Borioso e patetico è apparso il premier nell’illustrare i due primi decreti attuativi del Jobs Act. E’ stato costretto, infatti, a farseli da solo i complimenti (“rivoluzione copernicana”, “è un passo avanti strepitoso”) perché è difficile trovarne in giro…a parte gli unici veri beneficiari: Confindustria!

Da adesso in poi una cosa è certa: per i nuovi assunti l’orizzonte sarà ora e per sempre solo precariato! Tu chiamalo se vuoi “contratto a tempo indeterminato”, ma se su di esso ci fai pendere sempre la spada di Damocle del licenziamento non è altro che un “contratto a termine”.

Un contratto che si interromperà come e quando converrà al “padrone” (scusate se usiamo questo termine “vecchio” ma intonato a questo ritorno al passato del diritto del lavoro.

Un tempo i giovani sapevano che sarebbero stati meglio dei loro genitori, potevano almeno sperarlo, ora gli viene certificato che sicuramente staranno peggio. Ora, invece, mai, dico mai, potranno anche solo sperare in un vero “contratto a tempo indeterminato”, quello per cui non potevi essere licenziato (grazie all’art.18) se non per giusta causa accertata da un giudice del lavoro.

Ora il giudice della vita e della dignità lavorativa di ogni nuovo assunto sarà il proprio “padrone” che, quando lo riterrà opportuno, lo butterà in mezzo alla strada in cambio di un obolo che c’è da scommettere non aspetterà che arrivi al massimo delle mensilità previste.

Non solo non si cancellano i circa cinquanta contratti precari ma si usa il trucco di un finto rilancio del contratto a tempo indeterminato che viene precarizzato anch’esso. E di quale vera tutela “crescente”, nel senso della sicurezza del lavoro si sparla? Nessuna, siamo semplicemente ad una “monetizzazione crescente” dei diritti con lavoratori che potranno essere licenziati anche senza giusta causa ottenendo il solo indennizzo (valido per i licenziamenti economici, per quelli disciplinari e per quelli collettivi).

Il quadro si chiude con un Governo che, con la Legge di Stabilità, si appresta ad assegnare alle imprese un contributo di 8.060 euro per ciascun lavoratore assunto con questo nuovo contratto, senza per altro introdurre alcun vincolo che impedisca il rischio che l’impresa prenda l’incentivo sempre e comunque. Anche se a fine anno licenzierà il lavoratore appena assunto.

Quello che esce fuori da questa capriola all’indietro è un mercato del lavoro in cui coabiteranno regimi differenti per data di assunzione, dimensione dell’impresa e tipo di contratto di lavoro. Con un mondo del lavoro più diviso e meno sicuro e un contratto a tempo indeterminato sfigurato per sempre da questa nuova versione a scadenza variabile in base alla convenienza dell’impresa di sostituire la forza lavoro.

Nemmeno la positiva estensione dell’Aspi, varata col secondo decreto, che unifica aspi e miniaspi e rapporta la durata dell’assegno alla effettiva contribuzione in un periodo più lungo, fa cambiare la cifra di un intervento che rimane negativo per i lavoratori in  quanto peggiora la loro condizione con la scelta di fondo della liberalizzazione dei licenziamenti in cambio di un modesto aumento di  assistenza.

Insomma, sembra di esser precipitati dentro ad un ciclo in cui ai nuovi lavoratori toccherà ricominciare da capo se vogliono riconquistare per se quei diritti costati molto cari ai propri padri e nonni.

E chi è ancora di sinistra (coloro per cui ha ancora un senso questa parolaccia) scagli la prima pietra in questo stagno che è diventato un acquitrino nauseabondo.