Ora che  la madre delle battaglie, il plebiscito sul leader maximo e la sua permanenza in politica -per convenienza esistenziale- è stata derubricata a normale votazione che non inciderà (comunque vada) sulle sorti politiche sue e del governo.

Ora che, addirittura, piano piano viene persino disconosciuta la paternità della riforma costituzionale da parte di Renzi & C. con il moccolo che viene lasciato nelle mani del solo ex Presidente Napolitano.

Ora che si dovrebbe e si potrebbe parlare di contenuti, uscire fuori dagli slogan, spiegare le magnifiche virtù terapeutiche che avrebbe per l’Italia una cotal “storica” riforma,  ora che dovrebbe cominciare il bello della contesa e si dovrebbe poter ascoltare gli argomenti a difesa dell’opera dei novelli costituenti simboleggiati dal duo Boschi-Verdini.

Ecco, ora ci piacerebbe – ma temiamo rimanga un auspicio vano -che in questa ardua impresa chi fu dirigente onorato di quel grande partito che fu il PCI si astenesse dall’alimentare un filone di interventi che definiremmo “peggiorista” e che prova tristemente a piegare la storia che fu alle convenienze contingenti della propria adesione al renzismo e alla campagna per il SI.

Lo si eviti per carità, si eviti di seminare fumo sull’ardua, alta e nobile convergenza politico culturale avvenuta nella Costituente e che ci ha regalato quella che è stata definita la più bella Costituzione del mondo. Una Costituzione che attendeva di essere applicata sino in fondo piuttosto che riscritta e in malo modo.

Si contribuisca, invece, a far prendere atto definitivamente (come è stato ricordato in questi giorni in occasione dell’anniversario della sua morte) che personalità come Togliatti, con  buona pace di chi ancora offuscato da nero furore ideologico e scarso senso del ridicolo pensa ancora di farlo passare come Belzebù, sono state un pilastro della costruzione della democrazia italiana e del suo consolidamento, avendo a suo merito -nella fattispecie- perseguito la trasformazione di un piccolo partito di avanguardia -qual’era il PCI- in un grande partito nazionale costruttore della democrazia italiana, della Repubblica e della Costituzione. Un partito democratico e popolare vero, che non è mai stato un partito di soli leaders e dirigenti, in cui tutto veniva appassionatamente e vivacemente discusso, a partire dalle riunioni, dalle assemblee e dai congressi delle singole sezioni, delle singole federazioni provinciali e regionali, per finire poi ai congressi nazionali.

Si eviti di  contribuire -per rispetto di se stessi e della verità storica – alla falsificazione di momenti significativi della vita nazionale magari provando ad estendere strumentalmente la innegabile/realistica “doppiezza” di Togliatti sull’URSS (ancorché dettata dallo stretto e comprensibile legame alla rivoluzione russa ed alla lotta di liberazione dei popoli che essa aveva innescato) anche all’adesione sua e del PCI alla Costituzione, ai suoi valori e alla Repubblica.

Cosa che sembra sia capitato di fare a Luciano Violante impegnato al Meeting di Comunione e Liberazione con talune dichiarazioni riprese dal Corriere della Sera il 20 agosto scorso.

Al punto da meritare sullo stesso giornale (il 21 agosto 2016) una puntuale replica di un’altro storico dirigente del PCI Emanuele Macaluso che prova a rimettere ordine e ricostruire la dinamica e la ratio di quanto accaduto allora. Articolo che pubblichiamo di seguito, che sostanzialmente condividiamo e che consigliamo di leggere.

Togliatti, De GasperiLa Costituzione

 

 

 

 

 

 

 

TOGLIATTI, IL PCI E LA COSTITUZIONE. NON CI FURONO “DOPPIEZZE”

 Caro direttore, sul Corriere ho letto il servizio di Alessandro Trocino, che dà conto del discorso di Luciano Violante al Meeting di Rimini, («Referendum. Violante difende la nuova Carta – Renzi: Magistrale»), e mi stupisce che l’ex Presidente della Camera faccia suo un giudizio sulla Costituzione e il ruolo del Pci che, a mio avviso, è sbagliato. Infatti, Violante avrebbe affermato che la Costituzione è un frutto «virtuoso tra diverse concezioni della democrazia, quella repubblicana e quella liberale».

