Scava scava e Montescaglioso, ‘’Monte’’, come la chiamano affettuosamente tanti concittadini, riserva non poche sorprese sfogliando le pagine della sua storia e di tanti personaggi illustri, che si sono affermati in settori diversi : dalla politica, alla cultura alla musica. Gli ultimi in ordine di approfondimento sono stati i fratelli Carlo e Giambattista Salinari, con un convegno di studi ‘’tra scuola, politica e letteratura’’ che si è tenuto nella città natale il 25 maggio e a Matera il giorno successivo. Un evento che ha visto insieme, nel comitato promotore, le Fondazione Basilicata Futu-ro, Gramsci, Università degli studi di Basilicata, Provincia di Matera, Città di Monte-scaglioso e Associazione nazionale partigiani (Anpi), e in quello scientifico Rino Ca-puto, Nicola D’Antuono, Francesco Giasi, Angelo R.Bianchi, Piero Di Siena e Giovanni Casaletto. E la due giorni ha dispensato a pieni mani i tanti aspetti e l’attualità, sia pure in campi ed epoche diversi dei due fratelli, dei quali l’anno prossimo ricorre-ranno i 100 anni della nascita di Carlo e i 110 di Giambattista. Per il 2019 – ci ha det-to Angelo Bianchi- senz’altro ritorneremo sulle loro figure e sulla attualità del loro pensiero per le giovani generazioni e con la pubblicazione degli atti. Una attualità che Francesco Giasi, direttore della Fondazione Gramsci, ha messo a fuoco, in parti-colare, sulla figura del politico e partigiano Giambattista nella lotta contro il fascismo e impegnandosi nella guerra di Resistenza. Una figura determinata, coerente, che ha segnato una parte importante della storia del nostro Paese. Ma c’è anche Carlo e Angelo R.Bianchi,che sta continuando il lavoro avviato con l’archivio storiografico “Raffaele Giura Longo’’, nella relazione che pubblichiamo ne ricorda storia, opere e ruolo nella storia montese e della Nazione.

La famiglia Salinari a Montescaglioso

A distanza di 37 anni la Comunità e l’Amministrazione comunale di Montescaglioso con la collabo-razione dell’Amministrazione provinciale di Matera tornano a onorare con un convegno di studi la memoria di Carlo Salinari unitamente a quella di suo fratello Giambattista, due grandi intellettuali e valorosi combattenti come partigiani nella Resistenza per l’Italia libera dal nazifascismo.
Questa volta all’Amministrazione comunale e a quella provinciale si uniscono nell’onorare la loro memoria anche la fondazione Basilicata Futuro, la fondazione Gramsci, la fondazione Carical, l’Università degli studi della Basilicata e l’ANPI.
La Città di Montescaglioso esalta ancor oggi il loro apporto alla formazione letteraria di tante ge-nerazioni di giovani e ragazzi che nelle università e scuole italiane hanno studiato sui loro testi, molto noti e, almeno un tempo, anche molto diffusi.
Già nel 1988, per iniziativa dell’amministrazione comunale dell’epoca, si pensò bene di intitolare a Carlo la scuola media con una cerimonia che vide anche la partecipazione dell’ANPI, rappresentata da Carla Capponi, ed inoltre si volle affiggere in sua memoria una lapide all’esterno dell’antica abitazione della famiglia Salinari, con l’incisione di una epigrafe scritta dal prof. Nicola D’Antuono.
Il mio intervento non investe le questioni relative all’attività critico-letteraria svolta dai fratelli Sa-linari con i loro studi e il loro impegno intellettuale e formativo: saranno affrontate nelle relazioni e contributi in programma oggi qui a Montescaglioso e domani a Matera.
Mi soffermerò invece solo a tratteggiare alcuni elementi significativi della rilevanza della famiglia Salinari con le sue ramificazioni nel determinare gli indirizzi della vita amministrativa comunale, unitamente ad altre espressioni del patriziato locale di loro appartenenza e degli altri ceti domi-nanti volta a volta cooptati, nel passaggio, senza interruzione di continuità, dall’ancien régime al decennio francese prima, e dalla restaurazione borbonica al Regno unitario e al regime fascista poi.
