oggi dinanzi alla distruzione del castello di cartone di MT 2019) l’unità è altrove: nel campo di calcio, o nella distruzione del castello di cartone. Nel momento della scoperta di una dimensione collettiva della vita e della lotta, non è così. Non è il numero, ma è la forza che trasforma la ragione. “Si è dappertutto”, Nella lotta i ruoli si capovolgono: chi era confuso, adesso è sicuro.  Chi aveva paura, adesso la incute. Chi era isolato, ora si sente organizzato. “La liberazione della vita” nel movimento si alimenta di questa contrapposizione quotidiana all’autorità. E ne viene segnata. Si vive in branco, si mettono in comune non solo le case e gli averi, ma anche il sapere e le proprie storie individuali: ma solo quello che si ritiene importante. E si scoprirà, ma molto tempo dopo, che non è tutto, e che con il ‘resto’ non si fanno i conti. Si vive, mangia, si dorme insieme. Si sciolgono e si ricompongono le coppie con estrema libertà. Non è “liberazione sessuale”, come rinfaccerà – poi – il movimento femminista. Spesso è una nuova e più dura competizione, serrata e incessante. Com’è competitiva, in generale, tutta la vita nelle facoltà occupate; che ha bisogno di una caccia quotidiana e intollerante al ‘nemico’, perché solo di fronte a essa si sente libera.

Ma il movimento non ha gli strumenti per criticare questo suo modo di essere. E non può averli. Si misura il presente col passato: il salto compiuto è gigantesco. L’amore e la sopraffazione convivono. Si parla di politica tutto il giorno. Ma ‘politica’ è tutto: la situazione internazionale, Che Guevara, la rivoluzione cinese e la repressione sessuale, lo sfruttamento in fabbrica e l’ospedale psichiatrico. Si discute a metà strada tra la conoscenza libresca o giornalistica e l’indagine diretta: non si approfondisce, né in una direzione, né nell’altra. Il mondo diventa una nebulosa dove al tempo stresso tutto è problema e tutto è scontato. Compresi se stessi. Così si lascia che il resto della società proietti sul movimento l’immagine simbolica che ha costruita di esso. La storia del leaderismo è questa: quella di molti comportamenti e molte parole d’ordine anche. Ci si sente più forti del nemico e delle sue idee. E si passa oltre, tirandosele dietro.

 

Non proprio tutto questo han detto gli studenti con la loro “prova da uno spettacolo”. Ma a mio parere e per quel io ho vissuto nel lungo Sessantotto, han colto in  quella voglia di partecipazione, di fusione nel Movimento che dà la forza necessaria per “l’assalto al cielo” – come si diceva allora, in quella ‘arroganza autoreferenziale’ – che procurerà non pochi dispiaceri ai baroni universitari come alle ‘istituzioni’ del Movimento Operaio ma pure al Movimento studentesco stesso nella fase del suo riflusso, l’essenziale di quella “mischia” del tempo. Il ripetuto richiamo alla Marcia per la cultura e il lavoro del 10 marzo scorso a Matera – che li ha visti quasi assoluti protagonisti, mi sembra abbia rappresentato l’incessante tentativo di un possibile parallelismo tra la condizione giovanile (non solo studentesca) di oggi e quella che poi sfocerà nel ’68.

 

Ma, e vengo alle note dolenti: cari studenti, non avete appreso la prima lezione del Movimento: diffidate dei vostri insegnanti! Lo sforzo fatto risulta incerto, forse in ragione dei suggerimenti ideologicamente infecondi arrivati: quel Movimento nasceva sulla consapevolezza della separatezza dei giovani dalla società, della loro segregazione nel limbo di chi non ha voce. Non poteva che essere protesta politica e – quasi da subito – alla ricerca di un collegamento con le lotte operaie.

