Forse Matteo Renzi pensava di essere alla “Ruota della fortuna”,  una delle famose trasmissioni TV condotte dal mitico Mike Bongiorno, a cui partecipò da giovine,  (o forse si è confuso col Rischiatutto, altra mitica trasmissione di Mike ora riesumata dal suo mentore Fabio Fazio) quando ha deciso di puntare tutte le sue carte sul Referendum Costituzionale.

Ma la risposta (degli italiani) non è stata quella (che lui pensava) giusta  ed ora non gli resta altro che uscire, non solo dalla cabina (di comando), ma dagli studi televisivi e dalla trasmissione.

“Torna a casa Renzi” dovrebbe dirselo da solo, essendo nel suo stile, nel suo linguaggio leggero e caustico.

Ma ovviamente a tutto pensa tranne che a questo.

Anzi, a dispetto delle parole che ha dispensato a caldo, ringalluzzito dal suo giglio magico (quelli che… il 40% è una vittoria), sempre convinto che “dopo di lui il diluvio”, ha accarezzato il miraggio di un reincarico in nome del “pubblico interesse”. In subordine un suo uomo fidato (Gentiloni ad esempio, con Lotti a far da sua personale testa di ponte e gestore delle imminenti nomine).

Non a caso, con scarso senso delle istituzioni e rispetto dei ruoli, dopo aver dato le dimissioni in TV invece che davanti al Capo dello Stato, in queste ore si è asserragliato a Palazzo Chigi ed effettua delle consultazioni parallele a quelle di Mattarella. Roba da Repubblica delle banane.

Il problema, come dicono sempre più ad alta voce tra i gruppi parlamentari del PD “è che non ha capito  di aver perso il referendum. Pensa di averlo vinto e si comporta di conseguenza.” Pensa di poter continuare a dare le carte del gioco.

Ora, che Renzi fosse una personalità di scarso spessore l’avevamo compreso e scritto in tempi non sospetti, sin da quando venne la prima volta a Matera, quasi in concomitanza con Massimo D’Alema. Il primo al cinema Comunale e il secondo a Palazzo Lanfranchi. Un abisso tra i due.

In quell’ora di show di Renzi si avvertiva già il ” vuoto pneumatico”, intorno a cui c’era la caramella delle battute e delle trovate propagandistiche poi meglio affinate sino a gabbare larga parte dei partecipanti alle successive primarie del PD, ma che non è servito a convincere il 60% degli italiani domenica scorsa. Specie dopo tre anni di governo che ha dipinto un’Italia che non c’è. Il tempo è implacabile e prima o poi mette a nudo se sei un venditore di balle.

Ma preso dalla sua superficialità e dal suo ego Renzi con la gestione di questo referendum a livello così personalistico si è infilato in una strada senza uscita ed ha portato con se l’intero Paese sul baratro di questa crisi in modo del tutto irresponsabile.

E’ stato un errore politico madornale, da dilettanti allo sbaraglio. Uno snodo che ha definitivamente dimostrato quanto egli sia incapace (vedi i provvedimenti bocciati dalla Consulta: la riforma Madia, il progetto di riforma delle banche; oppure la genialata di una legge elettorale fatta per una sola camera, la fallimentare cosiddetta buona scuola, etc. …..), privo di valori, bugiardo (“abbandono la politica”, “il salto nel buio”, ecc.) e saldamente attaccato al potere,  insomma un personaggio altamente pericoloso per il Paese.

Occorrerebbe liberare il campo da questa insidiosa presenza che sembra essere incline a combinare guai così grossi, come se fossero banali “bischerate”.

Ma chi lo può fare, considerato che lui non crede nemmeno a lui stesso (“Se perdo il referendum sulla riforma costituzionale smetto di far politica.” )?

Secondo un acuto articolo di Alberto Asor Rosa pubblicato su “Il manifesto” di oggi -che affronta il tema del dopo NO da un punto di vista di sinistra- è un compito che dovrebbe intestarsi lo stesso PD (http://ilmanifesto.info/via-renzi-nuove-alleanze-di-centrosinistra/).

