Votanti 270 senatori, voti a favore dell’emendamento 270: il Senato sana la bocciatura della Corte Costituzionale della legge contenente il Programma straordinario per la riqualificazione urbana e la sicurezza delle periferie che assegnava fondi pubblici  laddove permette di raggiungere l’intesa con le Regioni anche dopo l’emanazione dei decreti. I Senatori dovevano  votare a favore per recuperare l’incostituzionalità: l’ha votato anche il senatore Matteo Renzi che del bando delle periferie ne è stato l’autore ed il padre politico; l’ha votato tutto il PD che, fino a ieri al governo, non s’è messo scorno di promuovere una legge incostituzionale, salvo poi, gridare allo scippo contro l’attuale Governo.

A fronte di quel voto si leva la protesta dei territori e dei sindaci. In effetti,  l’emendamento non si ferma lì ma interviene anche su un comma che non è stato toccato dalla sentenza della Corte Costituzionale: Con questo emendamento tutti i progetti finanziati dopo i primi 24 approvati – è il caso di Matera per 13 milioni e di Potenza per 18 milioni — vengono congelati sino al 2020. Una scelta politica della maggioranza di Governo che ritiene di dover rivedere tutti quei progetti approvati e finanziati. In realtà la verifica servirà per recuperare risorse finanziarie per progetti ed interventi diversi da quelli approvati dal precedente governo. Su questa parte vi sarà il confronto alla Camera alla ripresa dell’attività legislativa, ma c’è da temere che – per responsabilità e ritardi anche del Comune di Matera, che a cinque mesi dalla fatidica data del 2019 non ha ancora approntato né progetti cantierizzabili, né progetti esecutivi  – quei soldi vadano definitivamente perduti.

Ora, considerato che a Matera di questi tempi domina ormai la ‘cultura dell’emergenza’, che copre tutte le magagne – dall’insipienza del decisore (sarà la quinta giunta tardiva nel giro di tre anni, e forse neppure l’ultima se un Commissario ad acta da più parti ventilato dovesse intervenire come forma caritatevole di eutanasia della consigliatura), all’inadeguatezza tecnico-burocratica della struttura municipale (ridotta al lumicino e con ‘promozioni’ surrogatorie di necessità che non ne migliorano certo la qualità), all‘irresponsabilità culturale’ delle varie istituzioni di tutela ormai use ad osannare acriticamente la Fondazione. Ma, soprattutto, si scopre che l’iper-esposizione della Città e del suo territorio all’evento Matera 2019 ha fatto saltare i già deteriorati equilibri tra Città e territorio; ancor più in profondità, tra la storia, l’immagine che la Città ha di sé stessa e quella che gli standard socio-culturali postmodernisti vanno imponendo come fosse un diluvio universale che tutto spazza e distrugge dinanzi alla sua forza devastatrice!

La causa di tutto ciò, a mio parere, sta essenzialmente nella ‘rinuncia’ da parte delle istituzioni locali – dai Comuni che costituiscono il territorio materano alla Provincia, dai partiti alle associazioni [di categoria, sociali, del sistema storico di impresa: laboratori, artigiani, mondo contadino, piccola e media industria], dalla Scuola & Università alle istituzioni culturali non assoggettate direttamente o indirettamente alla Fondazione Matera 2019. Una ‘rinuncia’ a sentirsi soggetto attivo e importante, indotta dal sistema morente e degradato del Centro-sinistra nostrano (e non solo); che non ha saputo far di meglio – per eludere il giudizio della cultura popolare, insomma quello della democrazia – che separare la Città e il suo territorio dal Grande Evento Matera 2019, scopiazzando l’ideuzza già sperimentata – a Matera come altrove – della Fondazione. Una Fondazione che – nella nuvola asfissiante e roboante della comunicazione spettacolo in cui si è involtolata – non rende conto e non coinvolge per davvero né Matera, né il suo territorio e – presumo – neppure quei poteri chiamati solitamente a controbilanciare le decisioni e gli atti e le spese assunte da qualche parte, certo non in pubblico!

E non rende conto perché, al fondo, ha un’idea chiara della sua mission culturale: non gliene frega assolutamente nulla della vicenda storica dei nostri luoghi, della loro anima – cioè delle società che quei luoghi hanno costruito e vissuto, secolo dopo secolo, lungo i millenni; rinvenibile nelle tradizioni, nei traffici, nelle dominazioni subite e imposte, nell’impianto urbano e nel suo rapporto con la campagna, col territorio – vale a dire i mille saperi pervenuti sino a noi, ancor oggi in grado di esporci senza gran danno agli incessanti tentativi di evirazione dell’anima – che è il prezzo per entrare da consumatore anonimo nella disneyland postmodernista.

