Mentre il segretario del Pd, Matteo Renzi, accantonati per ora i panni di boy scout della politica, fa il bilancio del dibattito al “Lingotto’’ in vista della prova delle Primarie, che dovrebbero riposizionare e rilanciare il Partito – con le immancabili strattonate verso il centro, il centro sinistra o verso il progressismo in itinere di Giuliano Pisapia- nelle periferie del Bel Paese c’è chi, come Vincenzo Viti, componente del cda dello Svimez, ex parlamentare scudocrociato e attento commentatore dei fatti della politica del BelPaese, ha rovistato all’interno del trolley verde (simbolo della kermesse torinese) per dire cosa fare per risalire la china.

Del verde Ulivo nemmeno l’ombra, quando fu ideato e realizzato molti giovani fiorentini sfogliavano la Margherita e giocavano a mosca cieca alle Cascine,e né tantomeno di rimembranze gramsciane come abbiamo sentito a sproposito in alcuni interventi fuori epoca e fuori luogo. Ma c’è poco o nulla, aldilà delle buone intenzioni e del cliché delle grandi opportunità espresse, sul Mezzogiorno con tutti i problemi irrisolti legati a uno sfruttamento e a un isolamento che parte dall’Unità d’Italia.

Le riflessioni dello scrittore Pino Aprile e di tanti meridionalisti ne sono la conferma, pur tra pagine positive aperte dagli interventi (per alcuni discutibili) della ex Cassa per il Mezzogiorno. Ma allora, e ci riferiamo all’immediato dopoguerra dei governi di centro (Dc e laici) e di centro sinistra (Dc,Psi,Psdi, Pri, Pli) lo Stato fece la sua parte e per il Mezzogiorno una svolta ci fu fino agli alti e bassi dei deficit da recuperare, sanare. Il resto, e ci vorrebbero decine di servizi e capitoli per descriverlo, è storia fallimentare di oggi con le ipocrite lamentazioni sulla desertificazione del territorio, il calo demografico e l’aumento delle popolazione anziana e la ripresa della migrazione.

Vincenzo Viti, che ha l’abitudine di parlare a bocce ferme, con un linguaggio tecnico e aulico (a volte poco comprensibile al grande pubblico) di una politica-ormai scomparsa o ridotta al lumicino- fatta di confronto e di scuola di formazione continua, pone a Renzi questioni di fondo sulla priorità della questione Mezzogiorno e prospetta alcuni percorsi e suggerimenti : un diverso rapporto con lo Stato, ma che deve innovarsi, con l’Europa e il Mediterraneo e poi il ruolo dell’Università e della ricerca in grado di reimpostare l’economia tradizione del Mezzogiorno, insieme al masterplan e ad altri aspetti di sistema, che sintetizziamo per farcele entrare nel trolley del Pd e di chi sarà chiamato a trascinarlo.

Quattro ruote, un colore (il verde) e un manico scuro con il marchio “Sud’’ per portarlo a Palazzo Chigi, legge elettorale permettendo.

Di seguito la nota del consigliere dello Svimez Vincenzo Viti.

