Frequentemente mi chiedo, in questi ultimi tempi sempre più dominati – anche nelle nostre istituzioni lucane, Comune, Provincia, Regione – dalle ‘logiche emergenziali’, dalla cultura dello “stato di eccezione”, quanta consapevolezza ci sia nel conseguente e ineluttabile processo di dequalificazione, di vero e proprio ‘svuotamento della democrazia’ che le pratiche  emergenziali (più in generale, le culture funzionali) comportano. Quanta consapevolezza c’è nella testa dei sindaci, dei diversi consiglieri, dei dirigenti delle istituzioni – che per tutto il ‘900 abbiamo ovviamente considerato democratiche e oggi tocca ripensare, cercando inedità vitalità?

Indubbiamente, i “Grandi eventi” sono divenuti, per le città che aspirano a ricoprire posizioni di rilievo nello scenario politico ed economico globale, uno strumento ‘ordinario’ di politica urbana.

Pur simili –   quanto a razionalità ed esiti spaziali e socio economici – ad altre grandi operazioni di trasformazione urbana del passato, il loro processo di pianificazione si differenzia in parte per alcuni elementi distintivi. Le scadenze temporali, le regolamentazioni internazionali, la straordinarietà dell’azione pubblica di governo configurano i grandi eventi come “routine eccezionali”.

Sono divenuti i Grandi eventi uno dei momenti in cui si rende manifesta la dialettica tra dinamiche internazionali e interpretazioni locali, tra processi di globalizzazione e governance urbana. I veri obiettivi degli organizzatori sono l’attrazione di risorse (capitali, attività economiche, presidenti, lavoratori, turisti, consumatori) e di attenzione mediatica sulle città. Al di là delle retoriche, il ruolo dello Stato è però centrale, sia per ciò che concerne la promozione e la gestione degli interventi, sia per il finanziamento delle operazioni. Le forme architettoniche emblematiche che accompagnano tali progetti sono così il simbolo del riposizionamento sul piano internazionale tanto delle città quanto delle élite politico-economiche che le hanno promosse. Tali élite – a cui si intrecciano, ovviamente, importanti attori non locali – costituiscono però una parte non rappresentativa delle realtà urbane. Non è dunque un caso che le grandi operazioni di trasformazione urbana siano l’esito di processi caratterizzati da un alto grado di conflittualità, identificativi dell’esistenza di frames alternativi, di “resistenza”. Le opposizioni della società civile, oltre a sottolineare la non democraticità e la scarsa trasparenza delle scelte, consentono altresì di leggere idee “alternative” sulla città, attente ad aspetti quali la coesione sociale, la salvaguardia ambientale, la qualità della vita. Posizioni che propongono radicali riflessioni critiche sul senso e sugli esiti dei progetti e evidenziano: i rischi di polarizzazione spaziale e sociale indotti dalla “dinamicizzazione” del mercato immobiliare (accrescimento dei valori fondiari e riduzione delle quote di housing sociale); i processi di gentrification e di espulsione forzata delle fasce (considerate) svantaggiate della popolazione; la diversione delle risorse pubbliche da obiettivi sociali verso quegli investimenti urbanistici e infrastrutturali.

Tali eventi però riescono a mobilitare attori e coalizioni internazionali, lobbies di pressione politica sul governo locale, poste in gioco rilevanti. In definitiva, un capitale politico e simbolico (oltre che finanziario) così rilevante da spingere a ”escludere” o a “smorzare”, a priori, voci contrarie e alternative.

Il paradosso di fondo diventa evidente se si considera che la razionalità e gli esiti spaziali e socioeconomici di tali interventi sono simili a quelli generati da una molteplicità di grandi operazioni urbanistiche, ma senza il preventivo, faticoso lavoro di composizione degli interessi particolaristici e generali. I grandi eventi costituiscono un esempio emblematico di pianificazione “globalizzata”, in cui è in gioco un significativo regime di regolamentazione internazionale e, di conseguenza, una tensione dialettica tra attori e livelli istituzionali di governo (vedi la circolazione degli organismi internazionali di controllo e delle élite transnazionali coinvolte in attività di investimento, sponsorizzazione, consulenza, pianificazione, progettazione e costruzione dei siti e degli impianti).

Ma non è necessariamente un modello standardizzato in ogni città ospitante: non mancano elementi nella declinazione locale di tali regole – come nel caso di Matera 2019 – che, configurano ogni edizione come “assolutamente unica”; quindi non ascrivibili a prospettive banali e scontate, anche se possono essere ricondotte a una interpretazione complessa e critica del fenomeno della globalizzazione, con la produzione di luoghi e tempi differenziati, in ogni caso incorporati in un ordine globale mondiale.

