Occorrerebbe una Politica contro la piccola politica, quella «del giorno per giorno», quella delle «lotte di preminenza tra le diverse fazioni di una stessa classe politica»!

Considerazioni di tal genere ritualmente commentano discussioni, tavoli e tavolini ogni maledetta volta si torni a discutere sulla necessità sacrosanta di “unire a sinistra”, guarda caso sempre nell’approssimarsi degli appuntamenti al voto, questa volta referendario e amministrativo della prossima primavera.

A conforto di tale sconsolata constatazione, rammenterei a tutti le parole dette qualche giorno fa da Lidia Menapace, sodale storico del Gruppo di parlamentari fuorusciti dal PCI nel 1969 e cofondatrice de Il Manifesto: “Si può oggi cercar dire qualcosa di «politico» senza ricordarsi che stiamo con un piede già in una guerra, e non occorre dire altro, per evocare tutti i peggiori fantasmi della nostra memoria? Ma per non ammutolire, perché nessuno si chiede prioritariamente se qualcuno si ricorda ancora dell’articolo 11 della Costituzione che afferma perentoriamente «L’Italia ripudia la guerra»? Se lo ricorderanno nelle tante assemblee costitutive ‘a sinistra’?

Che c’è? E’ questione troppo lontana dalla nostra portata, per evocarla addirittura  in tali discussioni? E invece, di contro, vedrete quale profluvio di commenti e giudizi sulla dabbenaggine della sinistra meneghina che regala ai poteri forti il Comune di Milano! Ma come non cogliere che entrambi i fatti rappresentati si iscrivono nella difficoltà nostra a uscire dalla egemonia culturale dell’avversario? Trovo, ovviamente, utile che si discuta di politica e di sinistra e non dico nulla di nuovo se rammento a tutti che non c’è una sola idea di sinistra, o di soggetto politico (forma partito si diceva un tempo); così come – a sinistra – ci sono diverse letture della crisi economica, politica, istituzionale, ambientale, civile dell’Italia e dell’Europa.

Ma alcune cose mi sembrano per fortuna acclarate e altre possono essere risolte col semplice buon senso. Proviamo a metterle in ordine, sia pure in maniera schematica per necessità giornalistica. I critici non me ne vogliano: sapranno cogliere i riferimenti cui si rimanda.