IL PD RIPARTA DAL MEZZOGIORNO
Appunti per il Lingotto

PREMESSA
Viviamo la crisi di un Paese che non riesce a recuperare una unità di destino e che non comprende, poiché non siamo riusciti nel compito, che il futuro della “affluenza” delle economie progredite fonda per larghissima parte sullo sviluppo delle economie in ritardo o arretrate. Poiché tutto si tiene dentro un destino comune. E la centralità del Sud, oggi più che mai, fuoriesce dalle consuetudini della retorica per porsi drammaticamente come “la” condizione strutturale per affermare un modello che recuperi i grandi filoni della cultura meridionalista iscritti nella concezione unitaria del Paese e nell’orizzonte di un’Europa a trazione mediterranea.
Il Sud, al di là delle procedure pattizie, non è stato assunto dalla “nostro” narrazione renziana come “il punto di vista” da cui ripartire per ridare all’Italia quella comunità di destino che è stata il sogno delle generazioni che si sono avvicendate nell’ultimo secolo.
Il Lingotto è chiamato a rappresentare il punto di ripartenza di una visione “maggioritaria”, costruita su un’organica visione del futuro del Paese e capace di parlare all’intera società italiana. La visione maggioritaria, al di là delle frantumazioni che il proporzionalismo determinerà nella composizione politica del Paese, è l’unica che possa riconsegnare al cosìdetto campo del centrosinistra una prospettiva utile alla società italiana.
E’ una battaglia che va vinta soprattutto sul terreno di quella debolezza storica (e politica) che ha consentito che il Mezzogiorno divenisse il luogo per predicazioni sanfediste, quando non lazzaroniste, per grillismi simbiotici con il potere, per il riprodursi all’infinito dell’eterna saga trasformistica.

Alcuni spunti di riflessione specifica
UNA NUOVA QUESTIONE MERIDIONALE?
Siamo di fronte ad una “nuova” questione meridionale?
L’ostilità che dai vari “campi” della insorgenza sociale, politica e penale viene verso l’innovazione, l’ industrialismo e l’approvvigionamento energetico. La questione non è infondata. Basta osservare quello che avviene sotto i nostri occhi. La “rivolta” che si esprime attraverso un certo sanfedismo napoletano, il “regionalismo estremo” in nome dei territori contro il “Territorio” come humus della statualità e dell’economia generale, il trivellismo etico (un espediente subliminale poiché copre negazionismi che nulla hanno a che fare con la vera materia del contendere), sono la spia di uno spirito oppositivo che insegue ormai un modello alternativo rispetto ai termini canonici nei quali si è storicamente espressa la questione meridionale: nel segno cioè dei topos della “riforma” e della “modernizzazione” del sistema produttivo e sociale. Prende così forma un “meridionalismo ribellistico” ispirato da versioni estreme dell’ecologismo, del giustizialismo, del giacobinismo istituzionale che hanno radici nel costume e nell’esperienza storica di un sudismo maturato sull’intreccio di disperazione, luddismo e rivendicazione.
E’ tempo di chiederci cosa c’è di vero in un’analisi così forte dei processi sociali e delle emozioni popolari cui assistiamo, nell’ abiura della modernità e nella diffusione di un nichilismo di massa che starebbero alimentando un nuovo e dissolvente pensiero negativo.
Il “nuovo” meridionalismo, ammesso che si possa ancora ricorrere ad una categoria in via di logoramento quando non di espulsione deve porsi il tema di un’offensiva che elabori un “Pensiero del Sud per l’Italia e per l’Europa” in grado di fare duramente i conti con il principio di realtà e misurarsi con gli ingredienti progettuali, etico politici e civili che possono offrirgli un senso e un orizzonte.
Il tema non riguarda più solo le èlites meridionali ma il pensiero del Paese: l’idea che l’Italia ha di se stessa, della sua reale consistenza unitaria e del suo effettivo potenziale. Tutto ciò ha a che fare anche con l’idea che il PD ha del suo ruolo in una transizione nella quale non bastano più le risorse del “volontarismo epico” che pure può giovare all’autocombustione delle tante energie sommerse.
La grande alleanza alla quale occorrerà pervenire non chiama in causa solo le energie della politica, pur se essa ha il compito di finalizzare le ricchezze del Paese, ma quelle della società civile, della ricerca, della cultura, dell’università in un movimento trasversale che deve saper trasferire la grande domanda di sviluppo in un’offerta e in un modello per il quale valga la pena di lottare. Una Costituente per l’Italia che vuole cambiare, valorizzando i suoi tanti punti di forza, non potrebbe che partire dal Sud e dal suo disperato bisogno di credere che le risposte possono venire da una inedita solidarietà istituzionale, da una soggettività consapevole e strategica e da un coraggio in grado di innovare. Poiché “innovazione”, ancora da declinare coerentemente, sarà ancor più, nel tempo che incalza, il nome della “nuova questione meridionale”.