A questi della Fondazione non gliene frega niente, perché non sanno che farsene della memoria e della storia: tutt’al più, la si trasforma in un ulteriore gadget mediatico, un’altra ‘App’ per turisti ormai pigri nel cercare, vedere, indagare, studiare … .  Questi burocrati della cultura sono pervasi dalla stessa logica di capitolazione che ha ispirato tante scelte e comportamenti da parte delle classi dirigenti più illuminate e dello stesso antagonista storico: i partiti storici della sinistra. Col loro declino si sono disseccate le fonti che alimentavano il progetto generale. Il senso del procedere storico è andato perduto. E così anche la creatività sociale, che ispirava il pensiero politico e culturale, si è spenta nella routine, nella gestione delle cose esistenti, nella conservazione dei risultati raggiunti. Ce lo raccontano nitidamente anche le vicende recenti che ci riguardano da vicino e che spesso ho raccontato su Giornalemio: dall’Agricoltura al Turismo, dai nostri paesi alle due piccole città capoluogo.

Si è già potuto osservare come la ricchezza unica della nostra agricoltura e quindi la varietà delle nostre cucine, non si sia impoverita con l’avvento dell’agricoltura industriale e come, almeno fino a un certo punto, abbiano a lungo convissuto insieme, rafforzando i reciproci dinamismi. È invece cedendo alla progressione radicale della penetrazione capitalistica, che la varietà, la biodiversità, la ricchezza multiforme della nostra agricoltura si piegano all’uniformità monoculturale della produzione industriale. E’ il venir meno della capacità di contrasto da parte della politica, che capitola di fronte alle forze spontanee del cosiddetto mercato (vale a dire alle potenze finanziarie ed economiche dominanti, che penetrano anche nei recessi della periferia, attraverso una competizione che distrugge le nostre economie), che impedisce la resistenza, la salvaguardia, la valorizzazione dei beni ereditati dalla nostra storia. E quindi anche il senso della direzione verso il futuro: che ne sarà di una regione esclusa dai “fasti” dello sviluppo, considerata non più che una pattumiera di scorie nucleari, petrolifere, inquinanti? Come resistervi se non incuneandosi nell’imperfezione del capitalismo? In quegli spazi sottratti alla completa mercificazione che garantiscono la tenuta di aree vaste di civiltà? Sappiamo bene che le agricolture legate ai territori non sono dei fortilizi chiusi, delle isole felici e autosufficienti; devono navigare nelle correnti del mondo. Questa necessità oggi è diventata solo più cogente e temporalmente accelerata, non è certo una novità. Per secoli essa ha costituito una sfida che le nostre agricolture hanno già affrontato. E del resto, non è la nostra agricoltura – quella rurale e di qualità -il risultato di tali sfide? Non è l’agricoltura italiana, con le sue trasformazioni in beni alimentari, da un paio di millenni, il risultato di un continuo dialogo e interscambio col mondo? Tale scambio è sempre stato governato, raccontato dalla consapevolezza di possedere un patrimonio da non disperdere. Un presidio culturale già conquistato da cui affrontare il conflitto e le sfide. E non dovrebbe essere questo il grande compito della politica di oggi? Dobbiamo difendere la tradizione della nostra biodiversità, tutelando non solo le colture, ma anche i contadini, che continuano a capitolare, stretti nella morsa dell’industria e delle grandi catene distributive – com’è evidente nelle conseguenze sanguinose delle morti dei braccianti in Capitanata, nel Salento. Non ci sono soltanto i caporali, c’è un sistema di sfruttamento micidiale, che per reggere alla concorrenza spietata e illegale al banco della frutta costringe gli anelli più deboli della catena alla miseria, alla servitù, alla morte; che distrugge la qualità e la biodiversità, che esalta gli Ogm e la loro produzione seriale e uniforme e dalle piatte geometrie delle monoculture.

Ma questo è compito delle politiche agricole regionali, mi si dirà. Quali, quelle messe all’indice dalla Coldiretti e da altre Organizzazioni contadine proprio nei giorni scorsi? Perché non dovrebbe obbligare, coinvolgere anche l’istituzione locale, la Fondazione? I conflitti a scala locale non sono recinti chiusi, ma avamposti che possono preparare più vasti scenari, correnti vitali – nel nostro caso spesso ereditate dal passato – che confliggono con la sua crescente miseria unidimensionale. Ne va del futuro della nostra società locale, non soltanto dell’agricoltura che ne è stata madre. Che senso ha una cultura che ignori la storia di un popolo, che di quest’ultimo ne fa topos unidimensionale, oggetto e non più soggetto?

