Leggiamo in queste ore note trionfalistiche intorno alla legge sui piccoli Comuni approvata ieri, in via definitiva, dal Senato che appaiono oggettivamente eccessive. Capiamo che l’essere a ridosso delle elezioni porti a sopravvalutare quanto fatto, che è meglio di niente, per carità ma che non è tutto quell’oro che si vorrebbe far luccicare.

Perchè arriva tardi (forse -speriamo di no- fuori tempo massimo) e con pochi soldi. Quindi, pochi trionfalismi, please, per evitare -oltretutto- di alimentare eccessive aspettative.

La prima cosa che balza agli occhi, come dicevamo, è la irrisorietà dei fondi: 100 milioni diluiti in 7 anni e per 5.567 Comuni (tanti sono quelli sotto i 5 mila abitanti interessati), che equivale ad una dotazione per ente di appena 17.963,00 euro.

Pochini per rendere credibile il pomposo, preannunciato “Piano nazionale di riqualificazione dei piccoli Comuni” che dovrebbe attivare interventi per le ristrutturazioni urbane e la messa in sicurezza del territorio. Pochi per tentare una qualche minima azione di “rinascita“. O no?

Un tantino pochi per una legge che meritoriamente sostiene di guardare per prima alle aree interne e ai borghi a rischio spopolamento, con l’obiettivo di attivare addirittura una strategia per il “contro-esodo” poggiata su un mix di investimenti e rilancio della rete dei servizi di base.

Un obiettivo giusto, ambizioso, eppure alquanto improbabile. Al limite dell’accanimento terapeutico su dei corpi oramai devastati dall’abbandono, dalla decadenza del patrimonio immobiliare, dall’impoverimento demografico che ha visto scappare (per necessità) la parte più attiva della popolazione, i giovani in primis.

Improbabile, anche perché, persino in questo caso la politica non è riuscita a smentirsi in negativo, arrivando al traguardo con un enorme ritardo e sul filo di lana rispetto alla conclusione di questa ennesima legislatura (ce ne son volute tre) per approvare un disegno di legge all’ordine del giorno 2002. Pensate, ci son voluti ben 15 anni per varare qualcosa su cui tutti si son sempre dichiarati d’accordo (e se non fossero stati d’accordo ce ne sarebbe voluto il doppio di anni?). Un tempo colpevolmente enorme.

Esattamente il contrario della velocità da Speedy Gonzales dimostrata dai due rami del Parlamento in altri casi che, evidentemente, sono ritenuti molto, ma molto più importanti da deputati e senatori  rispetto alla sorte delle migliaia di persone (sono circa 10 milioni) che vivono in questi borghi. Più che la legge dei numeri, possono fare miracoli di velocità a volte “interessi” (bancari e non) mal celati come ad esempio quella legge cosiddetta salva-banche recentemente approvata, pensate, in soli 57 giorni (Decreto legge 237 del 23 dicembre 2016/legge di conversione n.15 del 17 febbraio 2017) e con una dotazione finanziaria (art.24, comma 1) di 20 MILIARDI di euro per il solo 2017.

Va bene. Ma ora è tutt’apposto? Macchè! Questo è solo l’inizio, il primo passo, la famigerata prima pietra.

Bisognerà provvedere ancora, ad esempio, alla revisione dell’obbligo di gestione associata delle funzioni fondamentali rimasto appeso da sette anni a una sequenza di proroghe, l’ultima in scadenza a fine 2017. E poi bisogna scrivere il piano nazionale di riqualificazione dei piccoli Comuni, per il quale ci sono sei mesi di tempo (ammesso che dopo l’approvazione della manovra, con l’imminenza delle elezioni, si riesca a mantenere alta l’attenzione sul tema). Ma bisognerà -pensate- mettere d’accordo sei ministeri (Infrastrutture, Ambiente, Beni culturali, Economia, Interno e Politiche agricole) e gli amministratori locali in conferenza Unificata. Insomma, c’è da lavorare molto prima di suonare le campane a festa di questi piccoli e straordinari campanili.

Quindi, ricadute pratiche immediate non ce ne saranno.

Eppure, il classico bicchiere mezzo pieno a cui è giusto ed opportuno guardare anche in questo caso è costituito dai principi fissati nella legge appena approvata.

Viene, infatti, codificato che i piccoli Comuni del Belpaese non sono devono essere considerati di serie B. Che anch’essi, indipendentemente dall’entità demografica, hanno diritto alla banda larga, ai servizi essenziali (tra questi anche quelle di ordinarietà quotidiana come -ad esempio- la possibilità di pagare tasse, multe e bollette dai tabaccai) e a regole chiare, definite e dedicate per accompagnare e sostenere filoni significativi nell’economia di questi territori (turismo, filiere eno-gastronomiche, alberghi diffusi).

Insomma, per dirla con le parole di Enrico Borghi, presidente dell’Unione delle comunità montane, “con questa norma lo Stato si vincola a erogare servizi essenziali nei territori dei piccoli Comuni come uffici postali,trasporti, scuola, banda larga“. Che non è poco, quando e se la norma verrà attuata ma, temiamo, che nulla potrà per arrestare o -addirittura- invertire il lento ed inesorabile flusso in uscita da queste realtà. Ma, a volerla ancora mettere in positivo, mai dire mai.

Infine, ci sembra opportuno sottolineare la quasi unanimità con cui la legge (nel testo unificato dei progetti del passato opera in larga parte di Ermete Realacci del Pd, con la proposta di Patrizia Terzoni de M5S) è stata approvata al Senato: 205 favorevoli, due astenuti e nessun contrario. Una unanimità belle, positiva, ma che rende maggiormente inspiegabile ed inaccettabile il colpevole ritardo di questi 15 lunghi anni.