Mi chiedi un giudizio sull’esito elettorale; hai bisogno, capisco, anche del parere del vecchio comunista, con le sue categorie ..

Ma non mi dici altro: come stai nel tuo cuore dilaniato, nella tua fragilità messa in pericolo, se ritorni presto …; insomma, se finalmente si profila un orizzonte d’equilibrio nelle nostre vite precarie. E queste omissioni mi preoccupano molto più del risultato elettorale, ovviamente!

Mi dicono della separatezza tra vita personale e faccenda pubblica, tra la qualità delle nostre vite e il demone quantitativo che misura ormai vita sociale e individuale, interesse pubblico, beni comuni. La quantità, che continua a negare semplicemente la qualità del nostro vivere, come se fosse possibile, o avesse un senso, separare ‘ragione e sentimenti’. Come se avessimo accettato definitivamente per la nostra vita il governo della ragione calcolante di un algoritmo, dell’intelligenza cognitiva a servizio dell’impresa e non dell’umanità. E non dirmi che creerebbe confusione frammischiare bisogni qualitativi e quantitativi; che i primi rappresentano il piolo successivo ai bisogni di base su una scala surrettiziamente predeterminata; che il dato pubblico – come un risultato elettorale, ad esempio – vada perciò tenuto separato dal ‘privato’.

Non oppormi l’obiezione che questo confrontare un evento contingente come il voto con l’orizzonte dei nostri desideri sia un po’ fuori tema, come la qualità dei sentimenti con la razionalità quantitativa delle decisioni. E invece no, i bisogni qualitativi, che tendono cioè alla nostra autonomia singolare, sono piuttosto – e storicamente – l’esito contingente del passaggio conflittuale dalle rivendicazioni quantitative interamente legate al posto di lavoro – salari e livelli occupazionali – alle tematiche più ampie e generali – ambiente, cultura, cura del territorio, controllo degli investimenti. E’ dentro questo passaggio che ci è dato di cogliere la speranza che il conflitto sulla qualità del vivere parli anche a ciascuno di noi, ci accompagni nei processi di individuazione, ci apra orizzonti per incontri finalmente adulti e maturi delle nostre esistenze.

Per questo, ti dico subito che i risultati elettorali non m’interessano tanto quanto il potere dei media vogliono lasciar credere interessino all’opinione pubblica. Quelli che han fatto la nottata per sapere com’è andata a finire han perso  sonno inutilmente, giocati – ancora una volta – da un falso dilemma, posto loro da chi ha interesse a non farli pensare o a causa dell’assoluta inadeguatezza dei mediatori politici a farvi fronte.

Cerco di farmi capire. Hanno stravinto le formazioni cosiddette ‘euroscettiche’, che la pensano grosso modo a la Trump: “First Italia!” E che d’altronde, stanno sbancando in tutta Europa. Costoro non mettono in discussione il deperimento delle condizioni ecologiche iniziatosi a manifestare già dalla fine degli anni Sessanta, e tantomeno il modello neoliberista che ormai non si preoccupa, come invece nei “Trenta gloriosi”, neppure più di ‘far sgocciolare ricchezza e benessere’ dai più ricchi sui più poveri’ (ci ricordiamo del rapporto oggi tra l’1% detentore massimo di ricchezza e il rimanente 99% del mondo che s’accontenta di quel che resta?) Il modello neoliberista ha messo a produrre persino il nostro tempo libero, i nostri dati, le nostre vite; i meccanismi di riproduzione dell’esistenza e della natura. Tutt’al più sposeranno l’immaginario della green economy, che altro non è se non l’ulteriore possibilità per il mercato di capitalizzare le condizioni stesse della natura, sia in entrata che in uscita come scarto su cui fare profitto. Cosa cambia nella governamentalità, da Prodi fino a questo risultato elettorale?

E poi, secondo te, la pensano tanto diversamente formazioni come il PD, o Forza Italia e via scendendo nella graduatoria elettorale? Il socialismo – alla cui famiglia storica dice di richiamarsi perfino Renzi – per essere all’altezza della propria ambizione emancipatrice, deve necessariamente rompere l’egemonia del capitale sulle politiche economiche e sugli strumenti di produzione e riproduzione. Propugnando la crescita come panacea di tutti i mali, tali politiche non solo mostrano il proprio carattere mistificatorio (dal momento che la forbice sociale non ha cessato di allargarsi, arrivando al 99% a 1), ma inchiodano l’immaginazione politica sul terreno solo apparentemente neutro della quantità.