Questo, principalmente questo purtroppo, è – dovrebbe essere – oggi in discussione nella nostra Città! Dovevamo arrivare a tanto?

Del resto, anche la Città, che ha dovuto allargare i propri confini, ospitare una popolazione crescente (per riparare erroneamente allo spopolamento rurale, anziché da tempo comprendere che i due destini si tengono reciprocamente), rispondere nel corso del tempo a standard mutevoli di bisogni, non è del tutto capitolata di fronte agli urti, anche violenti, della modernità. Ha creato nuove forme urbane – si pensi ai nostri quartieri popolari, ma ha risposto a bisogni sociali non elitari, e spesso ha conservato la bellezza. La nostra vicenda urbana – come nelle mille città in età contemporanea – è strettamente legata alla diversa qualità culturale delle sue élite dirigenti. E che cosa ha salvato, in tal caso, il centro storico, i Sassi, l’Altipiano murgico, la campagna periurbana dalla distruzione, dal processo di valorizzazione del capitale fondiario (che avrebbe volentieri trasformato tante piazze ed edifici secolari in anonimi condomini) se non la resistenza dei cittadini? La resistenza culturale e politica, il senso del valore non mercificabile del patrimonio ereditato, l’orgoglio di un primato di civiltà che non si piega alla logica del profitto a tutti i costi. Solo negli ultimi decenni abbiamo assistito a devastazioni senza precedenti. Il territorio diventato una cava di dissennato saccheggio. E la domanda che s’impone è: che cosa ha reso possibile tutto questo se non una ratio di capitolazione? Non solo l’avanzare del pensiero unico, questa malattia mentale dell’estrema modernità, ma anche il tracollo culturale delle classi dirigenti ha reso possibili i massacri territoriali recenti. E l’assenza di un grande antagonista politico, la diserzione della resistenza.

E questa capitolazione, oggi e proprio grazie al Grande Evento, diventa minaccia concreta anche per la nostra Città: fin qui abbandonata a un destino terziario e assistenziale, oggi – con l’invenzione del Grande Evento – esposta all’accelerazione del suo snaturamento. Non saranno certo i don Abbondio della Fondazione, o i valvassori della politica nostrana a trarci fuori dal grave pericolo.

Per questo, dico, nell’inconveniente del rinvio dell’utilizzazione dei finanziamenti per Matera 2019 c’è un’altra carta a favore del giocatore che vuol resistere alla definitiva omologazione del nostro territorio. I progetti delle istituzioni locali e regionali, quelli presentati come quelli già messi in cantiere, dimostrano non soltanto sciatteria tecnica e procedurale, quanto e soprattutto inadeguatezza di visione e di modernità. Qualsiasi progetto urbano o rurale non può prescindere dall’identità dei luoghi, dalla loro storie sedimentate anche se naturalmente aperte al futuro: non si distrugge un parco verde urbano come quello della collina del Castello e di Lanera solo per realizzare un parcheggio diventato maledettamente urgente a causa della mancata pianificazione; non ci si affida a un’Archistar, che copia la Pensilina di Marsiglia, per mascherare il vuoto culturale e di visione occorrente per utilizzare finalmente la storica Stazione con processi innovativi per l’intermodalità del trasporto, urbano, comprensoriale, su gomma e su rotaia, pubblico e privato; non si lascia prevalere l’interesse privato – per antonomasia ristretto al particulare – nella decisione di riattare il Teatro Duni, o recuperare il Kennedy, o il Comunale. Non si devasta il territorio urbano per ricavare parcheggi purchessia, con scelte urbanistiche superate, solo perché incapaci di gestire un servizio di navette da parcheggi extra-urbani già disponibili. Non si gestisce un Piano di sviluppo rurale nel quale prevalga la settorialità e la logica clientelare invece che l’interconnessione tra filiere produttive corte e attività di trasformazione, tutte finalizzate alla produzione di qualità e alla biodiversità.

I tempi supplementari concessici – sperando di esser capaci di conservare le decisioni finanziarie già prese – magari non serviranno immediatamente allo scopo di ‘salvare’ Matera 2019: a questo punto – oltre le luminarie e un po’ di paccottiglia digitale – mi sembra che il destino sia comunque segnato. Ci sarà più tempo, invece, per approntare una  resistenza all’ omologazione definitiva di questo territorio, difenderne l’anima, mentre si tenta vanamente di rianimarla surrogando l’innovazione sociale con quella tecnologica!