Innovare la politica e sconfiggere l’antipolitica e magari portando al voto sfiduciati o quanti nel disagio generale andranno a votare turandosi il naso, scegliendo il “meno peggio’’. Pierluigi Diso, avvocato di Matera, che ragiona con la sua testa, non ci sta e coltiva l’utopia che nel cambiamento e nel Pd occorre crederci, nonostante le correnti, i leader inamovibili che portano avanti le strategie del posizionamento a tutti i costi per essere riconfermati a Roma nelle elezioni del 4 marzo prossimo e per dire la loro – su schemi consolidati- in quello che accadrà alla regionali o alle amministrative e, di riflesso, in tutto quello che è a valle della dimensione del consenso e delle compensazioni.  E così sfoglia la margherita ( o fiore petalato come l’hanno definito i neo scudocrociati) di Renzi,del renzismo e dei renziani, indicando la corolla delle forze nuove che possono produrre con dialettica e progettualità aggregazioni in una società e in un elettorato che chiede chiarezza sulle priorità. Gli slogan da 1 milione di posti di lavoro ( per gran parte precari) e con una economia dai dati mutevoli alla fine portano alla teoria del bicchiere  ‘’mezzo pieno’’. Ma di cosa? Di acqua o di vino?  Diso, che si è ricavato uno spazio di autonomia propositiva in battaglie come la zona economica speciale e nelle analisi economiche territoriali, invita il  PD a far valere e a essere garante delle regole, a presentarsi agli elettori come quella parte del mondo italiano che ha prodotto il welfare. E ricorda l’errore di Romano Prodi, che finì prigioniero dei partiti. Già ma allora c’erano  i partiti. Ora,invece, tante correnti e centri di potere e una miriade di orticelli locali, dove si coltivano carote, cavoli a merenda… e invidia, anzi indivia nelle diverse varietà. Democrazia o opportunismo?