  • Intanto, ricordiamoci che il senso e la funzione storico-politica della sinistra si definiscono se si è in grado di indicare una via d’uscita dalla crisi, e di organizzare su questa via un movimento di lotta politica, sociale, culturale. E ricordando che la politica non parla più alla gente se non si misura con quel che di nuovo e di profondo si muove al di là della superficie e che riguarda l’esperienza umana. I problemi politici cominciano a essere anche antropologici. I giovani sentono che l’ordine attuale (il «pensiero unico» mercatista) li condanna a non avere un futuro. Basta guardare le cifre della disoccupazione giovanile nel Mezzogiorno. È un genocidio!
  • Da quando matura la “rottura” della crisi? Dalla grande svolta promossa da Reagan e dalla Thatcher, quando la finanza da infrastruttura dell’economia è diventata struttura a sé, finalizzata a produrre denaro e ai capitali è stata data la totale libertà di circolazione.
  • Ma perché questa rottura degli equilibri? L’economia si è mondializzata, la politica no, restano gli Stati nazione. Le vere grandi decisioni sono altrove e la politica ha cessato di esprimere la funzione precedente, quella di manifestare un grande potere, attraverso la formazione di classi dirigenti all’altezza.
  • Che cosa dunque è accaduto? Il capitalismo dei paesi dominanti (Usa e Europa in primis), ricercando nuovi mercati e occasioni di profitto nei paesi poveri (la cosiddetta globalizzazione), innalzando la produttività del lavoro, ristrutturando e innovando le imprese, non incontrando resistenze in sindacati e partiti avversi, hanno generato la scarsità permanente e sistematica del lavoro, che è diventata un’arma politica strategica: mentre il Pil reale planetario è cresciuto del 66%, il tasso globale di occupazione è diminuito dell’1,1%. In 20 anni un quarto di beni in più con meno lavoro.
  • Tutti invocano lavoro come gli affamati un tempo chiedevano il pane, fornendo al capitale una legittimazione mai goduta in tutta la sua storia. L’intera struttura dello stato di diritto ne risente, gli istituti della democrazia vengono progressivamente svuotati. Sindacati e partiti, funzionari del presente, invocano la “ripresa” come se il futuro possa “riprendere” le fattezze del passato. E tuttavia, tutti i capitalismi nazionali comprimono i salari, allungano gli orari di lavoro, sperando nelle esportazioni e tutti, o quasi, languono nella generale stagnazione. Mentre i soldi si accumulano, generano altri soldi, muovono speculazioni nei mercati finanziari e preparano altre crisi.
  • La globalizzazione capitalistica porta il segno indelebile della lotta di classe dall’alto verso il basso, dei ricchi contro i poveri, dei padroni contro i salariati, del capitale contro il lavoro. Questa è la condizione del mondo e dell’Europa di oggi. Qui sta la radice più profonda della crisi. E poiché oggi il capitale agisce senza controlli e alternative visibili, lo sfruttamento della persona umana e la distruzione della natura sono arrivati a un punto limite. In discussione è l’esistenza stessa del pianeta terra. E se lo Stato viene meno come soggetto in grado di gestire i poteri reali che stanno altrove (e non tutti neppure per noi nell’Europa della BCE), va in crisi anche il ruolo della sinistra.
  • L’Unione europea in crisi è l’espressione eclatante della crisi di un capitalismo che per sopravvivere deve distruggere le conquiste storiche del movimento operaio, i diritti sociali e la democrazia politica. In definitiva, la politica la fa il capitale. Il cosiddetto capitalismo “buono”, dinanzi al quale la “sinistra dei miglioristi” italiani che infine prevalse nello scontro intestino al PCI del dopo Berlinguer e le socialdemocrazie europee, si prostrarono nell’illusione di poterlo ‘governare’, ha ceduto il passo al capitalismo “cattivo” nel quale siamo immersi e non poteva essere altrimenti. E la Sinistra fu sonoramente sconfitta.
  • Ammesso che sia possibile tornare indietro, non basterebbe redistribuire in qualche misura la ricchezza attraverso il bilancio dello Stato e la spesa pubblica: occorrerebbe intervenire nel processo di accumulazione della ricchezza e redistribuire la proprietà, mettendo sotto controllo i detentori del grande capitale e della finanza. Esattamente come è indicato nella Costituzione della Repubblica italiana fondata sul lavoro.
  • non è proponibile una riedizione del riformismo socialdemocratico per le stesse ragioni: qualche pezzo di ricambio alla macchina del capitale, invece di cambiare la macchina, ha ridotto la socialdemocrazia al ruolo di portaborse del capitale. E’ necessario aprire nuove vie alla lotta dell’umanità per la libertà e l’uguaglianza.
  • il problema della sinistra non è “salvare il capitalismo”, come ha sostenuto Alfredo Reichlin, ma salvare dal capitalismo gli esseri umani e il pianeta terra; occorre progettare la fuoriuscita dal capitalismo, verso una civiltà più avanzata. Per la sinistra questo è il vero banco di prova della sua esistenza e della sua funzione storica.
  • Come si può fare politica per opporsi al capitale, per metterlo sotto controllo? A me persuade la proposta avanzata dal compianto Luciano Gallino:
    • attraverso la costruzione di una coalizione politica che unisca i nuovi lavoratori del XXI secolo, e che abbracci tutti coloro che sono colpiti dalla crisi per cambiare i Trattati della Ue, a condizione però – osserva Gallino – “di costruire in più Stati membri una forza politica all’altezza del compito”. Ciò richiede una coerente visione alternativa al sistema oppressivo del capitale e, al tempo stesso, la massima concretezza nelle risposte da dare all’incalzare della crisi: “L’importante è che ciascun passo […] si collochi sulla strada di una reale svolta dell’economia e del pensiero economico”.
    • Riconnettendo il legame tra la società e la politica, che il capitale ha spezzato materialmente e culturalmente per assicurare a se stesso il dominio sulla società e sulla politica. La società opposta alla politica inevitabilmente ripiega nella frantumazione corporativa; la politica opposta alla società inevitabilmente oscilla tra l’autoreferenzialità e il servilismo al capitale.