In realtà – ancor prima del fatidico ’68 – l’azione politica è stata in gran parte una protesta, nel senso che poi difficilmente è riuscita a raggiungere risultati consolidati, se non la creazione di un clima di libertà prima nelle università e nelle scuole, poi nelle fabbriche e per un certo periodo anche nella vita associata delle città. Un posto dove studenti, operai e cittadini, soprattutto proletari e poveri, si sentivano meno esclusi, trascurati e più protagonisti. La cascata di ideologie marxiste-leniniste è arrivata dopo, come conseguenza del ’68 che aveva aperto certi spazi con la sua contestazione (come si chiamava allora) della gerarchia e dell’autoritarismo.
Vivevamo il comunismo, a cui dicevamo di appartenere, secondo il detto di Marx per cui il comunismo è il movimento reale che cambia le cose. Abbiamo sempre vissuto, soprattutto nella prima fase di formazione dell’organizzazione, la nostra lotta e la nostra partecipazione alla vita politica come un processo che aveva il suo fine in se stesso, cioè nello spazio di libertà, di autonomia, anche di cultura, di maturazione, che la partecipazione agli scioperi, alle lotte ci dava. Ma fin dall’inizio abbiamo cercato di porre l’accento sul fatto che lottare era anzitutto una maniera di vivere in modo diverso. Allora si percepiva la lotta come immediatamente politica anche quando aveva caratteri sindacali.

Per quanto riguarda i valori borghesi tradizionali, come la famiglia, la moralità e l’appartenenza nazionale, sono stati indubbiamente dei bersagli cruciali del ’68, secondo me sacrosanti. Oggi il neoliberalismo si sta riappropriando proprio di quei valori nel tentativo di difendersi contro una contestazione che in qualche modo sta crescendo anche se non ha un volto direttamente politico. Si vorrebbero recuperare quei valori borghesi, tanto è vero che i partiti che oggi li invocano come i partiti della destra nazionalista e razzista non hanno niente da eccepire contro il neoliberalismo. Forse molto contro la globalizzazione, ma non contro le privatizzazioni o contro la finanziarizzazione che anzi sostengono.
Cosa potrebbe essere recuperato del ’68? – è la domanda posta dai nostri studenti. A mio parere, è la rivendicazione della dignità degli esseri umani, il contenuto di fondo dell’antiautoritarismo di allora sia nelle scuole sia nelle fabbriche: come è potuto accadere questo imbarbarimento oggi, dopo 80 anni dagli orrori della seconda guerra mondiale e dalla caccia agli ebrei? Come è stato possibile che una popolazione sommersa negli anni ’50 dalla piena del Po e che ha usufruito della solidarietà e degli aiuti della gente nel momento del bisogno (l’alluvione di Firenze e gli angeli del fango, la Valle del Belice nel 68, l’Irpinia, ecc.), sia diventata così implacabile (e sorda ad ogni senso di solidarietà) da fare le barricate in strada per un numero così esiguo di migranti da ospitare? In tutto questo non c’è la ribellione degli ultimi contro lo strapotere dei ricchi, né quella degli esclusi contro una casta vera o presunta che sia. C’è solo un odio immotivato per i più disgraziati. È palesemente una reazione contro la globalizzazione e contemporaneamente contro qualsiasi idea di universalismo e internazionalismo.

L’altro “recupero” da effettuare è appunto quello della cultura comunista che include la molteplicità delle forme di autonomia sociale e comunitaria del come, quando, dove, quanto produrre. Cioè, dell’ecologia politica che prende corpo tra l’esplosione del Maggio francese – la rottura politica della temporalità del Progresso, e la crisi energetica successiva – rottura socio-ambientale dell’abbondanza (e del basso costo) di idrocarburi, e che incorpora l’elemento fondamentale della “stagione dei movimenti” (1968/1977) – l’emergere conflittuale delle differenze: “articolare le differenze in modo che si dia conflitto; le differenze non contano meno del conflitto e il conflitto senza le differenze indica una strada non più percorribile”. Cosicché, se l’origine del conflitto di fabbrica sta nell’identità operaia che lotta per la propria auto-determinazione dentro il lavoro, poi il conflitto si apre alle differenze sociali che popolano la sfera della riproduzione (della natura e dell’uomo) proprio per poter costruire la “cultura comunista” oltre il lavoro (salariato/produttivo).

La nostra sopravvivenza sulla Terra è minacciata non solo dalla degradazione ambientale ma anche dalla disintegrazione del tessuto di solidarietà sociali e dei modi di vita psichici che necessitano quindi di una reinvenzione complessiva della politica ecologica che li riguardi.