LA NOTE DI PIERLUIGI DISO

I risultati delle primarie del 2007 rappresentarono un successo pieno per il PD, sia in riferimento alle aspettative, sia in termini assoluti. Le primarie di allora misurarono la partecipazione attiva, quasi militante, cioè un successo inaspettato, adesso, dopo dieci anni c’è nuovamente il rischio che l’era berlusconiana sia alla finestra.  A questo non si può non aggiungere la sfida dell’antipolitica grillina, che segnala una disaffezione nei confronti di un centro-sinistra incapace di fare scelte nette, di realizzare e mantenere le promesse. La mancanza di produttività della macchina istituzionale legislativa nel suo insieme, l’ostentazione dei privilegi, la lottizzazione di ogni spazio pubblico, anche di quelli che non dovrebbero essere toccati dai partiti, stanno formando una sorta di disincato. Proprio in questo quadro va ricercata una partecipazione popolare tale da andare al di là di ogni aspettativa degli stessi leader (quali?) e che in Italia si sta muovendo qualcosa di nuovo, che va analizzato. Renzi o il renzismo? Qual è il problema? Certo D’Alema ha fatto nuovamente la sua parte, spaccando ancora una volta il partito di appartenenza; però il Paese non è più riducibile alla ribellione proprietaria e borghese che continua a predicare la rivolta contro le tasse o a quella che chiede la distruzione dei partiti. Dieci anni fa, come qualche giorno fa quando di corsa si è votato nuovamente in Basilicata, molti cittadini hanno ancora una volta dimostrato che c’è una richiesta di politica diversa: si chiede un’altra politica con nuovi protagonisti, giovani e, magari, fuori dall’oligarchia. La gente che versa soldi per votare alle primarie lo dimostra e così si prende il suo spazio, lo difende e lo rende simbolico. Quindi, l’antipolitica non è altro che la voglia di cambiare l’Italia, cosa che non è impossibile e nemmeno inutile. Il popolo del PD ritiene che il cambiamento sia possibile e questo significa riscoprire di avere un popolo attivo e reattivo, in un momento in cui credeva di averlo perduto. Certo, in molti sono ancora spaesati alle urne e le alchimie del dopo e le litigiosità di adesso difficilmente saranno rese trasparenti da una campagna elettorale che nei prossimi giorni si annuncia al tempo stesso opprimente e confusionaria. Molti cittadini stanno già vivendo con incertezza e turbamento il loro compito di elettori e molti si chiedono se avranno veramente il “diritto di voto”. Ecco che bisogna soccorrere quel popolo elettore che da cittadino responsabile è turbato e vive un sentimento di profondo disagio, quasi di impotenza combattuto tra una coscienza civile e una consapevolezza critica che lo spinge a “tapparsi il naso” e andare a votare. Non si può scherzare su ciò e questo disagio va affrontato e superato, lavorando con forza perché un PD unito e competente, ambizioso e credibile non è solo un valore, ma può far vincere ancora l’Italia. Le ultime primarie in regione hanno evidenziato che c’è una parte che ritiene il cambiamento possibile. Naturalmente c’è un senso di allarme da parte di chi ormai non crede più che la politica sia capace di rigenerarsi, di aprire un nuovo spazio alla partecipazione civile, non solo in vista delle campagne elettorali: la sfiducia nella classe dirigente va di pari passo con la partecipazione. All’hotel del Campo a Matera, durante le primarie per eleggere finalmente il segretario regionale del PD un cittadino, uscito dall’urna, ha detto: ”sono andato a votare, perché quando c’è la possibilità di partecipare me la prendo, anche se da queste primarie non mi aspetto nulla”. Tale dichiarazione fotografa appieno i due sentimenti contrastanti che convivono nell’elettorato e cioè una grande delusione, ma anche una grande voglia di esserci e di provarci ad ogni occasione utile. Questo elettorato demotivato non va disperso. Sino ad oggi solo Veltroni prima e Renzi poi hanno avuto la forza iniziale che però dev’essere riconquistata giorno per giorno, cioè riavvicinare quei milioni di italiani  che vanno a votare, che versano l’euro e che vogliono sostenere un impegno, un progetto, un’avventura, un sogno politico nuovo. La spinta verso il cambiamento c’è ancora. A Matera si è registrata in questi ultimi giorni e se il PD è nato per essere strumento per il cambiamento, a partire da se stesso, dalle procedure e dalle regole interne allora il partito è forte, nonostante sia disarmato; è aperto e quindi contendibile ed è libero perché è scalabile. Tutto ciò non si è mai registrato nemmeno nei partiti della prima Repubblica e non è elemento caratterizzante i nuovi movimenti e il partito azienda, proprio in virtù della sua struttura aperta verso la società civile. O Renzi e i renziani locali capiscono che devono usare questa forza per cambiare oppure l’avventura fallisce e si continuerà ancora a sognare: d’altronde la politica è utopia. Il PD deve semplicemente far valere le regole, essere il garante delle regole e deve presentarsi agli elettori come quella parte del mondo italiano che ha prodotto il welfare. Non dimentichiamo l’errore che fece Prodi: aveva un potere enorme e lo perse perché rimase prigioniero dei partiti; perciò questo PD deve liberarsi degli apparati preesistenti ed invitare i cittadini liberi e forti ad impegnarsi con passione civile prima che politica ogni volta che si apre una finestra nella stanza blindata e autoreferenziale degli apparati che, per contro, si chiudono a riccio. Il primo banco di prova saranno le consultazioni politiche del 4 marzo. Solo così un nuovo PD saprà corrispondere alla richiesta inderogabile di colpire costi e inefficienza della politica. Ora tocca innovare il partito, rivolgersi a quei professionisti che devono necessariamente occuparsi della cosa pubblica e contribuire a sconfiggere l’antipolitica. Dire che bisogna distruggere i partiti è una scemenza: non c’è bisogno di aspettare Grillo per vedere cosa sarebbe la politica senza i partiti, Berlusconi è già un esempio del dopo, di un partito creato in uno studio televisivo. Ecco perché la gente avverte un ambiente nuovo, di forma e di sostanza, almeno nell’atto costitutivo del PD e nelle sue primarie originarie; ecco che occorre un leader che raccolga le masse e dia ad esse nuova linfa e le traghetti al momento verso il voto politico del 4 marzo, evitando di trasformare la politica in un evento mediatico, perché la politica è condivisione e va fatta parlando un linguaggio comprensibile ai cittadini. Quello che occorre adesso è aprire la chiusura dello spazio politico, senza fare a meno di tutti coloro che sino a questo momento hanno fatto politica: ci sono delle ricchezze che vanno salvaguardate, delle competenze e esperienze necessarie per andare avanti che sono dentro, ma anche fuori dalla politica e vanno ricercate e accreditate per consentire l’accesso a quella parte di società civile che vuole partecipare. E’ necessario che i dirigenti di partito consentano e prevedano la possibilità di accesso a quella parte di società civile che vuole prendere parte alla vicenda politica e non resti sorda a queste richieste di partecipazione, specie adesso che la destra e il civismo è diventato allarmante, superando così anche la “crisi di rappresentanza”. In conclusione, le primarie sono state la carta di identità del PD e sono state sempre un forte segnale di fiducia non nel ceto politico, ma in una possibile prospettiva futura, specie se si considera che il popolo del PD risponde se viene sollecitato; la politica ha ancora qualche carta da giocare. Se il PD del 2008 non c’è più e Renzi lo ha rottamato vincendo la sua scommessa, quello nuovo quali forme sta assumendo, ad un anno dal referendum e alla vigilia delle elezioni di primavera? Rimettere insieme il centrosinistra sembra ormai appartenere al passato, al sogno veltroniano e l’aria invernale e gelida è quella di un regolamento di conti che inevitabilmente si aprirà già il 5 marzo prossimo. Tutto è stato deciso, prima votare e vincere e poi tutto il resto.

Pierluigi Diso