La numerosa famiglia dei fratelli Giambattista e Carlo, con l’avvento del fascismo, per scelta del padre, il dott. Pietro, medico, sin dal 1923 si trasferì a Roma, unitamente a quella dello zio, avv. Nicola, mantenendo però intatti i ricordi e i sentimenti di forte legame con la terra di origine, co-me Giambattista rilevava nel suo intervento a Matera per le celebrazioni nel 1964 del centenario del Liceo-Ginnasio “E. Duni” da lui frequentato (cfr. il suo Matera e il suo Liceo tra il 1919 e il 1923, in 100 anni del liceo “duni” di Matera, a cura di G. Bruno, Fasano, Schena 1965, pp. 53-58). Carlo in quell’anno aveva invece solo quattro anni.
La provenienza dei fratelli Giambattista e Carlo Salinari da una potente realtà familiare a lungo dominante a Montescaglioso, come comunemente avveniva nel Sud, non poteva non lasciare un segno indelebile nella loro coscienza e spingerli a compiere scelte coraggiose di vita e di forte im-pegno civile, sociale e politico per il riscatto delle masse degli oppressi, come già nella lotta parti-giana della Resistenza prima citata (a Carlo furono attribuiti anche pubblici riconoscimenti con due medaglie d’argento al valor militare).
Qui, a Montescaglioso, in effetti si erano fronteggiati con particolare veemenza per secoli il potere del feudatario e quello dell’antichissimo e potente Monastero benedettino, per la rivendicazione dei rispettivi privilegi da far valere nei confronti dell’Università per il controllo dei demani, sui quali i cittadini non riuscivano a tutelare i loro diritti per gli usi civici.
Ho avuto modo di consultare e studiare per diversi anni i voluminosi faldoni di documenti dell’Archivio storico comunale relativi alla questione demaniale (ancora depositati presso l’Archivio di Stato di Matera, in attesa da decenni di riordino). In quei documenti sono trattate le lunghe controversie sulla natura originale dei possedimenti terrieri (burgensatica, feudale, patri-moniale) oltre che le rivendicazioni rispettivamente avanzate da parte degli eredi della casa mar-chesale, dell’Amministrazione dei reali demani per l’ex Monastero benedettino e del Comune (cfr. il mio Dal feudo al comune: la questione demaniale a Montescaglioso, in «Bollettino della Biblioteca Provinciale di Matera», 1989, 15-16, pp. 3-46, e, per quanto riguarda in particolare i possedimenti rivendicati dall’Abbazia come antichi privilegi già concessi in età normanna, soprattutto D. Gerardi, Il Fondo Private ovvero documenti del monastero di S. Michele Arcangelo di Montescaglioso: secc. XI-XV. Codice Diplomatico di Matera, III, Galatina, Congedo 2017).
E’ stato così possibile rilevare il riacutizzarsi di quelle controversie all’inizio del regime napoleonico nel decennio francese con le leggi sulla eversione della feudalità, sulla divisione dei demani, sulla distribuzione di parte di essi in quote tra i cittadini proletari, sulla imposta fondiaria determinata in base ad un nuovo catasto e sull’ordinamento comunale imperniato sulla elezione del decurionato eletto su basi rigidamente censitarie (si rinvia alle raccolte Bullettino delle leggi del Regno di Napoli, Napoli, Fonderia Reale e Stamperia della Segreteria di Stato, 1806-1815, e Collezione delle Leggi e Decreti reali del regno di Napoli, Napoli, Stamperia reale, 1815-1860).
In tale contesto è emersa la presenza di due Salinari (don Domenico Nicola e don Carmele, legale) tra i protagonisti della nuova realtà amministrativa di Montescaglioso in quanto inclusi tra i 17 componenti del primo decurionato eletto nei parlamenti del 26 e 27 novembre 1806 (cfr. il mio Fine della feudalità e formazione dei comuni nel regno di Napoli durante il decennio francese: la presenza dei Salinari nell’amministrazione comunale dell’epoca, Amministrazione comunale di Montescaglioso, 1988).
Si tenga conto che, in base alla legge sull’istituzione dei decurionati del 18 ottobre 1806, a Monte-scaglioso – la cui popolazione non raggiungeva seimila abitanti – erano elettori ed eleggibili per tale organo amministrativo quanti fossero annoverati nelle matrici del ruolo della contribuzione fondiaria per una rendita di almeno quarantotto ducati.
