Dieci di anni di inconcludenza o quasi dalla prima stesura del Regolamento urbanistico del Comune di Matera, ma non si riesce o non si vuole passare dagli enunciati alle applicazioni pratiche. A ricordarcelo con la consueta e paziente analisi è Michele Morelli che dall’Osservatorio poliennale di ‘’Mutamenti a Mezzogiorno’’ ripercorre le tappe, spesso fallimentari, di una normativa che nel segno delle “P” ( perequazione, premialità, previsione e palazzine di qualità, come le definisce Michele) ha porta a perseguire (un’altra P) varianti e su varianti che hanno saturato abbondantemente il mercato.

E né, a conti fatti, il fabbisogno di immobili legato finora allo scarso appeal di “Matera 2019’’ giustifica il consumo di suolo. Fatevi una camminata, meglio a piedi, agli ingressi della città da porta Bari a porta Montescaglioso e avrete cognizioni di quanto ci aspetta in termini di tasse e del circuito virtuoso e oneroso “servizi –disservizi”. Michele, anima ambientalista della prima ora a parte, è tra i pochi veramente innamorato della città e ne soffre quando per esempio i fronti urbani finiscono sotto la ruspa o il cemento in barba al Piano quadro dei sistemi culturali (con una zona ad alto livello paesaggistico).

E che dire degli standard urbanistici? Restano un mistero con brani di città riempiti come un uovo, per fare tutto e il contrario di tutto. Un deleterio effetto “Potenza’’ (porto delle nebbie di Basilicata) che evidenzia lo stretto rapporto tra politica e mattone nel solco dell’urbanistica contrattata o contattata se preferite, che coinvolge imprese, amministratori e alcuni progettisti disponibili a firmare e a rimodellare progetti da mostra…sulle forzature dell’urbanistica, dell’architettura o dell’ingegneria. Alla faccia della cultura del bello e della armonica e funzionale urbanistica dello scorso dopoguerra, con i quartieri nati dalle leggi di risanamento Sassi e periodicamente a rischio di forzature…tra balconi, verande, garage e progetti per servizi di resilienza(?) diffusa. Un termine abusato, quello di resilienza, che ormai resiste nei convegni o nei confronti universitari mentre altrove si gioca sul cambiamento di sigle su mappe e planimetrie, comprensibili agli addetti ai lavori in attesa di vedere la gru a Serritello La Valle o a Serra Pizzuta.

Fantasie? Il cemento non ha ancora attutito i rumors su quelli che verrà. Ricordiamo le parole dell’ex senatore Emanuele Cardinale, tra i consiglieri comunali del Pci della seconda giunta Acito, che quasi 25 anni fa tuonò contro lo spreco di territorio ‘’ A meno che- commentò- non si voglia costruire in piazza Duomo!’’. Sulla piazza forse no, ma negli ipogei, chissà… Di seguito la nota di Michele Morelli sul “Regolamento urbanistico 2017’’.

Mutamenti a mezzogiorno
Il Regolamento Urbanistico 2017

In queste ultime settimane si ritorna a parlare di Regolamento Urbanistico. Il regolamento urbanistico non è altro che uno dei tanti strumenti “obbligatori” di governo delle città previsto dalla legge regionale n. 23/1999. Una legge piena di buone intenzioni, soggetta a continue deroghe e rinvii, per nulla attuata nella nostra regione. Sono passati più di “dieci anni” dalla prima stesura (RU2006),che fu consegnata dal progettista incaricato all’ amministrazione del tempo, poco prima della fine della consigliatura.

La proposta, presentata alla vigilia della campagna elettorale, si mostrava fin troppo generosa nei confronti dei possessori della rendita. Con le successive versioni (2010-2013) viene introdotto il tema della “perequazione” e della “premialità” che, tradotto, vuol dire aumento del carico edilizio prevalentemente ad uso residenziale, cessione di suoli al pubblico dove allocare altre volumetrie da destinare a privati (cooperative). Conclusione, si propone di trasformare le residue aree libere (destinate a verde e servizi) del vecchio piano Piccinato in nuova edilizia residenziale, aumentando quelle che erano le “previsioni” del Piano Regolatore Generale adottato nel 1999. “Previsioni” , che per effetto della delibera regionale del 2006 di approvazione del Piano, non si sono mai tradotti in “diritti acquisiti” .