Che la Costituzione sia frutto di un compromesso virtuoso è più che giusto. Ma la «concezione repubblicana» in competizione con quella liberale è oscura. Tuttavia viene «chiarita» da Violante quando dice che il «compromesso è dovuto anche al fatto che la scelta iniziale, quella tra blocco sovietico e Dc, era un’alternativa di sistema, non di governo». E quindi «deliberatamente si è scelto di dare vita ad una democrazia con elementi di “instabilità”». È chiaro che il «blocco sovietico» era costituito da Pci e credo dal Psi che manteneva un patto di unità d’azione con i comunisti.

La verità è, invece, che il «compromesso virtuoso» fu possibile perché Togliatti tornato in Italia, nel marzo del 1944, a Napoli, nel suo primo discorso aveva delineato la strategia del Pci (mai contraddetta) della via democratica al socialismo, rispettando le libertà politiche, religiose e culturali e superando le democrazie prefasciste, con una Costituzione che garantisse non solo quelle libertà, ma con riforme sociali ed economiche che assicurassero un ruolo nuovo al mondo del lavoro.

Chi legge i lavori della Costituente vede subito come non solo i socialisti, ma una parte fondamentale della Dc e dei laici democratici (Partito d’Azione ed altri) avevano progetti costituzionali che sostanzialmente convergevano con quelli del Pci.

Il contributo di Togliatti alla scrittura della Carta nella commissione dei 75 fu essenziale. La scelta di Togliatti non fu strumentale e tattica, ma strategica e senza alternativa dato che la Costituzione dava senso alla strategia del Pci per la via democratica al socialismo. E costituiva anche un vincolo per il suo partito, un argine all’estremismo. A questa scelta il Pci di Togliatti fu sempre coerente e fedele. I fatti lo dimostrano.

Alla Costituente il Pci sostenne il monocameralismo e accettò il bicameralismo perfetto per evitare che prevalesse la proposta di un Senato corporativo. Sul tema basta rileggere la dichiarazione di voto di Antonio Giolitti.

Non capisco quindi dov’è il «compromesso» di cui parla Violante. Su questo fronte non ci furono doppiezze.

Invece, la critica a Togliatti per i rapporti con l’Urss, sul fatto che il leader del Pci considerava il regime sovietico, superiore alle democrazie borghesi, è fondata. Quel giudizio era motivato dal fatto che in Urss non c’era più il capitalismo e le rivoluzioni cinese e anticoloniali avevano rotto il dominio mondiale del capitalismo. E questo fatto oggettivamente aiutava anche chi seguiva la via democratica e costituzionale al socialismo. In questo quadro si giustificò anche la repressione della rivoluzione ungherese.

Il rapporto con l’Urss fu poi notevolmente modificato da Berlinguer quando nel 1976 disse che la lotta per il socialismo era più agevole sotto l’ombrello del Patto Atlantico e nel 1977, in occasione del sessantesimo anniversario della rivoluzione d’Ottobre, quando a Mosca disse ai sovietici che la democrazia è un valore universale.

A quel punto Berlinguer e noi, suoi collaboratori, con lui avremmo dovuto trarre tutte le conclusioni di quegli atti. Purtroppo il rapporto con l’Urss fu la contraddizione non pienamente risolta, anche se il Pci mantenne con fermezza la sua autonomia politica. Infatti l’implosione dell’Urss dopo l’89 costituì un colpo non solo al Pci ma alla battaglia socialista nel mondo. Un boomerang. Questa è l’autocritica che chi ha diretto il Pci (io tra questi) deve fare con onestà e chiarezza.

Ma la fedeltà alla Costituzione e alla democrazia non ha mai conosciuto doppiezze. E, caro Violante, la elaborazione della Costituzione non fu condizionata da un’alternativa di sistema tra il «blocco sovietico» e la Dc.

Emanuele Macaluso