I componenti del decurionato erano pertanto tutti espressione del patriziato locale e del ceto pro-prietario. Costoro ricopriranno le stesse cariche amministrative anche negli anni successivi.
Con i Salinari vi sedevano altri principali notabili che già nel passato regime avevano avuto un ruo-lo di primo piano nell’amministrazione dell’Università, in sostanziale sintonia con il feudatario (della casa Cattaneo), malgrado i diversi contrasti con lui circa i pascoli e gli usi civici sui fondi demaniali, taluni diritti proibitivi e in materia di elezione a particolari cariche elettive, come quella di camerlengo. Venivano così a proiettarsi nel nuovo regime anche a Montescaglioso come altrove gli antichi rapporti sociali già vissuti all’ombra del feudo e della chiesa, come osserva Raffaele Giura Longo in La Basilicata moderna e contemporanea, Napoli, Edizione del Sole 1992, pp. 122-123.
Se si esamina la matrice del ruolo della contribuzione fondiaria dell’anno 1807, emerge che al legale don Carmele Salinari veniva attribuita una rendita fondiaria imponibile di poco più di 321 ducati, a cui aggiungerne un’altra di 72,07 ducati per capitali di animali d’industria: 325 pecore, 106 capre, 40 vacche, 8 troie, 10 maiali e 28 porcelli.
A comporre la rendita imponibile per il 1807 di don Carmele concorrevano più specificatamente terreni per una estensione complessiva di 282 tomoli di diversificata classificazione e vari edifici, molti dei quali affittati, tra cui una abitazione soprana di 7 membri, oltre all’abitazione per uso proprio con soprano di dieci membri, con basso di 4 membri e un mulino.
Un’altra Salinari, Caterina, in anni successivi, in quanto vedova del sindaco per il 1808 Rocco Mau-ro, sarà intestataria della eredità di costui di ben 1.541,8 di tomoli di terreno.
La nuova amministrazione del Comune succeduta all’Università, con lo scorporo in suo favore di parte dei terreni demaniali, si trovò ad amministrare un patrimonio costituito dal raddoppio dei propri possedimenti demaniali a seguito delle sentenze della Commissione feudale (a partire dal 1809) e delle ordinanze dei regi Commissari ripartitori (Acclavio,1811 e Masci, 1812: cfr. R. Giura Longo, Le fonti della storia. Demani e prefetti “comunisti” nella Basilicata dell’Ottocento, Matera, BMG 1988, pp. 441-444): si passò infatti dagli oltre 11.000 tomoli agli oltre 22.700 tomoli, come attestato da una mappa dei beni fondiari e demaniali del Comune del 1813. Ma tutto ciò non si tradusse in un cambiamento effettivo del suo stato patrimoniale rispetto all’ancien règime.
Relativamente, infatti, al detto scorporo in favore del Comune di una porzione di demani ex feuda-li, si trattava in fondo di un risultato non definitivamente acquisito, perché quelle determinazioni della Commissione Feudale e dei Commissari ripartitori sarebbero state duramente avversate pri-ma dall’ultimo feudatario, il marchese Ferdinando Cattaneo, e in seguito dai suoi aventi causa, sia con ricorsi in sede di contenzioso amministrativo (in “possessorio”) presso l’Intendenza che in se-de giurisdizionale (in “petitorio”) presso la Gran Corte dei Conti.
Con la restaurazione borbonica questi ultimi riuscivano in gran parte a riottenere quanto era stato riconosciuto al Comune, e tali controversie si protrarranno anche dopo l’unità d’Italia.
Quello che è importante qui sottolineare è che, nel rivendicare le sue ragioni contro i diritti del Comune nei confronti della Commissione feudale e dei Commissari ripartitori, il soprannominato marchese Ferdinando Cattaneo trovava un sostegno proprio nei notabili che sedevano nel decu-rionato, al punto che tra i documenti dell’archivio comunale si possono leggere ripetuti richiami al senso civico per la tutela dell’interesse comune indirizzati a costoro da parte dal Sottintendente (già un decreto di Giuseppe Napoleone emanato il 14 novembre 1807 a tal riguardo aveva stabilito che chi fosse stato agente dei feudatari non potesse assumere incarichi elettivi amministrativi nei comuni fino a tutto il 1809: se ne videro le conseguenze anche a Montescaglioso con la decadenza di alcuni membri del decurionato!).
