Non penso proprio che questa tornata elettorale porterà chiarezza nella situazione socio-politica del Paese. Anzi! Mi pare che tutto congiuri, nell’immediato, per una maggior confusione, dovuta, in primo luogo, al rimescolamento nel dopo-voto degli attuali equilibri, interni ed esterni alle singole forze politiche: i renzusconisti, dietro Berlusconi e Renzi, tentano di tornare allo spirito moderato e interclassista dell’antica casa madre DC (o quale nuova sigla si daranno). La destra è in cerca di autore e dovrà darsi un’identità più stabile di quella assai precaria populista, che in fin dei conti paga meno di quel che si sperava in tutta Europa. Il M5S, approdato alla scommessa governista, dovrà fare i conti con le sue tante anime, oggi nascoste dietro la parola d’ordine utile dell’anticorruzione. Quel che si agita a sinistra – almeno quello ancora abbarbicato al solo feticcio elettoralistico – sarà costretto a dividersi tra il centro-sinistra (cosa politica che diventa tutta da ridefinire, ma che nell’immediato post-elettorale si accaserà dalle parti del PD-senza-Renzi) e l’inevitabile – anche se dolorosa e difficilissima -ricerca di forme partecipative nell’arcipelago dei movimenti per i diritti civili e soprattutto quelli che hanno a tema la giustizia sociale e la crisi ambientale.

Naturalmente, tutto questo agitarsi a ridosso della scadenza elettorale riguarderà un solo momento della democrazia in questo Paese – anche se in generale non riguarda solo l’Italia – e cioè, presumibilmente, quello scarso 45-50% degli elettori che si recheranno alle urne. E sommando elettori confusi, consumatori-pseudo-popolo e rassegnati alle logiche neoliberistiche o pseudo-partitiche, non si può proprio parlare di un popolo che stia decidendo il proprio futuro!

Sta qui la ragione profonda della distanza tra rito elettorale e democrazia, la responsabilità politica di non pensarla la questione democratica, o del rassegnarsi alla forma imposta da chi comanda!

Il popolo è innanzitutto una forza storica attiva, significa – nel nostro immaginario – fare riferimento a una folla che avanza per strada, a un gruppo che interviene per rompere l’ordine delle cose; parlare sempre di un’azione che sta svolgendosi e non semplicemente di un gruppo sociale. “Si tratta di un popolo-evento, una forza che modifica il corso della storia, un concetto che si fa carne nell’azione e s’immerge in essa. Non c’è dunque alcun bisogno di descriverlo e di ricorrere all’analisi sociologica per comprenderlo.” (P. Rosanvallon). Ancora fino agli anni Settanta e quale ultimo lascito della Rivoluzione francese, consideravamo ancora il popolo almeno a partire dalla sua iscrizione in partiti, sindacati, gruppi, parrocchie; facevamo riferimento a un fatto sociale iscritto in un’istituzione e di cui ci si costruiva un’immagine.

Si potrebbe dire, alla prova dei fatti, che – dalla fine degli anni Settanta del secondo dopoguerra anche in Italia e soprattutto con la sconfitta della Sinistra – man mano che la democrazia s’affermava, “effettivamente, il popolo non ha più forma, diventa numero, cioè forza composta di uguali, individualità puramente equivalenti sotto il regno della legge: nel suo modo radicale, il suffragio universale. Con esso, la società è costituita da voci identiche, totalmente sostituibili, ridotte a unità di calcolo che si ammassano nell’urna. La sostanza si cancella dietro il numero.

Ma popolo resta la figura di ciò che è comune, la forma di una società di eguali; cioè un modo coerente di fare società e quindi di una promessa o di un problema, di un progetto da realizzare, a causa della crescente esigenza democratica dei cittadini, ancor più a causa della crescita delle disuguaglianze e dei fenomeni di separatismo che sempre più minano il sociale.

