C’è una “rimborsopoli” a cinque stelle? No è una enorme bufala per intorbidire le acque elettorali. Ed è davvero indecente ciò che si sta consumando a danno del movimento di Di Maio, con scarso rispetto degli elettori tutti.

Con una pacchiana mistificazione linguistica (anche da parte di chi le parole dovrebbe conoscere il significato) si sta cercando di accreditare nell’immaginario collettivo l’opposto dei fatti, dando un’accezione deliberatamente negativa a cose che dal punto di vista dei cittadini hanno essenzialmente un risvolto positivo e comunque nulla a loro danno.

I fatti: gli eletti del M5S hanno scelto di restituire allo Stato una parte del LORO stipendio. Non hanno rubato niente a nessuno. Non hanno presentato scontrini falsi per ricevere rimborsi spese che non spettavano come è invece capitato in tante regioni. Una decina di essi (il numero è in corso di verifica) non hanno rispettato questo impegno. Certo. Ma la stragrande maggioranza lo ha fatto e al momento oltre 23 milioni di euro risultano essere stati versati su un conto del Ministero dello sviluppo economico per alimentare un fondo destinato alle piccole e medie industrie.

E’ chiaro? Gli eletti del M5S invece di metterseli in tasca tutti questi soldi (come avrebbero legittimamente potuto) li hanno restituiti allo Stato, cioè a noi cittadini. Cosa che non ha fatto nessun altro eletto di nessun’altro partito.

E allora perchè parlare a sproposito di una “rimborsopoli”? Perchè associare quel pugno di eletti che hanno ritenuto di tenere per se i PROPRI soldi a chi, invece, li ha RUBATI alla collettività esibendo documentazioni farlocche e intascando soldi NON SUOI?

E’ una evidentemente falsificazione della realtà tesa ad infangare l’avversario politico, intollerabile però per qualsiasi persona per bene e che non fa certo bene alla democrazia.

Certo la questione pone un grosso problema sul piano interno al M5S (circa la qualità ed affidabilità della sua classe dirigente) e sul piano esterno nei confronti degli elettori circa la sua capacità di far coincidere il dire con il fare di cui si è sempre vantato.

Ma è altra cosa dalla ruberia a cui si vorrebbe malevolmente associarla per non far emergere l’aspetto prevalente ed indubbiamente positivo: ovvero, la scelta praticata di non mettersi intasca 23 milioni di euro!

Ora, come è giusto, dato a Cesare quello che è di Cesare, non si può sottacere il problema connesso a questa vicenda della affidabilità delle metodiche usate per la selezione degli eletti da parte del M5S. Soprattutto in relazione ai taluni candidati nelle liste in corsa per le politiche del 4 marzo. perchè questo non è affare interno del M5S solamente ma rischia di avere un riverbero sinistro sulla legislatura che sta per aprirsi. E questo ci sembra l’aspetto più pericoloso della vicenda.

Certo Di Maio ha detto che le caccia dal movimento quest mele marce, che dovranno dimettersi una volta eletti. Ma una cosa è dirlo ed una cosa è farlo.

Perché tra il dire ed il fare c’è di mezzo: a) la formalizzazione delle dimissioni una volta eletti da parte degli interessati; b) un voto di accoglimento da parte del Parlamento; c) che costoro mantengano l’impegno a dimettersi e non decidano di rimanere ed andare ad ingrossare le fila del gruppo misto.

In quest’ultimo caso si andrebbe a mettere sul mercato delle vacche di una eventuale maggioranza risicata un bel gruppo di neo responsabili che non avrebbero altro interesse a far si che un governo qualsiasi si faccia pur di rimanere sulla poltrona.

E questo lo scopriremo solo fra qualche settimana.