Per quanto mi riguarda, sto risolutamente dalla parte di coloro che avvertono la pena e l’umiliazione civile di dover ‘subire’ le politiche emergenziali, lo ‘stato di eccezione’, la ‘routine eccezionale’. Sto con quanti, soprattutto in questo lustro dedicato a Matera 2019, si affannano a sperimentare un percorso di avvicinamento all’evento fatto di riscoperta e valorizzazione delle specificità storiche, socio-culturali, delle tradizioni di cura delle persone e dei territori – comprensive dell’accoglienza del forestiero, di cultura del cibo e di ruralità di cura e accoglienza (che oggi tornerebbe assai accattivante nella declinazione multifunzionale riscoperta persino dalle politiche CEE e purtroppo ancora mortificate nella versione assistenziale e clientelare praticata dalle nostre istituzioni locali), di economia e vita di comunità, di amore per il paese. Culture risalenti a quelle mediterranee – magnogreche, saracene, normanno-sveve. Sto, insomma, con quanti ricercano forme di auto-sviluppo, di riproduzione compatibile con la salvaguardia attiva della natura – che tutti ci produce. Una ricerca, del resto, ineludibile nella crisi che strutturalmente attanaglia i Sud – d’Italia, del Mediterraneo – e che solo una favolistica inscenata ad arte ci presenta come eccezionale e sicuramente superabile; nei fatti, invece, coesistente e funzionale al modello liberistico che mette a produzione le nostre stesse esistenze, precarizzandole per ‘estrarne’ condizioni di profitto massime.

Questa ‘resistenza’ non è solo mugugno, protesta: è proposta alternativa, è ricerca di consenso e di partecipazione popolare. E’ battaglia di democrazia, che cerca sentieri nuovi; che anche le nostre istituzioni locali oggi riducono a mera ‘giornata elettorale’, per scansare ostacoli all’illusione del comando elitario, che resta saldamente nelle mani, invece, di poteri inafferrabili e lontani.

E’ in nome di questa ‘resistenza attiva’ che il Presidio in difesa dei pini e dell’habitat di Lanera si spende nel formulare proposte alternative che garantiscano sia le necessarie infrastrutture per la migliore accoglienza dei visitatori al Grande evento e sia la migliore salvaguardia del ‘luogo’; che il Comitato degli ex sindaci – e il crescente seguito di tecnici, intellettuali, cittadini attivi – presenta oggi la proposta di “una grande piazza di fronte al municipio e un viale alberato in via Moro. Rimuovendo da piazza della Visitazione vecchi e nuovi volumi. In più un’ampia area pedonale che dal pino arriva sino al palazzo comunale e al cuore della piazza. E’ questa la controproposta (al progetto dell’archistar Boeri – alibi all’incapacità degli amministratori alla fatica quotidiana di conciliazione degli interessi privati e pubblici cittadini e di immaginare un futuro che non è solo una vetusta stazione, ma la multifunzionalità e l’intermodalità del trasporto ferro-gomma pubblico e privato cittadino, metropolitano e di dell’area d’interesse della Città. ndr) che gli otto ex sindaci della città, hanno deciso di mettere in campo su piazza della Visitazione. Un’idea che prova a conciliare le diverse esigenze e che, con tanto di progetto già pronto, gli ex sindaci pongono in campo sperando che ci sia ancora il tempo necessario per rivedere la decisione” (leggi, Il Quotidiano dell’11 luglio).

Altre proposte ben documentate verranno ancora, ne sono certo: perché la cultura di una Città non si misura tanto con l’affluenza del turista sprovveduto, o col numero di bed&breakfast, o di partite IVA; con le luminarie e i castelli di carta. A luci spente, il bilancio che dovrà esser fatto riguarderà non tanto la rassegnata conta dei pochi spiccioli e vantaggi rimasti nelle tasche dei materani, delle giornate di lavoro purchessia e quasi sempre ‘a nero’ dei nostri giovani non baciati dalla Fortuna con abito feudale.

Un rigoroso consuntivo dovrà riguardare non l’opera dell’archistar o il Grande evento in sé: riguarderà il plusvalore di socialità, la messa a valore delle potenzialità rurali, delle suscettività territoriali  dei nostri paesi che continuano a spopolarsi per pareggiare persino il declino delle nostre cittadine. E come e se, finalmente, avremo conseguito una vera Città fatta di poli, di paesi nell’area regionale e interregionale. Una scala di azioni, di reti che salvaguardi antiche identità e nuove scommesse di trasformazione ecologica nella produzione di territorialità che non dissipa, ma ricostituisce energia.