Il pericolo del ritorno del fascismo è una realtà per il segretario della Cgil Susanna Camusso. “Quando arrivano le squadre a picchiare i dirigenti delle camere del lavoro e gli studenti che sono in una piazza dei mercatini di Natale – dice -, quando si entra nelle sedi e nelle associazioni che stanno lavorando per leggere dei comunicati, quando si pretende di essere nelle piazze per decidere chi ci può essere o no mi pare che sia evidente che siamo di fronte a degli episodi di squadrismo fascista e come tali vanno trattati”. Ciò che è grave per Camusso è che in Italia “Intanto non sono applicate le leggi. Siamo un Paese che ha nella Costituzione il divieto della ricostruzione del partito fascista. Li si è lasciati crescere e presentare alle elezioni, si è continuato a dire sono ragazzate mentre siamo di fronte a un fenomeno di intimidazione diffuso”.

Il fascismo è stato una delle forme, di portata mondiale, della reazione antidemocratica della prima metà del secolo XX. La situazione economica, sociale, culturale e politica che lo generò nel primo dopoguerra è profondamente cambiata e sono cambiate, ma non per questo sono meno virulente, anche le forme di aggressione alla democrazia. Il fascismo, anche se non muove più alla conquista dell’Etiopia, rimane un precedente di rilievo, ricco di strascichi e di suggestioni. Perciò ha ancora la capacità di dividere gli italiani, moralmente e politicamente. Si tratta allora di capire come il problema della libertà e della democrazia in Italia abbia ancora un legame con quello del fascismo e dell’antifascismo.

Dice Calamandrei: “la Resistenza non deve essere celebrata come un fatto consegnato al passato (evento storico), ma come il primo atto della costruzione di una nuova Italia. Tuttavia questa nuova Italia oggi però nel perdurare e inasprirsi delle diseguaglianze è difficile vederla.”

I partigiani morti ci giudicano: questo intendeva e – se capisco – il giudizio non è positivo. Al di là di certa retorica, sono passati settant’anni e i principi fondamentali della Costituzione sono calpestati. Ben vengano libri e studi ma la retorica politica, no. Anche la scuola, che si voleva pubblica e libera, è derisa, umiliata da una riforma che ne snatura compiti e funzioni. “Una scuola che seleziona, (intrisa della retorica neoliberista della meritocrazia – ndr) distrugge la cultura. Ai poveri toglie il mezzo d’espressione. Ai ricchi toglie la conoscenza delle cose”. “Non c’è nulla che sia ingiusto quanto far parte uguali fra diseguali!”. “La parola è la chiave fatata che apre ogni porta”. Una scuola che mira alla formazione della collettività consapevole: questa la lezione costituzionale e antifascista della scuola di Barbiana, che ancora i ceti dominanti e le loro politiche rifiutano di accogliere! Ridando oggettivamente fiato al revanscismo di ritorno.
E l’esodo biblico dalle coste africane? E “L’Italia ripudia la guerra come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali”? Un’idea forte e giusta, atteso che la politica è mediazione, altrimenti a che serve? Oggi, vogliono bloccare l’immigrazione sparando sui barconi di disperati che scappano dalla morte. Programmano l’uso delle armi e si dichiarano cristiani e solidali. Un’indecenza.

Persino le celebrazioni della Resistenza vengono condite tante volte col marcio degli appelli alla “riconciliazione”. In realtà l’unica “memoria condivisa” è quella che riconosca “come propria identità lo schierarsi di cuore e di ragione con chi scelse la Resistenza” contro il fascismo repubblichino. Il partigiano, che occorre risvegliare in ciascuno di noi, vive di questi sentimenti.

Invece, esponenti di primo piano del partito di governo non sanno pensare ad altro che proporre di mutilare i monumenti trasmettendo un messaggio di impotenza: di una politica ridotta a propaganda. Perché i governi democratici, a differenza di quelli autoritari, non praticano l’iconoclastia: essi hanno il dovere di utilizzare strumenti ben più potenti e appropriati.

Per fortuna, e tardivamente, ci si è mossi con una prima manifestazione popolare a Como! Perché si è arrivati a tanto? Perché, contro i troppi gruppi dichiaratamente neofascisti o neonazisti finora non sé mobilitata anche solo una piccola parte della forza di polizia usata negli ultimi mesi contro i poveri, i marginali, i migranti? Perché finora s’è parlato di “ragazzate”? Siamo così costretti a capire, finalmente, che la mobilitazione popolare è la prima difesa dai rigurgiti neofascisti. Non lo capiscono in tanti: anche nei partiti di governo. E non lo capisce, strumentalmente, il M5S che si limita a dichiarazioni formali, forse per non deludere i suoi elettori di destra. La Destra, ovviamente, resta silente!

Il governo dispone di strumenti di intelligence, ed è ora di veder chiaro nelle sorprendenti ramificazioni e negli intrecci che legano i neofascisti in carne ed ossa, ad ambienti insospettabili.