Ma come esultavano e ridevano quei senatori accorsi intorno al loro collega AugustoMinzolini, dopo aver votato ed essere riusciti a salvare questo condannato -con sentenza definitiva-   dalla applicazione di una legge della Repubblica (la cosiddetta Severino) approvata da tutti i partiti in questo stesso Senato nel 2012 .

E’ forse la cosa più fastidiosa all’occhio di un cittadino che trasmettevano quelle immagini. Oltre alla incongruenza di legislatori che votano contro l’applicazione di una legge. Oltre alla evidente ostentazione di un privilegio che li pone al di sopra delle norme, al di fuori del dettato costituzionale secondo cui : tutti sono uguali dinanzi alla legge. Ma qui non si è uguali nemmeno dinanzi alle sentenze. Nemmeno a quelle definitive.

E la cosa più sconvolgente è che costoro non si rendono conto di quanto quel “transatlantico” sia sempre più simile al loro Titanic.

Insomma, il Senato ha respinto la decadenza di Minzolini (condannato a 2 anni e 6 mesi  per peculato) ma ha confermato in pieno la propria decadente immagine agli occhi degli italiani.

E il PDR con i suoi 19 senatori che hanno votato contro,  i 14 che si sono astenuti e i 24 assenti, può gridare quanto vuole alla calunnia, ma è difficile che possa scrollarsi di dosso il più che plausibile sospetto di intesa con Forza Italia (e cespugli centristi vari) in cambio dell’aiuto ricevuto per il  salvataggio del ministro Lotti.

Tutto vento nelle vele del M5S  e piombo nelle proprie ali.

E’ proprio vero -come evidenziava un sagace vignettista- che nel PD è finita l’era bersaniana in cui ci si limitava a pettinare mestamente le bambole. Ora che i tempi son cambiati, si preferisce spettinare i bamboLotti e lisciare il capo ai MinzoLotti.

Qui non è stato possibile -a giustificazione del proprio operato- nemmeno usare l’argomento della presunzione di innocenza (pure utilizzato ad intermittenza e secondo convenienza). Qui si è trattato di una vera e propria sfida alla magistratura, un atto che non è azzardato definire “eversivo” perché palesemente irrispettoso di una sentenza passata in giudicato, che tutti, proprio tutti, in uno Stato di diritto dovrebbero rispettare. A maggior ragione chi è componente di un organo legislativo che ha varato quelle leggi applicate dai giudici.

Certo, anche le parole di Di Maio, con quella sua evocazione della violenza, sono apparse inopportune e stonate per chi riveste ruoli istituzionali, ma è indubbio che atti di tracotanza e prepotenza come questo non aiutano a calmare gli animi nei confronti di una politica sempre più distante dal sentire comune e dal buon senso.

Quel giubilo dell’altro ieri al Senato, troppo simile a quei cori da stadio che accompagnarono nelle stesse aule Craxi nell’aprile 1993, non lasciano presagire che un epilogo altrettanto brutale.

Forse la lapidazione di questo ceto politico, causa crisi,  non avverrà più con il lancio di monetine, ma la sostanza non cambierà di molto.  E questa decadenza che sembra travolgere tutto e tutti non è certo un bel vedere e non prepara tempi buoni.