Quelli della congrega del Sinedrio o gli intellettualoidi “2.0’’ della Leopolda, che tanti danni hanno creato e stanno creando alla stabilità del Bel Paese, avrebbero già giustiziato l’astronomo Franco Vespe o, al massimo, lo avrebbero condannato a fare il ‘’pedone’’ a vita nella scacchiera vivente di Marostica ( Vicenza). E sì perché le considerazioni sul significato della Domenica delle Palme, o delle frasche secondo altri, finisce con il riportarci alla mediocrità della politica e ai compari di presepe che la popolano. E così Franco mette una mano nella piaga come san Tommaso nel costato di Cristo, per riprendere il tema dei capipopolo che hanno gioco facile parlando alla pancia della gente, priva di spirito critico, che conosce appena due-tre concetti, manda a morte Cristo duemila anni fa o si fa turlupinare dalla politica del milione di posti di lavoro, dei voucher, panacea penalizzante per sfruttare i giovani in maniera precaria. Se parlassimo al cuore e alla ragione della gente, probabilmente cambieremmo rotta. Ma malpancisti e sondaggisti devono campare dentro e all’ombra del potere…
DALLE PALME A PASQUA UN MESSAGGIO PRECISO
Nella Domenica delle palme quello che non ho ancora compreso liturgicamente è perché si festeggia l’entrata festante in Gerusalemme di Gesù, salvo poi leggere il vangelo della passione di Cristo. Ovvero perché si incrocia in modo stridente un momento di festa quale l’accoglienza in Gerusalemme del Salvatore, con il racconto terribile della sua passione? Proprio questo stridore nel racconto della passione mi ha fatto realizzare che la stessa folla che lo aveva acclamato solo pochi giorni prima, lo condanna a morte con un accanimento così feroce tanto da preferire la salvezza del pluri-omicida Barabba. La vera domanda allora è perché il comportamento delle masse è così volubile ed incostante ? Episodi poi nella storia che documentano la volubilità così “liquida” delle folle se ne contano ad iosa. Nella Roma del “Panem et Circenses” cambi repentini di rotta delle folle nell’arena erano all’ordine del giorno. Per andare alla nostra epoca basta ripercorrere la parabola devastante di Mussolini dall’altare del prestigio internazionale conseguito nel 1938, finita, nel 1945 non solo con la sua uccisione ma con lo squallido e vigliacco vilipendio del suo corpo a piazzale Loreto da parte degli stessi che lo applaudivano nelle adunanze plebiscitarie pochi anni prima. Spesso i successi di terribili tiranni della storia si giustificano più che per il loro talento e l’unicità delle loro attitudini, per la capacità di manipolare e condizionare la volontà delle folle. Solo recentemente con la psico-sociologia questi grandi meccanismi collettivi sono stati studiati approfonditamente. Sostanzialmente quando si entra nel gruppo, nella massa, cediamo volentieri le nostre quote di responsabilità al “branco” e ci uniformiamo conformisticamente alle sue regole per svariati motivi, fra i quali, il prevalente, è dettato dal bisogno di appartenere a qualcosa o a qualcuno. Già Spinoza aveva trattato la delicata questione proponendo il modello di “Moltitudo” da contrapporre a “Popolo”, in contrapposizione a Hobbes, per evitare di annegare l’individuo nella massa. Per Spinoza la “Moltitudo” è quell’insieme di persone che nell’azione politica e in quella economica, pur agendo collettivamente non perdono il senso della propria individualità, resistendo sempre alla riduzione a unica massa informe, com’è nel termine di “popolo” invece prediletto da Hobbes. Per Spinoza pertanto la “moltitudo” è dunque la base delle libertà civili.
Ma torniamo a Gesù. Quelle folle le aveva educate con il suo insegnamento. Gli aveva anche dato dei segni molto efficaci e incontrovertibili che proprio Lui fosse il Messia, il Figlio di Dio. Eppure proprio quelle folle lo fecero mettere a morte. La chiave è proprio dato dall’obiettivo che la comunicazione rivolta alle folle si prefigge. Vi è una comunicazione che si pone un obiettivo educante. Non dobbiamo pensare che ci sia un significato costrittivo nel termine “educante”. Dobbiamo pensare invece al processo educativo come ad una vera è propria arte capace maieuticamente di far esprimere ai membri delle folle il meglio di sé, i suoi sentimenti positivi, i valori individuali per trasformarli in patrimonio comune condiviso di un popolo. Qualcosa che riprende la dottrina spinoziana della “Moltitudo” rendendola ancora più impegnativa ed esigente. Forse il compito più esigente della politica è proprio quello di educare il popolo per arrivare a definire una cornice di valori condivisi. Gesù per fare questo aveva saputo parlare alla testa ed al cuore delle folle. Caifa ed i membri del sinedrio invece per scatenare la bestia nella stessa folla che aveva accolto festante Gesù, avevano parlato alla loro pancia. Cosa significa parlare alla pancia ? Si parla alla pancia quando si fa leva sui desideri istintivi egoistici e sulle paure ancestrali del popolo, non preoccupandosi di dis-educare la folla facendo emergere i sentimenti più negativi della gente. Solitamente si parla alla pancia per riscuotere consenso immediato e facile. Quello che accadde 2000 anni fa ci deve far riflettere su ciò che invece sta accadendo oggi alle nostre democrazie occidentali ormai in coma profondo. Il gioco democratico e la competizione per il conseguimento del consenso ha ridotto la politica a sintonizzare le sue proposte sulla base delle esigenze medie, materiali, immediate della massa. Una politica cioè malata di sondaggismo, che si autocompiace orgogliosa nel saper parlare alla pancia della gente. Ormai nessuno si sforza più di parlare alla testa delle persone e né tantomeno al loro cuore. Forse laicamente da Gesù Cristo chi ha ambizioni a svolgere ruoli pubblici per lavorare al bene comune dovrà apprendere la raffinata e faticosa arte di parlare alla ragione ed al cuore della gente. E’ questo il messaggio che quest’anno la Pasqua mi ha consegnato e che voglio parteciparvi.