Queste aree, come è noto, furono escluse dalla D.G.R. di approvazione del PRG2006. “Previsioni” frutto di un periodo storico, gli anni Novanta, di grande espansione edilizia. Ci diranno che i meccanismi perequativi adottati garantiranno modelli insediativi di qualità (“palazzine di qualità”).
Il RU 2017 non presenta grandi differenze con le precedenti proposte. Il carico edilizio complessivo diminuisce. Non perché si riducono gli indici, semplicemente perché in alcune aree i cantieri sono avviati da tempo, grazie alla generosità dei nostri amministratori.
Si continua a riempire la citta di edilizia abitativa, prevalentemente privata, come se non ce n’è già abbastanza. In questi ultimi anni la città è cresciuta a colpi di “varianti e piani casa 1 e 2”.

Una nuova area di espansione a sud della città, in contrada san Francesco, sta’ aggredendo il periurbano. Oltre cinquanta ettari di territorio murgiano, considerato dal “Piano Quadro sui Sistemi Culturali” ad alta sensibilità paesaggistica. Una quantità imponente di suolo interessato alla trasformazione, pari alla somma dei terreni che sono serviti per realizzazione i quartieri moderni di Serra Venerdì, Spine Bianche, La Nera, Villa Longo, Rione Platani e Rione Pini.
Anche la citta storica si riempie di case, senza nessuna contropartita pubblica, a dispetto di quanto approvato nel 2006 dal Consiglio comunale.

Dietro la grande narrazione che ha accompagnato la candidatura della nostra città a capitale europea della cultura per il 2019 si nascondevano i soliti vizi della classe politica, tecnica e imprenditoriale materana. Le solite pratiche che hanno contribuito alla dismissione definitiva della “citta laboratorio e del suo progetto riformista” (a partire dall’urbanistica contrattata degli anni 80 e 90 fino ad arrivare, nell’ultimo decennio, al primato del progetto edilizio in deroga alle regole dell’urbanistica ).
La vicenda degli “standard” rimane un mistero. I dati forniti nelle diverse versioni non coincidono e, come spesso accade, alla fine dei giochi, la dotazione del fabbisogno per abitante (in particolare di verde e parcheggi ) è rispettato. Nel RU2017 sembrerebbero addirittura lievitati. Eppure, in questi ultimi anni numerose aree verdi sono state oggetto di speculazione edilizia (villa Longo, contrada Granulare, san Giacomo 2, via Gravina …) e non risultano realizzati nuovi parcheggi pubblici di prossimità (via Gramsci, via La Nera) e neppure se ne prevedono di nuovi (zona Tre Pini a ridosso di Casal Nuovo o nell’area sottostante alla villa comunale, quest’ultimo auspicato dal Piano Generale di Recupero degli antichi rioni Sassi).
Il nuovo RU2017 conferma i pesanti carichi edilizi in zone fragili della città, come quella di Serra Venerdì (circa mc 45.000), o strategiche, come quella di largo della Visitazione/piazza Matteotti (circa mc 18.000).

L’unica novità riguarda l’area dell’ex Barilla dove, al di là dei buoni propositi sulla destinazione d’uso, i carichi edilizi sono determinati dalle attuali “superfici lorde esistenti “e non più dai “volumi industriali “ come invece è avvenuto per l’ex mulino Alvino.

Troppo poco per determinare un cambio di passo. Ancora una volta si rischia di perdere l’ennesima occasione che ci viene offerta con la nomina della nostra città a capitale europea della cultura per il 2019. L’ennesima occasione perduta dopo la legge771/86, per il risanamento dei Sassi, per aggiornare l’interessante esperienza di “laboratorio di urbanistica” della città pubblica.

L’impressione che si avverte è che la città sembra assente e distaccata, vecchia e stanca, priva di un progetto condiviso per un nuovo e rigenerato “welfare urbano”, il terreno ideale per confermare i noti affari del mattone anche se alcune figure eccellenti non ci sono più.

Siamo di fronte ad una comunità senza speranza? Non proprio. Forse gli unici luoghi, in questo momento, di speranza, dove si lavora per la definizione di un nuovo “welfare urbano”, sono le università.

Come si sa, i tempi della formazione sono tempi lunghi. Pertanto non resta che “resistere e non adattarsi” al nuovo che avanza, altro che “resilienza”.