COME ?
Si tratta di ripensare il Bilancio nelle sue essenziali coordinate e di rimodularne i valori in funzione di un obbiettivo centrale nella vita italiana.
La radicalità della condizione meridionale di oggi pretende che essa venga posta al centro di una profonda ridefinizione e gestione delle risorse (pubbliche e private che a vario titolo si rendono disponibili) dentro una strategia che assuma il Sud a soggetto unitario, lo doti di una governance multilivello coerente e lo qualifichi nelle sue priorità di politica industriale, ambientale, sociale non solo come asse primario della politica estera italiana ma come obbiettivo cruciale della politica comunitaria: proprio perché capace di operare quale stabilizzatore nella “grande questione sociale mediterranea”.
Ciò che manca oggi, è un autentico salto di qualità e di prospettiva. Che nessun pur necessario efficientamento della spesa per le infrastrutture potrebbe da solo colmare. Non è perciò solo problema di accelerazione delle procedure, ma di radicale cambio di punti di vista: “partire” dal Sud, non arrivarci per disperazione o per indulgenza. E assumere il Sud come obbiettivo gratificante per l’intero Paese: per il Nord che non potrebbe che giovarsene, come se ne giovò con la prima rivoluzione industriale e sociale, ma anche per l’Europa che non dovrebbe difendersi “dal Sud” e dalle sue turbolenze ma investire sul Sud per trasformare i problemi in grandi opportunità: questione di coraggio e di intelligenza politica.
Solo un pensiero nuovo, “generale” potrebbe mobilitare l’interesse e l’impegno di una nuova classe dirigente. Che ha bisogno di rompere i vecchi involucri localistici, di superare lo stadio curtenze e insidioso delle piccole mediazioni e le contese di quartiere e di clan, di sconfiggere la disseminazione dei califfati territoriali, per ritrovare il senso di una straordinaria missione, pari a quella che si parò di fronte ai grandi Meridionalisti che guardarono allo Stato e all’Europa come orizzonti in grado di dare senso storico e spessore etico alle fatiche della politica.
Credo non sia più tempo di ripetere slogans muffiti, ma di costruire un pensiero nuovo, una forte provocatoria lettura del futuro che assuma l’unità italiana, oggi così profondamente vulnerata, come punto di ripartenza per un’idea civile ed espansiva dell’Europa. Per questa via, si possono davvero rinnovare i costumi e introdurre effettivi fattori di rigenerazione.

IL RAPPORTO TRA MEZZOGIORNO E STATO
Il rapporto fra Mezzogiorno e Stato è l’analisi finora mancata nella sua più moderna versione, sepolta sotto paginate di ottimismo sociologico, di culture omeopatiche, di riduzionismi e di microletture che di fatto banalizzavano le differenze in un vago mainstream italiano.
Ritornare all’analisi delle dinamiche e degli esiti dell’accumulazione ma guardare anche oltre i circuiti dell’economia tradizionale, allargando lo sguardo ai processi in corso e ai cambiamenti di fase e di natura del capitalismo, riprendere a ragionare sul riposizionamento del Sud nel cuore del progetto di unificazione nazionale significa restituire al Meridionalismo quella capacità di lettura dei caratteri generali della civiltà e dello sviluppo di un Paese. Significa ricollocare la questione meridionale, per riprendere l’aforisma di Meridiana, dentro una nuova stagione del Meridionalismo come “pensiero generale” capace di guardare all’Europa e al Mediterraneo. Significa anche chiedersi perché le Università meridionali segnino il passo e se non vi siano responsabilità nell’investimento che il Sistema Italia fa sulla conoscenza, sulle competenze e sulla innovazione nel Sud come condizioni di contesto per cambiare cultura e profili delle classi dirigenti meridionali e per costruire condizioni di attrattività per gli investimenti e per lo sviluppo.
Il nodo delle relazioni fra Mezzogiorno e Stato è strutturale, sicchè non può esservi una compiuta statualità se non si intende il Sud come parte essenziale decisiva e integrante del destino e dell’unità del Paese. Sicchè chi nega che di “questione” si possa ancora correttamente parlare (ricorrendo alla lettura degli indici della modernizzazione meridionale) sia chi sostiene (come nella sua storica missione fa la Svimez) che la divaricazione sopravviva a tutte le letture omeopatiche, non potrebbe che consentire sul dato che Mezzogiorno e Italia sono un unico prisma, un racconto organico costruito su relazioni e connessioni assolutamente complementari. Simul stabunt, simul cadent.

