Importa poco se in quella piazza a Roma fossero 70 mila (secondo La Repubblica) o 50 mila come è stato annunciato dal palco i militanti e/o elettori del PD. Sicuramente dovevano essere tutti lì quelli interessati all’evento ed in pochissimi ad ascoltare il segretario Martina nella diretta web, tenuto conto che la quasi totalità dei numerosissimi commenti che si sono susseguiti durante tutto il comizio sono stati di segno negativo.

Quello che ha parlato dal palco di Piazza del popolo non era il solito mite Martina che abbiamo sin qui conosciuto, ma una trasfigurazione dello stesso in un comiziante iroso che con voce alta e rauca era più teso a lanciare slogan che a sviluppare ragionamenti convincenti.

Ma in fondo la manifestazione aveva un obiettivo preciso. Quello di dimostrare di esistere in una situazione di obiettiva difficoltà, dopo la batosta elettorale e la impossibilità all’abbozzo di una analisi della sconfitta a causa del permanere di una ipoteca delle truppe renziane che non accetteranno mai l’idea che la debacle possa discendere dalla propria politica e dal loro leader maximo.

Per l’Italia che non ha paura” era il titolo della manifestazione, giustamente contro chi proprio sulla paura  (dell’immigrazione in particolare) ha costruito il proprio consenso elettorale, imbrogliando sui dati reali.

Ma non si può predicare bene e razzolare male se poi da quel palco (dopo averlo fatto da altri pulpiti e sedi nelle ultime ore) si alimenta la paura degli italiani paventando una deriva Venezuelana, chiedendo aiuto “perchè l’Italia non può andare a sbattere per colpa di questi che governano in modo folle”,  perchè “può aumentare il mutuo” a fronte del mero annuncio del telaio di una legge di bilancio che per entità di deficit 2,4% non è dissimile da quella praticata in anni precedenti e da quello del 2,9% paventato solo l’anno scorso da Renzi e per ben cinque anni in un’intervista al Sole24Ore.

Paventare  il disastro, quindi seminare paura,  a fronte della scelta di deficit di bilancio di questo governo è poco coerente oltre che poco credibile considerato che Martina è stato ministro dei governi precedenti e vicesegretario di Renzi, già presidente del Consiglio e segretario dello stesso partito. Non è che se lo fai tu va bene e se lo fanno altri è da sciagurati.

Tutte le cose belle e necessarie per i giovani e il resto degli italiani che Martina ha auspicato dal palco vanno bene…ma si è avuto la possibilità di farlo per molti anni stando al governo senza riuscirci.

C’è una incongruenza grande come una casa che aleggiava sull’argomentare di Martina : al governo lui e il PD c’è stato fino a pochi mesi fa…..si son messe in pratica le proprie ricette e gli italiani non hanno gradito. E’ chiaro?

Questo significa che prima di criticare gli altri, per essere credibili, bisogna fare autocritica, ammettere di avere sbagliato tutto o quasi e cambiare la classe dirigente che ha fallito.

A meno che non si voglia sostenere che sono gli italiani ad esser grulli oltre che ingenerosi per non avere capito la bontà  della Buona scuola, del Jobs Act, della riforma costituzionale e così via.

A dire il vero verso la fine del suo intervento Martina  qualcosa l’ha ammessa,rivolgendosi agli elettori che il 4 marzo non hanno più votato PD di aver capito gli errori ma di aiutarlo ora. E via con una elencazione un pò sommaria di citazioni (Corbyn, Bauman…) e la declamazione che “Serve un nuovo Pd per una nuova sinistra” , che bisogna mettere al centro “gli uomini” e partire da un “nuovo umanesimo“, che il PD deve essere “un partito di strada“, che “serve un riformismo più radicale, una coerenza di comportamenti nuovi, un nuovo orizzonte, partire dalla lotta alle diseguaglianze che sono aumentate anche durante la nostra azione“, quella “avidità del capitalismo che noi non abbiamo capito“, che non servono “tifosi“.  Che si vuole una Europa che non è quella di adesso.

Ecco, forse, prima di sperare in un ritorno a casa dei voti persi sarebbe il caso che il più rapidamente possibile il PD tracci una linea di demarcazione con il passato,  ridefinisca la sua identità con una linea chiara e netta.

Magari con quella “unità” reclamata a viva voce dalle persone che stavano in Piazza del Popolo. Una unità che per essere reale non può che svilupparsi intorno a valori definiti e condivisi, ad un comune sentire.

Non possiamo che augurarci, per il bene della nostra democrazia, che il PD faccia subito e bene.