Ma la vediamo dura, considerata la colonizzazione dello stesso dalle truppe cammellate renziane e la oramai indebolita presenza della cosiddetta sinistra Dem che pure sembra muoversi in questa direzione e che ha in programma per il 17 dicembre a Roma una sua manifestazione. Forse Franceschini e i suoi, chissà. Forse  i tanti che cominceranno a scendere dal carro non più vincente….

Consigliamo, comunque, la lettura di questo articolo di Asor Rosa sempre puntuale e concreto che riportiamo integralmente di seguito.

alberto-asor-rosa

Via Renzi, nuove alleanze di centrosinistra

di Alberto Asor Rosa

La confusione è grande sotto il sole. Capita, soprattutto dopo un trionfo inaspettato, almeno per quanto riguarda le dimensioni.

Provare a rimettere ordine può apparire presuntuoso ed estremistico ma l’estremismo, quello del cervello, beninteso, dell’altro, quello pratico, non mette neanche conto parlare, – consiste nel fornire quadri interpretativi, magari illusori, ma in qualche modo fantasmi di un progetto che potrebbe esserci, e che forse sarebbe bene che ci sia.

Proviamo.

1. HO SEMPRE PENSATO che Matteo Renzi sia un politico mediocre, più aria e smorfie che sostanza, e l’ho persino scritto più volte. Il fatto che ci sia anche un «populismo del potere» in grado di sedurre masse cospicue di nostri concittadini (è accaduto altre volte nella nostra storia recente), non mi ha mai dissuaso da questo convincimento.

Tuttavia, è vero che nessuno, neanche uno di noi, avrebbe immaginato che un politico, per quanto mediocre, s’infilasse, gridando e ridendo, in un tunnel cieco come quello del referendum.

Siccome è accaduto, siamo autorizzati a pensare che Renzi, oltre a commettere errori, sia incline a combinare disastri: oggi il referendum, domani chissà.

Ma c’è di più. Per l’attaccamento al potere e l’assoluta mancanza di valori, Matteo Renzi non è solo un politico catastrofico: è anche un politico pericoloso. Meglio provvedere prima che dopo.

Se tutto ciò è vero, non solo il Parlamento e gli altri organismi istituzionali a ciò delegati dovrebbero liberarci nei modi opportuni di lui, ma anche il gruppo dirigente del Pd, – do per scontato che ne esista ancora uno, – dovrebbe fare rapidamente lo stesso. Un altro Segretario è condizione indispensabile per riavviare il processo.

2. IL SECONDO PROBLEMA È IL PD. Nelle sue innumerevoli e troppo frequenti trasformazioni, questo partito è tuttavia sempre rimasto (più o meno) un partito di centro-sinistra.

Ora cos’è?

L’abbandono totale, il rifiuto categorico da parte di Renzi di questa irrinunciabile caratterizzazione ha gettato il Pd, sia dal punto di vista programmatico sia dal punto di vista comportamentale (alleanze, scelte di valori, messaggi al popolo, ecc.) in un limbo indefinito e universalmente fungibile.

Questa, dopo quella personale di Matteo Renzi, è la seconda catastrofe.

Può l’Italia, con le sue problematiche sociali, economiche e strutturali, arrivate a livelli emergenziali folli, fare a meno di un partito di centro-sinistra in grado di proporsi come punto di convergenza di un insieme di forze?

GUARDANDOSI INTORNO (la nostra innominabile Destra, il mortificante populismo nostrano, il Movimento 5 Stelle), non si può che rispondere che, sì, non può farne a meno.

Però, un partito di centro-sinistra per essere tale dev’essere un po’ di centro ma anche un po’ di sinistra: se no, non è un partito di centro-sinistra; è un partito di centro (più o meno) che guarda a destra. Il partito di Renzi, appunto.

