C’eravamo tanto amati” è il famoso film commedia diretto da Ettore Scola nel 1974 ed interpretato da Vittorio Gassman, Nino Manfredi e Stefania Sandrelli …che sovviene alla lettura della nota che riportiamo di seguito a firma di Giovanni Petruzzi, gia stretto collaboratore di Antonio Luongo, passato per tutte le evoluzioni della sinistra lucana dal PCI al PD ed ora all’Mdp.

Come nel film di Scola, in questa vicenda di ex,  scorrono decine di anni passati insieme da parte di protagonisti chiamati in causa ora divisi dalle vicissitudini della vita…politica in questo caso. Comunque la si pensi il renzismo ha delineato una linea di demarcazione profonda tra un passato (che come nel film appare sempre più lontano ed in bianco e nero) ed un presente (a colori ?) che è tutto da scrivere con persone in carne ed ossa che hanno visto le proprie vite intrecciarsi ed poi separarsi.

La vicenda, come quella del film, possiede un’amarezza di fondo nel suo riguardare tanti anni di storia andati attraverso i suoi disillusi rappresentanti, con le tante contraddizioni che oggi ci perseguitano tutti. Il critico Aldo Viganò scrisse: «Dopo C’eravamo tanto amati per il cinema e per la società italiana si apre solo il tempo della confusione, della rabbia, del rimorso. E contemporaneamente, nasce la spiacevole sensazione di sentirsi sospesi nel vuoto: politico, estetico, culturale».

Quanta attualità in questo giudizio di allora. Ma allora c’erano i partiti veri che sopperivano o quanto meno ci provavano. Li si è distrutti ed ora se ne sente forte la mancanza. Ed è in questa impresa al limite dell’impossibile che può trovare una ragione questa polemica amara. Altrimenti sarebbe sterile…..fine a se stessa.  Ma Petruzzi ci sembra vada i questa direzione.

IL CULTO DELLA PERSONALITA’ NEL PD LUCANO

Oggi, per Renzi, la destinazione è la Basilicata ma, dopo la visita a Matera, ha accuratamente evitato di approdare a Potenza scegliendo la limitrofa Tito.

D’altronde nel capoluogo di regione vi è un Pd da quasi due anni orfano del segretario regionale e già dai 18 mesi precedenti, con Luongo in carica, privo di qualsiasi altro organismo dirigente collegiale per consapevole scelta di chi in quest’ultimo quinquennio ha pensato meramente a costruire un partito personale parallelo a quello ufficiale, utilizzato in più circostanze come “capro espiatorio” per giustificare manchevolezze o come guscio vuoto da bypassare per attuare discutibili scelte di potere.

Sebbene sia stato convocato, proprio a ridosso del 2° anniversario del decesso di Luongo, il congresso regionale, il Pd lucano continua ad essere un partito senza capo né coda, apparentemente anarchico ma, nei fatti, ispirato dalle peggiori prassi “orientali”, a partire dal deleterio “culto della personalità” ideato da Stalin e che in Romania, con Ceausescu, ha raggiunto la sua apoteosi.

Che altro significherebbe il tentativo, smascherato e poi abortito, di realizzare a Rivello un murales celebrativo della figura del Presidente della Regione?

Che altro significherebbero i continui richiami di Lacorazza e dei suoi seguaci, in ogni intervento pubblico, alla centralità di sé stesso con la recita del mantra sulle posizioni assunte sull’art. 38 dello Sblocca Italia e sui Referendum del 17 aprile e 4 dicembre 2016 e sulla defenestrazione da Presidente del Consiglio Regionale?

L’implementazione di questa concezione tolemaica della politica sta raggiungendo il top nei prodromi di questa campagna congressuale con Pittella che ha imposto la candidatura- e presumibilmente l’elezione- del suo delfino a segretario regionale e Lacorazza che quale base della piattaforma programmatica della sua corrente propone una sorta di “ritorno al futuro” con l’applicazione dello Statuto regionale da lui proposto quando era segretario regionale nel 2008.

Ovviamente la degenerazione personalistica del Pd lucano è in perfetta sintonia con la mutazione genetica impressa a livello nazionale da Renzi con la trasformazione del soggetto politico che doveva amalgamare le culture riformiste italiane nell’appendice personalistica del capo, ovvero nel PdR (Partito di Renzi).

In Basilicata si cerca di emularlo con il PdP (Partito di Pittella) e il PdL (Partito di Lacorazza).

Questa irreversibile deriva ha rappresentato una delle motivazioni che hanno spinto tante persone come me a lasciare il Pd ed a proseguire l’impegno politico in Articolo Uno, un movimento dove il confronto è paritario e non sussiste la venerazione del capo di turno, ovvero un luogo dove si cerca di stimolare la passione e la militanza attiva sugli obiettivi programmatici, affermando il primato della politica e dello strumento partito quale cervello collettivo e comunità di donne e uomini liberi che esprimono un comune senso di appartenenza.

Giovanni Petruzzi- già Sindaco di Anzi e aderente ad Articolo Uno-Mdp-