E questo ci porta a pensare il populismo oggi, che non fa che esprimere un male intrinseco: tra un disincanto politico – dovuto alla cattiva rappresentanza, alle disfunzioni del regime democratico, con un caos sociale legato alla mancata risoluzione della questione sociale – e il senso d’impotenza, di assenza di alternative e di opacità del mondo che da tutto questo deriva: una forma di risposta semplificatrice e perversa a queste difficoltà. Non si può quindi ridurlo alla sua dimensione demagogica. Approfondire la questione del populismo porta a capire meglio la democrazia con i suoi rischi di deviazione, di confisca, le sue ambiguità e anche la sua incompiutezza, ad avere intelligenza della sua inquietudine, coscienza della sua indignazione, a respingere tanto il moralismo indistinto quanto il disprezzo altero.

Il populismo è la forma assunta nel XXI secolo dal rovesciamento contro sé stessa della democrazia, così come nel XX lo era stato il totalitarismo. Costituisce un fatto globalmente strutturale delle democrazie contemporanee e si basa su alcune semplificazioni: – che il popolo sia la parte sana e unificata di una società che andrebbe naturalmente a costituire un blocco omogeneo di contro a una separazione dei ricchi;  – che il sistema rappresentativo e la democrazia in generale siano strutturalmente corrotti dai politici e che la sola forma reale di democrazia sarebbe l’appello al popolo, cioè il referendum; – che la coesione di una società sia la sua identità – sempre definita in negativo, a partire dalla stigmatizzazione degli immigrati o chi è di un’altra religione e non la qualità interna dei rapporti sociali.

Quindi, il superare la deriva populista invita a riflettere sul modo di realizzare meglio la democrazia. Chi può pretendere di combattere o fermare il populismo limitandosi a difendere la democrazia così come esiste oggi? Per far parlare il popolo bisogna moltiplicarne le voci, i suoi modi di espressione. Non c’è un popolo che parli con una sola voce, scrivono i pensatori politici; occorre che vi sia una polifonia suonata dal popolo aritmetico (il dato di fatto maggioritario deve inglobare l’immensa maggioranza della società e non semplicemente la propria maggioranza elettorale oggi sotto il 50%); dal popolo sociale, attraverso rivendicazioni legate a conflitti, attraverso una comunanza di prove, a partire da frammenti di storia vissuti in comune (anche del tipo di quella di internet – che non è un medium, ma una forma sociale, opinione pubblica che in passato esisteva solo rappresentata da istituzioni, media, tecniche di sondaggio); dal  popolo-principio, quello della Costituzione, delle corti costituzionali, che col potere di revisione delle leggi votate da un parlamento, rappresentano quel popolo-principio che non si confonde con il popolo maggioritario; dal popolo aleatorio (il tiro a sorte di una giuria di corte d’assise o quello dei partecipanti a una conferenza di consenso).

Ma bisogna diversificare anche la sovranità, che non è solo intermittente espressione elettorale: si tratta di elaborare un progetto, una storia collettiva, anche diversificando i suoi modi di espressione e le sue voci e moltiplicando le modalità di una democrazia permanente (il cittadino non può sperare di stare dietro ogni decisione, ma può partecipare a un potere collettivo di controllo, di sorveglianza, di giudizio, di valutazione permanente dei poteri stabiliti). Trovare i mezzi per produrre un vissuto comune che abbia senso, che non si esaurisca nei momenti solenni dell’effervescenza elettorale o nella comunanza della manifestazione. Che sia piuttosto fiducia comune, ridistribuzione, per il fatto che si accetta di condividere un certo numero di cose insieme: per questo, nella storia della democrazia, la storia dello Stato assistenziale è inseparabile da quella del regime democratico.

Oggi, nel momento della seconda globalizzazione, ci troviamo esattamente nella stessa congiuntura della fine del XIX secolo. Come allora, dobbiamo ridefinire e arricchire la vita della democrazia attraverso una forma più interattiva e non semplicemente di autorizzazione, ma ci serve anche ridefinire il contratto sociale, la ricerca di una società più uguale.

Oggi una parola trionfa dovunque: giustizia. Ma abbiamo anche bisogno di tornare a parlare un vero linguaggio dell’uguaglianza. Non solo l’uguaglianza in senso economico, ma nel senso di una società in cui vi è veramente una produzione di cosa comune. È questo il compito che, mi sembra, stia davanti a noi oggi. Se ricostruiamo la cosa comune, se cerchiamo di approfondire meglio l’idea democratica, allora la questione del populismo potrà trovare una risposta di una vita democratica allargata e approfondita.