In Italia e nel PD gli spogliatoi sono affollati, il cambio di casacca  è una brutta moda, ma diffusa come quella dei jeans a brandelli: uno schifo, ma lo fanno tutti e quindi, senza pudore, si salta da una parte all’altra, secondo convenienza, senza neanche più la decenza di inventarsi un dissenso politico.
Secondo convenienza, come vuole il pensiero dominante: il lucro e il profitto che dalle amministrazioni aziendali si incardina nelle coscienze dei singoli in cerca di carriere e di guadagni.

Nel panorama politico italiano ed europeo si sente fortemente la mancanza di un pensiero alternativo al liberismo, la mancanza di un’idea di società diversa da quella delle multinazionali e dei loro irrefrenabili appetiti, del capitale e della sua bulimica tensione al profitto: manca, insomma, una sinistra.

L’errore della sinistra dopo la caduta del muro di Berlino e la chiusura del PCI è stato quello di voler divenire un partito interclassista come lo fu la DC, senza averne però le necessarie connotazioni genetiche; si diede vita al PDS-DS-PD, abbandonando la propria conformazione di partito della classe lavoratrice, lasciandosi infiltrare da affaristi del potere, inserendo nei ranghi burocrati del politichese e girotondini snob lontanissimi dal mondo del sudore e della fatica e lasciando invece che le fasce operaie e popolari trovassero interlocuzione e identità nelle leghe degli anni ’90 e in quelle stellate dei nostri giorni. Dismessa un quarto di secolo fa la bandiera rossa, moltissimi degli ex “compagni” si ritrovarono in piazza a sventolare la bandiera verde della lega di Bossi; oggi precari e disoccupati, deprivati di rappresentanza politica, tifano per la lega di Grillo.
Invece la grande parte di Italia che oggi soffre per il lavoro precario (quando c’è) chiede un partito di sinistra che torni a rappresentarne gli interessi, chiede un sindacato attento al mondo del lavoro dal quale sembra ormai sempre più lontano. L’errore della sinistra è stato quello di aver scelto di mimetizzarsi nel confuso orizzonte della politica italiana, di rinunciare a quella “diversità” di cui era orgoglioso Berlinguer, quasi a voler far dimenticare al paese di aver avuto la “
macchia”, quella lettera scarlatta che i cosiddetti moderati vedevano sul petto degli uomini di sinistra, con l’unico risultato di diventare altra forza “moderata” e quindi di troppo nel panorama politico già ben zeppo di moderati DOC. In Italia è così: impelagati in ogni scandalo e in ogni traffico semi-illecito, ma sempiterni moderati.
La sinistra sbagliava e ha perso, si dice. Eppure, alla luce delle immense diseguaglianze che la globalizzazione sta portando nel pianeta, Carlo Marx dalla tomba ci ricorda che lui aveva invece ragione quando diceva che il progressivo concentrarsi della ricchezza nelle mani di pochi determina l’aumento delle masse povere le quali, stremate, presto presenteranno il conto: l’immigrazione di questi decenni è una delle tante prove della lungimiranza di Marx. Ma a sinistra nessuno sembra accorgersene.

In Italia e in Europa negli anni ’80 il pensiero di Marx parve superato nella economia inglobante dei “due terzi” e nella ubriacatura del consumismo dove il possesso di alcuni beni di consumo induceva a credersi ceto-medio-benestante e non più sfruttato-dal-sistema; la fine dell’URSS e il liberismo globalizzato hanno rapidamente fatto smaltire quella sbornia illusoria mentre povertà, miseria, sfruttamento, crollo dei diritti, attenuazione del welfare, riduzione della sicurezza sociale e personale, ascensore sociale acceso solo in discesa, pongono ora problemi che attendono risposte e soprattutto programmi di governo.

La sinistra italiana ed europea ha cessato di presentare agli elettori e alla società un modello di sviluppo alternativo, un progetto sociale differente da quello escludente e discriminante del liberismo; ha smesso di elaborare programmi di governo visibilmente differenti da quelli dei moderati; “la caduta delle ideologie degli anni ‘90 ha significato solamente la scomparsa di idee alternative e la prevalenza assoluta della ideologia per eccellenza insita nel capitalismo: la ricerca del profitto a tutti i costi sulla pelle degli altri esseri umani. Tale vacanza ha provocato la desertificazione del pensiero alternativo e il rassegnato convincimento della identità fra politica e liberismo e quindi, in mancanza di alternative, la nascita della ottusa antipolitica fai da te che oggi pervade non solo l’Italia nostra.

Qui da noi il PD di Bersani era pronto a governare dopo la avvilente stagione del berlusconismo. Bersani non è un sovversivo, ma le sue riforme liberali, avevano fatto tanta paura alle corporazioni (non solo) italiche che queste hanno dovuto trovarsi di corsa un altro B. con l’incarico esplicito di fermare Prodi-Bersani-Visco, smantellare i diritti residuali del lavoro e smontare, una per una, le lenzuolate di Bersani, come già si sta facendo a tamburo battente, secondo la mission assegnata. Il prossimo obiettivo di Renzi potrebbe essere la cancellazione dei contratti collettivi nazionali di lavoro, subito dopo le elezioni che potrebbero rafforzarlo.

L’errore storico della sinistra italiana, nelle sue diverse aggregazioni e frazioni, è stato in questo caso il non aver sostenuto abbastanza Bersani, di essersi fatta scippare il partito con primarie taroccate, contribuendo infine allo scacco- matto inflitto all’ultima eredità del sogno che fu di Berlinguer e di Aldo Moro. Il sogno di un paese moderno, liberale, illuminato, il paese di diritti contrapposto al paese dei DRITTI, il paese del lavoro opposto a quello dei furbetti, della trasparenza invece degli intrallazzi, della politica lontana dalle clientele, dell’onestà separata dallo squallore degli scontrini raccolti da terra, dell’imprenditoria pulita contrapposta alla logica delle mafie, delle mazzette, delle logge, delle caste, della corruzione, dello sfruttamento dei lavoratori.
E’ troppo tardi?