Ad onor del vero si deve però far presente che non sempre i rapporti dei notabili con la casa mar-chesale furono idilliaci e ad esempio in una delle annose controversie con i suoi eredi affrontate dal Comune, e conosciuta nei documenti archivistici comunali come “causa del credito”, per rico-struire e difendere le ragioni di Montescaglioso venne affidato al decurione don Salvatore Salinari l’incarico di predisporre un rapporto riepilogativo ed esplicativo delle argomentazioni del Comune, che fu redatto il 15 giugno 1842. Quella causa riguardava la pretesa, avanzata dagli eredi marchesal,i della restituzione di un credito, concesso alla fine del sec. XVI all’Università, di oltre 49.000 ducati e del pagamento dei relativi ingentissimi interessi maturati di 40.000 ducati.
Il Comune poté finalmente vedersi riconosciute le sue ragioni solo in Cassazione il 1 luglio 1897, nonostante gli eredi marchesali avessero fatto ricorso alla difesa di Francesco Crispi!
L’atteggiamento prevalente comunque dei notabili non si connotava in genere per una contrappo-sizione alla casa baronale, e ciò era comprensibile alla luce di quanto già prima si evocava: molti di costoro erano già stati agenti della casa marchesale nell’antico regime e continuavano a tutelarne gli interessi anche con il nuovo. Ma soprattutto temevano che lo scorporo in favore del Comune di parte dei demani – sia quelli ex feudali che quelli ecclesiastici già dei Benedettini – comportasse la distribuzione in quote di tali terreni tra i cittadini in alternativa alle affittanze ad uso pascolo, per i quali erano interessati amministratori comunali e decurioni e sui quali spesso, unitamente alla casa marchesale, taluni di essi estendevano le loro mire usurpatrici.
Amministratori comunali e decurioni adducevano quali motivazione della loro avversione ad asse-condare la distribuzione in quote ai cittadini la necessità di assicurare maggiori introiti nella casse comunali con gli affitti, senz’altro più remunerativi dei canoni delle quote. Non esitavano addirit-tura a favorire la diffusione tra i cittadini di «false vociferazioni» per produrre in loro «uno scorag-giamento negli aspiranti [alle quote] ad oggetto di adattarsi a privato utile», come stigmatizzava il Sottintendente in una corrispondenza del 31 agosto 1812.
Tra i notabili che concorrevano alle subaste per fida pascoli, fissate dal Comune per i suoi demani dopo l’Ordinanza Masci del 1812, troviamo anche don Carmele Salinari, il quale tra l’altro detene-va in affitto il vasto demanio denominato Tinto, dal 1815 sottratto al Comune dall’ex feudatario Ferdinando, come si legge in una relazione del 1845 scritta per l’Intendente dal consigliere provin-ciale Gerolamo Fuccillo, incaricato per la verifica delle usurpazioni a danno del Comune.
Il consolidarsi del gruppo dei notabili alla guida dell’amministrazione comunale non era stato osta-colato nemmeno dalle disposizioni introdotte con la legge del 20 maggio 1808 da Giuseppe Napo-leone, mediante le quali si cercava di allargare la composizione delle liste degli eleggibili per il decurionato anche al di fuori del ceto dei possidenti, ed in particolare a quanti vivevano con la professione di arti liberali, di arte e mestiere o esercenti il commercio in bottega, ancorché non soggetti all’imposta diretta.
Quella legge inoltre attribuiva l’elezione dei decurioni e delle altre cariche amministrative all’intendente. Ma l’intendente li avrebbe scelti da liste di eleggibili predisposte dal decurionato, anche se assoggettate al visto preventivo del sottintendente. Restava comunque in piedi un siste-ma di cooptazione con cui i vecchi notabili riuscivano ad integrare nella stretta cerchia di potere i nuovi ceti ricorrendo a strategie diverse, comprese quelle degli incroci matrimoniali fra esponenti delle diverse famiglie.
