In questo fine settimana si sono svolte anche in Basilicata (una a Matera e l’altra a Potenza) le assemblee provinciali promosse dalle tre organizzazioni, “Articolo Uno-Mdp“, “Sinistra Italiana” e “Possibile“, che hanno eletto i delegati da inviare all’assemblea nazionale fissata per il 3 dicembre a Roma, tappa -sembra decisiva- del percorso che dovrebbe portare  ad una “lista unitaria, civica, progressista e di sinistra”.

Abbiamo assistito a parte di quella svoltasi a Matera, ascoltando alcuni interventi significativi, sufficienti a fare da cartina di tornasole della grande difficoltà in cui si muove chi è alle prese con questa impresa difficilissima nelle condizioni date.

L’impressione e chi ci si muova al buio. Che si proceda a tentoni. Con tutte le buone intenzioni, ma con una enorme confusione. Con una non sottesa carenza di analisi che rende molto difficile definire con lucidità percorso, azione ed obiettivi finali.

Significativo il giovane Tauro che si è chiesto sconsolato: “se volessimo andare a cercare gli ultimi (che non sono nemmeno più gli operai) per parlargli, non sapremmo dove trovarli“. Per altro autore di un ossimoro quando pur rilevando la esigenza di “una politica radicale contro il sistema” ritiene che possa essere “non necessariamente rivoluzionaria”.

Sincera ci è parsa l’autocritica per tutto quanto è accaduto negli ultimi decenni e che pur si è condiviso da pezzi sostanziosi di chi era in quella sala. Sin dalla frettolosa decisione di liquidazione del PCI (“si è buttato via con l’acqua sporca anche il bambino” ha detto Vincenzo Folino), poi con la creazione di quella creatura improbabile che è stato il PD (con la possibilità data a tutti i passanti di scegliere i suoi dirigenti), sino all’avvento renzismo che ha curvato definitivamente l’azione di governo da un programma di centrosinistra (quello votato dagli elettori) in una politica di segno liberista (facendo -come per l’art. 18- addirittura peggio del centro destra berlusconiano).

Come è potuto accadere tutto ciò che ha dell’incredibile, essendo riferito a personalità che hanno tutte avuto le proprie radici politico culturali nel “PCI o giù di lì“?  Molte le concause: il prevalere del “così fan tutti“, un processo di omologazione ad un modello, un cedimento delle proprie fondamenta culturali, un consegnarsi alla subalternità  del pensiero unico dominante e vincente.

Insomma, c’è stata una intera classe dirigente che ha smarrito il proprio orizzonte, avendo messo in soffitta quella che noi amiamo chiamare “la cassetta degli attrezzi” pur in dotazione a chi ha avuto la fortuna  di vivere quella straordinaria stagione in cui la politica era una cosa seria, i partiti erano una cosa seria.

Una tragedia collettiva di cui sta pagando le conseguenze quel mondo del lavoro vituperato, spogliato dai propri diritti faticosamente conquistati, riportato indietro alla completa mercè del “padrone“.

Quel mondo del lavoro che i dirigenti di “Articolo uno-Mdp” hanno avuto modo di constatare sulla propria pelle quanto li veda oramai distanti, anche se ora-dopo il tardivo abbandono della nave renziana-  sono tornati là dove sarebbero dovuti sempre stare (http://giornalemio.it/politica/folino-e-la-sua-giornata-tra-i-lavoratori-della-sata-di-melfi/).

Il tempo trascorso nel Palazzo, così come gli atti approvati contro gli interessi dei lavoratori, hanno creato disorientamento, disincanto, diffidenza, così come ha testimoniato l’intervento di un operaio della Sata (Rocco, il nome) che ha invitato i convenuti a non scherzare più con questo mondo, che questo è l’ultimo treno per agganciarlo. Non bisogna mica meravigliarsene, bisogna prenderne atto e comprendere che non poteva/non è bastata la fuoriuscita dal PD per riconquistare credibilità sufficiente.