Contraddittoriamente, qualcosa di utile è detto dalle sigle elettorali a sinistra del PD, ma per ora non contano quasi nulla. Anche perché costruire un’alternativa politica, un’egemonia culturale che riaffermi nel proprio orizzonte l’anticapitalismo come unica via d’uscita, costa un percorso e un lavorio di gran lunga più arduo di quello speso dal vecchio PCI per giungere a condizionare le politiche moderate, nel dopoguerra e fino alle crisi maturate a partire dal Movimento del ’68. E, in quel movimento,  il rifiuto femminista di mantenere le donne come condizione silente e gratuita del meccanismo capitalistico che non paga il loro lavoro, contribuì in modo incisivo sulla consapevolezza che, in fondo, il profitto si appropria non soltanto del lavoro salariato non pagato, ma soprattutto di quello gratuito delle donne, delle madri, delle cure non riconosciute ma necessarie per l’integrità della forza lavoro. Oltre che di quello della natura.

Basterebbe ricordare che il miracolo del PCI (e delle Sinistre in Europa) fu reso possibile, da un lato dalla minaccia portata alla borghesia atlantica ed europea dall’URSS: “Adda venì Baffone”. Dall’altra, dalla presenza nella fabbrica fordista e taylorista di una massa d’urto formidabile, lanciata alla costruzione dell’egemonia culturale e politica lungo tutti i “Trenta gloriosi” anni del dopoguerra. Qual è la politica oggi in grado di far diventare ‘soggetto plurimo’ quel che resta della cultura della sinistra novecentesca e i mille ‘movimenti’ che sono nati e prosperano proprio grazie alla parzialità dei loro interessi, e perciò stesso impotenti a proporre domande politiche che vanno al di là della loro ragione sociale di partenza? Occorrerebbe un lavoro arduo, addirittura improbabile se è vero che le famiglie dei lavoratori di Taranto – quelle in cui almeno un componente combatte la propria salute contro il mostro ambientale del Siderurgico – si sentono presi nella morsa disumana tra mangiare o crepare! Se cioè, in generale, è persino possibile che il prepotere del profitto sul lavoro, sulla natura, sulla bio-politica, possa occupare infine tutto l’immaginario dell’esistenza nel mondo; se c’è chi giura che oggi il nostro imprinting, già lungo i primi anni di vita, sia costruito in funzione degli interessi della macchina neocapitalistica: “sii impresa di te stesso!”

Oggi, intanto, occorrono pratiche di resistenza e riguardano tutti e ciascuno di noi. Ben sapendo mia cara che anche queste, quando ci afferrano, ci trascinano nel permanente conflitto, rendono precari i momentanei equilibri, anche quelli vitali, anche quelli affettivi. Dobbiamo attrezzarci ancora al meglio, cominciando col mettere in comune le nostre vite, i nostri affetti, le nostre ansie, costruendo un nuovo, trasformativo “intelletto collettivo”.

La fine del mito progressista e lineare dello sviluppo capitalista, della crescita, ebbe come prodromo la bomba di Hiroshima. Oggi possiamo solo tentare di fermare il lavorio entropico contro la natura che porta alla nostra scomparsa, cercando forme di scambio con essa di tipo neghentropico, come ad esempio battersi per la decrescita del superfluo (dall’ultimo modello di smartphone  alla furbata dell’obsolescenza programmata), o prendersi cura del proprio territorio, salvaguardandolo, valorizzando le sue vocazioni, ripristinando equilibri compromessi nella relazione uomini-ambiente.

La  stessa scommessa che avremmo potuto giocare con Matera 2019, anche se non tutto sembra perduto! la capitale europea, infatti, ha fatto esodo in provincia, nei cento tentativi dei borghi di qualità colpevolmente abbandonati proprio dal capoluogo. E fa rete tra le economie di nicchia riguardanti il cibo, la cura dei paesaggi unita al turismo colto e di qualità e a un’agricoltura che riscopre antiche tradizioni. Una scommessa anzitutto culturale che dice a tutti noi, che ha ancora un senso – nè regressivo nè romantico – il nostro territorio, quel che resta e che non può mai esser cancellato della nostra vicenda storica sobria e solidale. Anche per la felicità di ciascuno.

Dell’evento 2019, a Matera resteranno i bimbiminkia estasiati dai castelli di cartone e dalle luminarie e i loro infedeli protettori, abbrancicati all’obolo della catena neofeudale che ha desertificato questa regione, vendendola come scarto al profitto dello scarto e dell’inquinamento.

Dai ritorna! C’è lavoro anche per noi. Il risultato elettorale lucano è stato più feroce che altrove!