Di quella che fu una sinistra forte, gloriosa, capace di essere di popolo, pedagoga di massa dei valori della democrazia, capace di battaglie memorabili e di conquiste importanti per i lavoratori e il Paese….sono rimaste solo macerie.

Lo ha certificato impietosamente il voto del 4 marzo che ha evidenziato, inoltre, come nel Paese vi sia un vero e proprio rigetto per tutto ciò che si definisce “sinistra”.

Un epilogo inimmaginabile sino a qualche anno fa, ma inevitabile, considerato come nel tempo, a partire dalla superficiale svolta della Bolognina, la classe dirigente figlia di quella storia si sia sempre più sbracata culturalmente e nella prassi, sino a mutuare pensieri ed azioni del campo, sino allora, avverso.
Con un totale allineamento al pensiero unico liberista (spacciatosi come una legge della natura, pertanto, immodificabile) e la rinuncia ad uno proprio, ad un orizzonte critico del sistema che si stava impadronendo di tutto e della vita di tutti.

Da qui la deriva conseguenziale verso il “così fan tutti”, l’annacquarsi in un “centro sinistra” indefinito, l’abbandono di una forma partito quale associazione di cittadini con vita autonoma rispetto agli eletti. Eletti che sono, invece, diventati centrali. Oltre a loro più nulla.

Quindi i partiti sono degenerati in meri contenitori di tanti comitati elettorali di tizio o caio, sempre più, un contro l’altro armati. Idee zero, dibattito zero, solo autoconservazione con proprie filiere da nutrire con favori piuttosto che con idee e programmi. Una condizione che ha resistito fino a che la nausea non ha prevalso sull’equivoco di una sinistra solo nominale e non più sostanziale.

Il renzismo ha portato alle estreme conseguenze e compimento questa parabola, svelando fino in fondo la mutazione genetica e lo snaturamento nell’uso del termine sinistra applicato alla demolizione dei diritti dei lavoratori, contribuendo in modo significativo ad aumentare il rigetto di massa per questo campo politico, mai così mal rappresentato.

Ed ora, che fare? Dopo che, come scrisse Lenin a seguito della vittoria zarista (1907-1910), tutti i partiti di sinistra sono stati battuti e “scoraggiamento, demoralizzazione, scissioni, decomposizione, tradimento, pornografia invece di politica” hanno dominato il campo?

Prima di tutto servirebbe un dibattito serio, una analisi profonda delle ragioni di questa debacle, quindi la ricostruzione di un pensiero critico dei rapporti di forza esistenti, tutti squilibrati a danno dei più deboli.
Una sorta di ripartenza dall’ABC politico e culturale di questo campo che deve tornare a fare urgentemente il proprio mestiere nel necessario equilibrio tra capitale e lavoro.

Ma, a più di un mese dalle elezioni, non si è ancora letto uno straccio di interpretazione della sconfitta, nemmeno un abbozzo di analisi da parte di nessuno dei tanti rivoli in cui si è dispersa la sinistra di questo Paese.

Nemmeno da parte di chi come Liberi e Uguali (pur fallendo negli intenti che erano molto più ambiziosi) è pur riuscita ad entrare in Parlamento, raccogliendo l’appassionata speranza (morale e politica) di un milione di elettori.

Forse perché semplicemente non può. Essendo stata la sua stessa genesi “convulsa”, frutto della tattica più che di una profonda riflessione. Di una sostanziale assenza di cultura politica (quella dei mezzi e dei fini), di una mancanza di idee che ha portato al mero parlarsi addosso. Non a caso a monte non si troverà traccia di alcun documento di elaborazione, essendo le elezioni l’unico orizzonte vero.

Insomma, l’esperimento di LeU è andato malissimo non solo per cause oggettive, ma anche per gravi errori soggettivi dei gruppi dirigenti delle tre componenti, che hanno dato vita ad un processo di alleanza, e di scelta della leadership, assolutamente autoreferenziale.

Ed è in questo chiudersi nell’autosufficienza del ceto politico che è mancata la capacità di elaborare e offrire un programma semplice, capace di catalizzare il disagio sociale e sottrarre il potenziale elettorato alla fascinazione populistica.

Eppure a volerla vedere una buona elaborazione di cultura economica, finanziaria, sociologica e giuridica sui malanni della nostra società e sui rimedi già c’è. Così come già c’è una profonda e lucida, seppur urticante, analisi degli ultimi decenni prodotta da Tomaso Montanari all’avvio del Brancaccio e che rimane tutt’ora valida.

Adesso, prima che la superficialità e/o la disperazione prendano il sopravvento e travolgano quel poco che ancora rimane, occorrerebbe ripartire dalla consapevolezza della necessità di una organizzazione politica autonoma. Chiudendo con l’idea che la struttura portante del partito siano gli eletti (parlamentari, sindaci, consiglieri regionali sino a quelli comunali) e riconoscere, invece, il suo ruolo centrale ed autonomo in quanto associazione di cittadini. Ritenendo vitale, invece, che tra partito e titolari di cariche elettive permanga un dualismo, una dialettica, una distinzione di compiti.

Occorre, insomma,  per ripartire con il piede giusto un soggetto dotato di una rappresentatività dei militanti che svolga il ruolo di intellettuale collettivo, di discussione, di elaborazione di iniziative e proposte, nonché depositario culturale e valoriale.