Una situazione, questa, che era destinata a persistere anche dopo la Restaurazione borbonica, come può notarsi ad esempio se si scorre la lista degli eleggibili definita dal Decurionato in data 8 marzo 1816, con una larga prevalenza tra i 41 nominativi di quella di notabili e proprietari, mentre nell’elenco dei decurioni troviamo quelli ancora in carica dal 1813, tra cui ancora il legale sig. Carmele Salinari, con la medesima indicazione della rendita di 322 ducati circa e il sig. Giambattista Andriulli, proprietario con rendita di 54,25 ducati ( ma sarebbe ammontata a ben 632 ducati circa nel 1821!). Quest’ultimo si segnala per i motivi, che riprenderò anche in seguito, riguardanti gli intrecci di potere mediante combinazioni matrimoniali tra famiglie di vecchi e nuovi ceti del potere comunale. Con il proprietario Giambattista Andriulli nelle fila del decurionato compare un nuovo protagonista, aggregato al ceto dei notabili, il cui peso e quello dei discendenti sarà sempre determinante nella gestione dell’Amministrazione comunale anche negli anni successivi. Una lapide affissa nella storica sala consiliare del Consiglio comunale in Abbazia ricorda ancora che un Giovanni Andriulli fu sindaco dal 1874 al 1900 e cessò dalla carica solamente per «volontarie dimissioni»!
Si è già prima fatto un cenno alle usurpazioni dei terreni demaniali in danno del Comune perpetrate dalla casa marchesale e da notabili ad essa collegati anche con il nuovo regime. Una situazione, anche questa, protrattasi a lungo, che si cercava di ostacolare a più riprese da parte dell’intendenza – prima dell’Unità – e poi della prefettura, mediante l’opera di agenti incaricati delle relative verifiche. Così, a quella già richiamata del consigliere provinciale Gerolamo Fuccillo del 1845, fece seguito una successiva dell’agente demaniale Placido Spaziante di Salandra, nominato dalla Prefettura nel 1864, il quale riprese il lavoro di ricognizione del primo. Spaziante individuò tra i prevenuti di usurpazione ai fini della conciliazione eredi della casa marchesale, la Cassa ecclesiastica per gli ex possedimenti benedettini (già l’Università era in perenne contrasto con il Monastero cassinese al riguardo!) e vari privati cittadini anche di comuni contermini, in specie Bernalda e Pomarico. Alla proposta di conciliazione avanzata da Spaziante aderì il richiamato Giambattista Andriulli, ma la rifiutarono gli eredi marchesali.
Avversarono in particolare l’operato di costui a proposito dello scioglimento della promiscuità del vasto demanio Isca l’Arena in favore del Comune i fratelli Galanti di Morcone. Tale possedimento faceva capo alla antica Regia Dogana di Foggia ed era assoggettato all’uso promiscuo condiviso da molto tempo anche dalla casa baronale, dall’Abbazia e dall’Università.
Si richiama questo particolare in quanto, come si dirà dopo, la vicenda della famiglia dei Salinari sarà strettamente legata anche ai Conti Galanti. Basti ricordare che donna Carmela Salinari (1900 -1971), cugina di Carlo e Giambattista Salinari, sposerà in seconde nozze Biagio Lupo (1886 -1961), che era l’amministratore dei possedimenti terrieri dei Galanti. Peraltro il palazzo ex baronale, posseduto da ultimo dai detti coniugi Lupo-Salinari, sarà conosciuto, e lo è tuttora, a Montescaglioso anche come Palazzo Salinari! Vi è nato nel 1942 il figlio Pierluigi, il più piccolo per età dei fratelli, qui presente, ed è stato l’abitazione di famiglia fino agli anni Settanta del secolo scorso.
Tornando all’operazione dell’agente Spaziante nei confronti dei Galanti, essa fu omologata dall’ordinanza del prefetto Veglio il 4 febbraio 1864, e fu resa possibile dal contesto sociale e poli-tico di dura tensione con la fine del regno borbonico tra le masse contadine di Montescaglioso, che reclamavano la distribuzione in quote dei terreni rivendicati come demaniali.
Esauritasi l’ondata di protesta per la terra, che l’epopea garibaldina dei Mille aveva incoraggiato, quella ordinanza fu revocata dalla Corte d’Appello di Potenza il 7 dicembre 1866 su ricorso dei medesimi Galanti appellanti, sentenza confermata in Cassazione il 12 gennaio 1869.
