Se anche Mirna lascia il PD vuol dire che tutto il peggio su cui abbiamo in questi anni scritto e paventato si è avverato. Purtroppo.

Mirna Mastronardi è quella che in gergo si definisce “renziana della 1^ ora“. Con la sua nota passionale interpretazione dell’impegno politico ha creduto per davvero che il giovanotto di Rignano fosse l’uomo nuovo che poteva smuovere le acque chete, troppo simili ad una palude, che cominciava ad essere quel partito nato male e mai decollato come tale. E’ stato innammoramento a prima vista, una passione bruciante che ha rivendicato,  difeso e per cui ha combattuto da par sua. Ma come sempre capita più alta è l’aspettativa e più grande è la delusione che ne deriva nel momento in cui quell’alone magico svanisce ed emerge la cruda realtà.

Il grande bluff che si è rivelato essere Matteo Renzi per il PD. Un partito sedotto, trasfigurato, intondito di parole e proclami, ma svuotato nell’anima. Un non partito in cui si è ritenuto normale tutto e il contrario di tutto, con un permanente “noi” contro “voi”,  un laissez faire che a livello periferico è stato devastante alla pari delle scelte di governo rivelatesi quasi tutte fallimentari e lontane dalla cultura di partenza. Fino allo sbattere il muso del 4 dicembre che non è bastato a Renzi per gettare la spugna. Pur avendolo solennemente promesso agli italiani.

Ora con pervicacia (a differenza di quanto fecero Veltroni e Bersani) vuol portare avanti la sua personale carriera incurante di essere l’oggettivo ostacolo ad un prosieguo unitaria di quel partito che (nonostante lui lo creda) non è suo. Per andare via vuole nuovamente essere battuto. Una disfida drammatica ed esiziale.

Ma il troppo è troppo ed in tanti in queste settimane, sebbene con sofferenza, stanno mollando Lui e il PD ad un destino non certo di gloria.

In molti l’avevano (l’avevamo) già fatto da tempo. Quando le scelte di governo hanno assunto un segno nettamente opposto a quello del programma su cui il PD era stato votato alle ultime politiche. Tanti che sono rimasti senza un partito per cui votare e in taluni casi anche senza più il giornale di una vita come l’Unità (brutalmente renzizzata).

Non è una bella sensazione, questo limbo, per chi ha sempre vissuto l’impegno politico come partecipazione attiva. Ognuno ha continuato ad esercitare il suo impegno civile nelle forme che ha potuto.

Benvenuta Mirna tra i delusi che non mollano, con la speranza che prima o poi si ricostituiscano le condizioni culturali e politiche che diano una nuova occasione di impegno su questo fronte.

Nel frattempo c’è tanto da fare nella società e tu hai una nuova creatura collettiva a cui badare che necessita di tutte le tue energie. Buon lavoro e buon futuro.

Di seguito la lettera aperta del distacco di Mirna dal PD.

“Caro PD,
a poche ore dalla chiusura del tesseramento, questa è l’ultima volta che mi rivolgo a te con tono di confidenza. Perché tra qualche ora il mio nome scomparirà dai tuoi elenchi, per farmi diventare parte di un passato che abbiamo condiviso e che finisce nel libro dei ricordi.

Scelgo di non riprendere la tessera del Partito Democratico.
Seppure io abbia voluto prendermi qualche giorno per riflettere, la mia decisione è scaturita durante l’Assemblea Nazionale tenutasi a Roma domenica 19. Assemblea cui ero delegata in quanto eletta allo scorso congresso nelle liste collegate a Matteo Renzi.

Tanto è cambiato da quell’8 dicembre 2013.
Da tesserata PD sin dalla sua costituzione e da persona allergica, per valori e ideali, alle correnti, ho visto in Matteo Renzi la persona giusta su cui puntare. L’ho seguito quando nella blindatissima Basilicata tutti i capicorrente erano contro di lui. Sono stata derisa e insultata per questa mia decisione, ma sono andata avanti a testa alta, con il calore delle persone come me (prive di incarichi e secondi fini) che mi incitavano a non mollare.
Poi il congresso scorso e, finalmente, la vittoria. Ma ecco che all’improvviso il “carretto” è diventato affollato. Affollatissimo. Chi mi aveva avversata ora era lì, comodo, e cominciava a sgomitare. Era così affollato, quel “carretto”, che qualcuno inevitabilmente è stato spinto giù. Tra quelli, io.

Eppure anche lì non mi sono persa d’animo. Il progetto di cambiamento era così grande che io quel “carretto” ho continuato a spingerlo, con tutte le mie forze e portandomi dietro i miei valori e la mia storia: donna capofamiglia con un reddito al di sotto della soglia di povertà, lavoratrice part-time nel settore privato che ha perso la possibilità di essere stabilizzata in Equitalia (toh!) quando scelse di diventare madre di una bellissima bambina (tra un lavoro sicuro e dare la vita, con orgoglio ho scelto il miracolo della vita), persona impegnata nel sociale che soffre e combatte ogni giorno come ogni italiano medio ed infine una dei tanti ammalati di cancro di questa terra bellissima e sfortunata.

E però ho dovuto prendere atto che mentre provavamo a cambiare l’Italia, ci stavamo logorando al nostro interno.
Quando a Pisticci ci si preparava per le elezioni amministrative ho chiesto al mio PD le primarie per la scelta del candidato sindaco. Citando Reichlin, mi è stato risposto di no. No. Senza possibilità di appello. Il partito delle primarie che nega le primarie. E quando a quella scelta scellerata è conseguita una solenne bocciatura da parte dell’elettorato, così come ampiamente previsto da una semplice donna del popolo come me, è finita che la epurata sono stata io. Senza possibilità di ricorrere ad alcun organismo di garanzia, perché in Basilicata gli organismi di garanzia, dopo il congresso del 2014, non sono stati costituiti, come tutti gli organismi regionali, in un vuoto ingiustificabile, se non con un assurdo accordo tra capicorrente. Senza che gli organismi nazionali trovassero tutto questo inaccettabile.

Il momento più forte, per me, è stato raggiunto durante l’ultima assemblea nazionale.
Seduta in seconda fila ho osservato volti, occhi, tensioni. Ho stretto i denti per soffocare il dolore durante l’intervento di Walter Veltroni e mi sono chiesta dove fosse finito quel sogno straordinario ed in cosa avessimo sbagliato, tutti, se si era giunti ad un punto di non ritorno. Ho ascoltato risate di scherno e sbeffeggi ed è stato in quel momento che ho compreso di essere completamente fuori posto. Se ancora ce ne fosse bisogno, in quella giornata io ho preso atto che in questo PD non c’è più posto per me.

Prendo la passione che metto in ogni mia battaglia, la unisco al mio orgoglio di aver votato SI’ al cosiddetto “referendum antitrivelle” e torno ad occuparmi di sociale. Torno nel posto più bello del mondo: quello dove c’è la gente vera che non vive di politica e che per sbarcare il lunario deve stringere i denti ogni giorno, ogni ora, in una precarietà infinita che davvero non ci meritiamo.

Torno, così, ad essere quella IndipendenteMente che mi piaceva da ragazzina. E lo faccio da donna, da madre, da ammalata, da lucana e da persona perbene che ogni giorno potrà continuare a guardarsi nello specchio sapendo di non avere debiti nei confronti della propria coscienza.

MIRNA BRUNA MASTRONARDI
IndipendenteMente