Servirà ben altro: scelte nette, chiare, radicali contro la politica liberista e coerenza tra il dire e il fare.

Anche le candidature di questa futura lista dovranno apparire, oltre che essere, tranchant rispetto a quanto accaduto. Non sappiamo, però,  se sia sufficientemente chiaro a tutti quanto sarebbe tragico se il tutto apparisse (al di là  delle reali intenzioni) come un escamotage per occupare uno spazio politico meramente funzionale a dare continuità a carriere personali (con tutto il rispetto per la storia di ognuno). Non servirebbe a loro, non servirebbe a nessuno.

Un sospetto che purtroppo è alimentato dalle accelerazioni nazionali che hanno portato a “prassi” vecchie (come la pretesa di benedire dall’alto un leader: prima Pisapia ora Grasso, un errore madornale se fatto in buona fede), alla accelerazione del percorso che porterà al 3 dicembre a Roma che ha determinato (volutamente?) la perdita per strada dell’unica novità emersa a sinistra (sia sul piano dell’analisi che su quella della freschezza degli attori) dal Brancaccio. Certo che correzioni in corso d’opera (ammesso che siano ancora possibili) sarebbero opportune ed utili alla buona riuscita dell’impresa.

Impresa a cui, certamente non è, poi, di grande aiuto la confusione del linguaggio a cui si assiste quotidianamente sulla stampa ed in tv.

In questa assemblea (ed immaginiamo anche nelle altre) si è parlato di sinistra. Mentre, poi, si sentono i dirigenti nazionali affannarsi a dichiarare di voler fare “un nuovo centro sinistra“, anzi specificando sdegnosamente di non voler fare una “cosa rossa“.  E allora? Di cosa parliamo veramente? Di quale centro sinistra si parla in un contesto in cui si ammette che è oramai “inesistente” la sinistra?

Forse, come si diceva una volta, “compagni” sarebbe necessario mettere ai voti una mozione d’ordine: prima bisogna (ri)costruire una sinistra. Punto! Cosa non facile e di lunga lena. Un lavoro politico-culturale-organizzativo che deve avere un orizzonte necessariamente lungo. Poi, chissà, dopo si potrà pensare ad unirsi con un centro che, invece, è al momento vivo, vegeto e prevalente.

Senza farsi nemmeno troppo distrarre dall’orizzonte corto e più immediato di una tornata di elezioni politiche. Appuntamento, ovviamente, importante ma che andrebbe inquadrato come mera tappa di quel percorso principale più lungo. Come occasione per farlo conoscere a chi, oramai disilluso, si astiene dalla politica e dal voto. Per far sapere che una nuova casa è in corso di edificazione anche per loro. Ma anche per quella massa di giovani che appare non essere ancora consapevole del futuro di precarietà e povertà a cui è condannata dalle attuali politiche liberiste, sebbene alcuni segnali (vedi sciopero ad Amazon) lascino pensare che il tempo della presa di coscienza stia per arrivare. Ecco per quel momento che arriverà, prima di quanto si immagini, servirebbe eccome una forza di sinistra pronta ad accoglierli ed accompagnarli nelle loro rivendicazioni.

E evidente che più credibile apparirà percorso, progetto e lista e maggiori saranno le probabilità di provocare quello scossone emotivo che empaticamente potrebbe provocare un ritorno in campo (e persino alle urne)  di quella massa di elettori di sinistra in attesa, il risintonizzarsi con loro,  nonchè a fare da sponda al nuovo giovane “proletariato” e “sotto proletariato” (non sono parolacce, giuro) prodotto da questa società delle diseguaglianze.

Quelli che non votano nelle elezioni normali (amministrative e politiche per le ragioni analizzate) ma che nei momenti topici (come il referendum del 4 dicembre) hanno dimostrato non essere indifferenti, ma pronti a tornare “naturalmente” in campo.

Sappiamo che non è facile, ma anche che non è impossibile, specie se tutti coloro che sono impegnati in questo percorso ne sono convinti e consapevoli per davvero, in modo leale e sincero.