Mai festività simbolicamente ha racchiuso tragicamente, con i concomitanti eventi di cronaca, un’immagine così plastica di un sistema nazione che va in rovina. Perchè, come ha acutamente chiosato oggi uno vignettista: “In Italia l’incuria non va mai in vacanza” tant’è che “Anche il ponte di ferragosto è crollato per cedimento strutturale“.  Risata amara certo a fronte del dolore inferto a Genova che già aveva colto il nostro Mario Bochicchio con la sua vignetta pubblicata nel pomeriggio di ieri.

Nel mentre vedevamo e rivedevamo le immagini di quel ponte altissimo che sovrastava case a capannoni una domanda, forse banale, ci frullava per la testa.

Come è stato possibile che a qualcuno sia venuto in mente di ideare ed altri di autorizzare la costruzione di un’opera siffatta, così banalmente ed evidentemente pericolosa? Non bisogna essere particolarmente competenti o disaster manager nell’immaginare, anche solo per ipotesi e al netto della sicumera dei calcoli ingegneristici, ma solo per mero calcolo delle probabilità, che collocare migliaia di tonnellate di cemento armato (che non è eterno) sopra capannoni industriali, condomini e strutture civili varie significava mettere in perenne pericolo tantissima gente. Un’opera simile (ammesso che la si voglia fare a tutti i costi per una sorta di grandeur) non doveva contemplare lo svuotamento abitativo della parte sottostante?

Ma sappiamo che la nostre è una domanda retorica in un Paese in cui opere potenzialmente pericolose ne sono state costruite tante e si consente ancora (per esempio) che migliaia di persone vivano tranquillamente in case abusive sulle pendici del Vesuvio.

Certo il territorio e le città hanno bisogno di infrastrutture, ponti e servizi. Ma queste opere prima bisogna progettarle e costruirle in modo che nemmeno potenzialmente possano costituire pericolo pubblico, poi bisogna tenerle funzionali e in sicurezza. E per fare ciò servono risorse umane ed economiche adeguate e permanenti.

L’Unione province italiane (UPI) ha reso noto che la spesa per Km, degli oltre 152 chilometri di strade provinciali e regionali, negli anni è passata da € 7,3 a € 2,2. Non occorre aggiungere altro ma constatare come la politica dei tagli di bilancio-imposta dalla follia liberista-  stia mettendo in pericolo quotidianamente la vita di noi cittadini.

Il ponte di Genova, certo non un’opera minore ma una infrastruttura nevralgica, affidata in concessione (sempre perchè -in onore del medesimo liberismo- il privato è più bello del pubblico) rientra in questo schema malsano in cui i profitti prima di tutto.

Un sistema imprenditoriale dominato da una cultura “incrementale” che concepisce come residuale il tema della manutenzione  e mentre tutto ciò che è stato costruito a partire dagli anni 60 va in rovina, preme pervicacemente per costruire altre opere stradali sempre più imponenti e spesso sempre più inutili.

L’Italia è piena di viadotti costruiti (solo 12 mila gestiti dall’ANAS) oramai decine di anni addietro e tanti altri (si valuta in 50 mila) di vecchia concezione. Servirebbero centinaia di miliardi per monitorarli. Ma è possibile questo che accada in tempi in cui si teorizza l’assenza dello Stato e si riducono sempre più le risorse pubbliche?

Pensiamo a quante vite e lutti si potrebbero risparmiare e quali prospettive di sviluppo per le aziende innovative italiane (con assunzioni di giovani) avviando -ad esempio- l’installazione di sensori per l’osservazione costante di tutti i ponti esistenti, mettendo a sistema il tutto con tecnologie satellitari?

Certo occorrerebbe un cambio di prospettiva del sistema Paese e parimenti del suo sistema produttivo.

Ma è davvero difficile immaginare che anche questo tragico crollo possa segnare l’avvento di uno spartiacque atteso da tempo, dopo ogni sciagura che ha martoriato il Paese (terremoti, alluvioni….) e che non è mai arrivato.

Frasi di circostanza, promesse, lacrime……e poi tutto torna come prima. Per poi ricominciare il tragico teatrino alla successiva (spesso preannunciata – come in questo caso) sciagura.

Chissà se, questo che si è presentato come “il governo del cambiamento”, sarà tentato in questo frangente ed in questo settore (molto più impegnativo e molto più “vitale” per gli italiani, che la cacciata dell’uomo nero) di interpretare appieno la sua mission.

Magari buttando a mare la cultura delle opere faraoniche e partire -invece- dalle priorità sino ad ora ignorate della manutenzione, prevenzione e ammodernamento delle infrastrutture esistenti.

Perchè -come è drammaticamente sotto gli occhi di tutti- il crollo di un ponte fa molte più vittime di tutto il pattume di presunte emergenze di cui oggi si occupano le prime pagine e la relativa polemica politica prevalente.

Fatecelo vedere sto cambiamento, ma sulle cose serie.