Era la riproposizione pura e semplice dei diritti feudali su un terreno rivendicato dai cittadini come universale sulla base di una convenzione del 1746 con la casa marchesale. A nulla valsero le argomentazioni e le perorazioni rivolte alla Corte dagli avvocati del Comune il 21 novembre 1866 (Pasquale Magaldi e Leonardo Antonio Montesano) affinché non venisse consentito che quella «postuma feudalità», tanto più insopportabile in quanto mancante del prestigio dell’antica, venisse ripristinata (Dal feudo al comune.., cit., p.36). E’ il caso di far presente che i Galanti continuavano ad avere i loro sostenitori nel decurionato prima e nel consiglio comunale poi.
Se le operazioni di suddivisione in quote ai cittadini dei terreni demaniali disponibili stentavano a fare concreti passi in avanti – ma una ripresa consistente, riguardante oltre 400 ettari, si registre-rà, invero, nel periodo 1881-1882 sia pure con il sistema di assegnazione di oltre 1500 quote mediante offerta, non per testa, come nel periodo 1862-1863 -, non subivano alcun arresto invece le conciliazioni per usurpazioni o affidamenti per pascolo e coltivazione dei medesimi terreni in favore di agrari rappresentati in consiglio comunale, come si evince da un esame della documen-tazione archivistica riguardante le operazioni degli agenti demaniali Nicola Franchi (1870-1875), Nicola Casalini ((1876-1878), Vincenzo Padovani (1878-1880) e Vincenzo Nitti (1881-1887).
Scorrendo i nominativi dei consiglieri comunali che dovevano collaborare in quegli anni con gli agenti demaniali, scorgiamo ad esempio, tra gli altri, quelli di Giovanni Andriulli, Tommaso D’Alessio e Gregorio Salinari, le cui rispettive famiglie, come prima si accennava, esprimeranno i ceti dirigenti dell’amministrazione comunale per i decenni successivi, o contrapponendosi tra loro o anche alleandosi per la difesa dei loro interessi consolidati. Illuminante appare un prospetto del-le proprietà immobiliari del Comune predisposto dal segretario comunale Vito Maria Andriulli il 25 settembre 1875 con l’annotazione dei terreni comunali dati in affitto agli agrari di Montescaglioso e Bernalda. Tra gli affittuari di Montescaglioso troviamo Carmelo Salinari e Vincenzo D’Alessio.
Altrettanto illuminante è leggere una corrispondenza del 17 febbraio 1879 indirizzata dall’agente demaniale Padovani al Prefetto, che fu motivata dallo scrivente con l’esigenza di difendersi dall’accusa di favoritismo mossa al suo operato in taluni ricorsi, per cui il Prefetto medesimo aveva chiesto che gli venissero indicati i nomi dei consiglieri comunali accusati di usurpazione: tra costoro venivano citati Andriulli e Salinari per le usurpazioni di congiunti. Forse per sottrarsi all’accusa di favoritismo il Padovani nel giugno di quell’anno inviò al Prefetto il verbale di rinuncia alla conciliazione di una aggregazione di alcuni terreni, fatta da Giambattista Andriulli, mentre analoga rinuncia venne effettuata nel 1881 da Carmelo Salinari fu Salvatore, rinuncia accettata dal Consiglio comunale per il «clamore» suscitato dalla relativa richiesta, come si legge nella relativa delibera.
Dal quadro complessivo che si è delineato fin qui sulla realtà amministrativa e sociale di Monte-scaglioso, in un ampio arco di tempo intercorso tra antico regime e l’ultimo quarto del XIX secolo seguendo le tracce della famiglia Salinari, si comprende anche l’ulteriore manifestarsi in età giolittiana fino ai primi decenni del XX secolo dell’ intreccio di interessi tra diverse famiglie di antichi e nuovi ceti proprietari terrieri che caratterizzarono anche il panorama politico espresso dai partiti locali.