IL MASTERPLAN
Il masterplan ha rappresentato un significativo esercizio di contabilità congiunturale, di ridefinizione di priorità da collocare dentro una scala più razionale e di recupero di risorse da rimettere in tempi storici nel flusso degli impieghi. E’ destinato a costituire il modo virtuoso per accelerare la circolazione degli investimenti e per accorciare distanze ed assenze secolari, ma non può essere “la risposta” al tema storico dell’unità italiana tuttora da realizzare. E ciò perché dietro il Grande Piano deve operare quella religione civile e di quella tensione intellettuale e politica che alimentò il ciclo straordinario che promosse la “visione” di un Mezzogiorno concepito come consorzio vitale di energie morali, tecniche e ideali in grado di pensarsi come soggetto impegnato a realizzare il compimento dell’unità italiana dentro la cornice europea ed euromediterranea. Un consorzio che purtroppo pretenderebbe oggi una radicale revisione critica del modo con cui le Regioni si rapportano fra esse e con lo Stato nella vischiosità di relazioni non si sa se concorrenti o congiuranti o cooperanti. Tutto ciò esige che si cancelli l’opinione e la pratica di un Sud considerato “emendamento aggiuntivo al Bilancio dello Stato”, ma che si operi, nel quadro di un “nuovo regionalismo”, per un Governo del Mezzogiorno in funzione dell’Italia e dell’Europa.

CONSIDERAZIONI FINALI
Va scongiurata la tentazione di considerare il Mezzogiorno come una delle appendici statistiche dei progetti di spesa. Esso deve rappresentare sempre più l’obiettivo su cui vanno riorientate la destinazione, la gestione e la verifica degli effetti della spesa.
Ciò comporta che il Mezzogiorno, uscendo dal “piagnisteo” e dalla sindrome dell’abbandono, sappia assumere su di sé l’onere di un punto di vista (di un pensiero) che valga per l’Italia e per l’Europa e sappia mettersi in gioco come soggetto in grado di concorrere sia all’unificazione del Paese che al ruolo di partner nelle politiche europee di stabilizzazione del Mediterraneo.
Diviene perciò essenziale non disperdere il filo di continuità con una straordinaria tradizione da reinvestire in un’idea moderna di Stato in grado di reagire alla decostruzione di tutte le forme di autorità che sono costitutive dell’identità italiana. Ogni nuova avventura non potrà che ripartire dal nocciolo della grande riflessione meridionalista e dalla sua riflessione sulla nuova statualità e sulla dimensione europea dentro cui è possibile l’unico futuro di un grande Paese come il nostro.
Siamo posti di fronte all’urgenza di una nuova e coraggiosa elaborazione che recuperi un ordine mentale e morale che rimetta lo Stato, cioè un’idea effettiva di unità, al centro di un processo ricostruttivo della missione e della qualità del Paese. Ripartire dal Mezzogiorno e farsi carico della sua centralità, vincendo inerzia e arroganze di protettorati e di protagonismi populistici significa assumersi la responsabilità di ricostruire l’Italia. Da Sud, 150anni dopo.

ON. DOTT. VINCENZO VITI
Consigliere di Amministrazione della Svimez