La seconda impresa che il gruppo dirigente del Pd dovrebbe compiere, dopo aver liquidato Renzi, è rifare del Pd un partito (chiaramente, anche se settariamente) di centro-sinistra.

3. LA SITUAZIONE È TALE da pretendere che non si perda altro tempo nel perseguire questi due obiettivi. Il referendum ha rivelato che le forzature e i colpi di mano non rendono. Ma anche che ormai la curva del dissenso e del rifiuto ha raggiunto nel nostro paese livelli altissimi, estremamente rischiosi.

Premono alle porte le falangi delle nuove milizie antirepubblicane, antistituzionali e persino antinazionali. Siamo al peggio del peggio. Ma quale straordinario impulso alla catastrofe ha impresso la mediocrità catastrofica dell’ormai ex Premier?

PER QUANTO POSSANO apparire parole d’ordine di vecchio stampo, solo un nuovo radicamento sociale nel paese potrebbe sbarrare la strada a tali inedite forme di eversione: politiche economiche aperte e dinamiche, non semplicemente restrittive; nuove garanzie d’ordine e stabilità; una recuperata dignità dello Stato e del pubblico; un impegno generalizzato e costante verso le classi povere e disagiate; una diversa attenzione ai giovani e al loro destino… Scendere nello scollamento che si è paurosamente allargato tra popolo e potere, e ricucirlo.

Bisogna dare una speranza a questo paese, non delle mance.

4. PER REALIZZARE UNA coalizione forte e rappresentativa di centro-sinistra, è necessario che vi partecipi, oltre che ovviamente un partito di centro-sinistra, anche quella che in Italia viene comunemente definita tout court «la sinistra». Del resto, non si tratta forse della medesima sinistra che, insieme con il partito di centro-sinistra, ha vinto le ultime elezioni politiche in Italia, consentendo poi a Renzi, che se ne è impadronito subito dopo con procedure sostanzialmente extra-istituzionali, di iniziare il suo temibile gioco?

«LA SINISTRA», OGGI in Italia, soprattutto dopo la duplice catastrofe renziana (governo e partito), appare animata da pulsioni contrastanti.

Le due più rischiose sono la tentazione dell’autosufficienza e qualche sotterranea (ma talvolta emergente) simpatia nei confronti dell’avanzata grillina.

Se sfuggisse alla tentazioni, diversamente micidiali, non potrebbe non tornare a persuadersi che in Italia, attualmente, l’unica prospettiva realistica di sinistra è il centro-sinistra.

A patto naturalmente che le due precedenti condizioni si realizzino: ossia il Pd si liberi di Matteo Renzi e torni di nuovo a muoversi in una direzione di centro-sinistra.

Altrimenti, com’è chiaro, anzi chiarissimo, sarebbe una proposta del tutto infondata, anzi, meglio, campata per aria.

5. SE LE QUATTRO condizioni precedenti si realizzassero in uno spazio ragionevole di tempo, o almeno ci si muovesse con chiarezza in tali direzioni, ne scaturirebbe un diverso quadro politico-istituzionale.

Non solo, come dicono tutti, e com’è giusto, per elaborare una nuova legge elettorale, coerente con il senso assunto dall’esito del referendum. Ma, più a fondo, perché non ci sarebbe bisogno di altre elezioni politiche a breve, per far emergere un processo rinnovatore di tale portata: anzi, in questo senso potrebbero essere addirittura micidiali (non a caso Renzi, pro domo sua, le invoca al pari di Grillo).

FINO A QUANDO? Questo lo si deciderà più avanti, a processo avviato, la legislatura termina nel 2018, non poniamo limiti alla Divina Provvidenza.

Certo, come ammoniva Prezzolini più o meno quando stava per sorgere l’astro di Benito Mussolini, «ci vorrebbe un Uomo». Però, se le condizioni, si danno, «un Uomo», o, s’intende, «una Donna», si trovano.

Vorrei concludere il discorso ancor più estremisticamente: non c’è altra strada.