 

vecchi e giovaniE ora veniamo a noi, ai desideri e alle possibilità concrete per una sinistra italiana. «Che fare?». Dichiarato che la forma/partito è stata una delle più straordinarie invenzioni del pensiero e pratica politica, però adatta a rappresentare una società «semplice» e non più utile di fronte alla «complessità sociale», bisogna assumere interamente la sfida della complessità, proporre di «governare la complessità». Ogni soggetto può essere riconosciuto come «politico» se riesce a percorrere l’intero orizzonte della politica: il movimento operaio, il movimento delle donne, il movimento della pace, il movimento ambientalista il soggetto dell’informazione. Perché non costituire un «Sistema pattizio» tra le forme politiche ecc. ecc., in grado di costruire un punto di vista libero e autonomo prendendo per base i principi costituzionali?

Cofferati suggerisce che siano “le persone” a “prendere nelle proprie mani il processo, nel segno di una discontinuità non solo nei contenuti, ma anche nelle forme, e nei soggetti protagonisti, con una nuova generazione alla guida del processo, e volti, parole, stili diversi, non è solo un suggerimento tattico, per superare un’impasse.” E’ un’esigenza strategica!

Nessuna scorciatoia ‘elettoralistica’, quindi  –  e che sia sancito nel PATTO! Costruire una “piattaforma capace di contaminarsi con realtà tra loro differenti, che si sono messe in relazione attuando pratiche di neo-mutualismo come paradigma di militanza, e agendo collettivamente per ricostituire, prima ancora delle preoccupazioni elettoralistiche, una rinnovata dignità della politica e della sinistra, in grado di dare priorità alla sua utilità – prima della sua unità – dopo la disillusione verso le attuali organizzazioni”.

Occorre iniziare a costruire in basso, favorendo l’autonomia di quei soggetti che oggi a sinistra si ha la presunzione di rappresentare senza spesso nemmeno conoscerli. Nelle zone di “frontiera” in cui operiamo, costruiamo la nostra elaborazione e proponiamo azioni di impatto sulla vita della comunità: per esempio con un Caf autogestito per studenti e anziani, con uno sportello legale o con ripetizioni gratuite per chi non può permetterselo.

E’ forte l’esigenza di tanti giovani di avvicinarsi attivamente alla politica, innovandone formule, linguaggi e sperimentando la commistione tra proposta politica e attivismo sociale, a partire dall’accoglienza ai migranti, all’educazione all’affettività nelle scuole e alla formazione su temi come il precariato e il diritto allo studio, per combattere vecchie e nuove forme di sfruttamento e marginalità. Ma anche agricoltura organica di prossimità, i cicli corti, la riduzione dei tempi e dei costi energetici dei trasporti, e più in generale il controllo democratico del territorio da parte delle comunità locali possono fare la differenza dando protagonismo alle popolazioni insediate su scelte che le riguardano da vicino e rilegittimando lo Stato e l’intervento pubblico.

Naturalmente, esistono anche le questioni legate alle alleanze (tattica e strategia): col Partito della Nazione di Reichlin (non la versione pari opportunità a la Renzi) è ovvio che bisogna fare i conti. Ma questo è un altro articolo.

Voglio chiudere con un “MEMENTO”: La politica è anzitutto fiducia! Per questo non ha senso banalizzare – o peggio, tacciare di facili moralismi gli appelli a un nuovo inizio. La nascita di “un nuovo soggetto della sinistra italiana”, dovrebbe avere

         per protagonisti, a sua volta, “soggetti nuovi”. Persone, aggregazioni, esperienze – una generazione – non compromesse con ciò che è stato. La voce dei “vecchi” non può che limitarsi al trasferimento dell’esperienza, oltre che svolgere il compito del militante.

         un “popolo” molto più ampio di quello rimasto entro i vecchi recinti, se vorrà aspirare a muovere passioni e speranze oggi sopite e disilluse, e soprattutto se si proporrà di allargare il campo della propria capacità di attrazione e coinvolgimento,

         non potrà essere “governato”, e neppure prefigurato, dal personale politico e dai gruppi dirigenti delle frammentate formazioni di una fase politica definitivamente chiusa.

Neppure a Mosè fu concesso di entrare nella “terra promessa”, dopo aver attraversato il deserto dei sacrifici, del dolore e della speranza. Il nostro “ceto politico” è protetto da una divinità superiore?