A tal proposito è il caso di riportare quanto Domenico Sacco ha giustamente annotato con partico-lare riferimento all’età giolittiana: «I ceti proprietari locali davano vita a schieramenti composti […] che comprendevano localmente l’intero schieramento sociale, si contrapponevano localmente a uno o più schieramenti analoghi, capeggiati da altre famiglie dominanti. Questi furono a lungo i “partiti” politici in Basilicata e su queste basi e meccanismi essi si aggregavano, si scontravano, si scomponevano, secondo circuiti prevalenti di aggregazione parentale e clientelare» (Le lotte politiche e sociali, in Storia della Basilicata. 4. L’età contemporanea, a cura di G. De Rosa, Bari, Laterza 2002, pp. 118-119).
Qui, a Montescaglioso, ancora oggi viene ricordato il contrasto tra il cosiddetto “partito di sopra” e “il partito di sotto”, per riferire la contrapposizione tra raggruppamenti guidati da preminenti famiglie (i Salinari contro gli Andriulli, in un primo momento), contrapposizione che però si evolveva, come scrive Domenico Sacco, in ricomposizione per fronteggiarne un altro (con i D’Alessio). Le famiglie che dominavano volta a volta erano precipuamente queste, già più volte richiamate: Salinari, Andriulli, D’Alessio. Tutte queste tre famiglie facevano registrare infatti combinazioni matrimoniali per assicurarsi l’indiscutibile loro controllo della vita amministrativa fino al fascismo.
Non è il caso di riferire molti dettagli di tali intrecci familiari. Mi limiterò a dare solo alcune infor-mazioni sulla famiglia Salinari, a partire da Gregorio Salinari, avvocato e proprietario, sposato con la sig.ra Raffaella Sangiorgio di Ginosa, morto il 6 giugno 1895. Ebbero tre figli: Salvatore, il “generale”, Nicola, avvocato, e Pietro, medico, il padre di Giambattista e Carlo.
L’avvocato Nicola Salinari, sposato con la sig.ra Nunzia Bruni, morì nel 1922 all’età di sessant’anni. Ebbero 9 figli, tra cui donna Carmela, che, come si diceva, sposò Biagio Lupo, rimasto vedovo dopo la morte della prima moglie Gianna D’Alessio. I Lupo sono noti per aver retto a lungo l’amministrazione delle aziende e proprietà agricole dei conti Galanti, già prima richiamati a pro-posito dei terreni della regia dogana delle pecore, oggetto delle lunghe controversie per la rivendicazione dei diritti per gli usi civici da parte dell’Amministrazione comunale. Nicola Salinari aveva acquistato, come prima si menzionava, dalla famiglia D’Alessio il palazzo marchesale ed altri immobili dell’ex feudatario Cattaneo, quando quest’ultima dovette venderli per le forti difficoltà economiche dovute alla crisi agraria causata dal calo dei prezzi agricoli sin dagli anni Ottanta dell’Ottocento e determinate dall’esposizione debitoria per crediti contratti con istituti bancari, quale il Banco di Napoli, per gli acquisti di terreni demaniali, in specie ex ecclesiastici (cfr. G. P. Riccardi, Paradigmi di una crisi. Genesi ed esiti della congiuntura agraria nella Basilicata di fine Ottocento, Potenza Ermes 2015, p. 53n e passim).
L’altro figlio di Gregorio Salinari che qui richiamiamo è il dott. Pietro, medico, che sposò la sig.ra Anna Andriulli, sorella di don Battistino Andriulli. Il figlio di quest’ultimo, don Antonio Andriulli sposò donna Giovannina Lupo, nata dal precedente matrimonio di Biagio Lupo con la prima moglie Gianna D’Alessio. Sorella di don Antonio Andriulli era donna Adelina, la cara cugina dei nostri fra-telli Salinari, che era l’unica congiunta che Carlo, per i motivi che vi dirò, riusciva a visitare venendo a Montescaglioso da Roma, quando vi tornava in occasione di iniziative politiche promosse dalla locale sezione del PCI e dalla Camera del Lavoro a partire dagli anni del secondo dopoguerra.
Carlo era sempre circondato di stima e affetto dai braccianti, contadini, dirigenti e militanti del Partito e della Cgil di Montescaglioso. Era da loro atteso per sentirsi incoraggiati nella durezza della lotta politica e sindacale, particolarmente aspra a Montescaglioso, dove, come si sa, cadde il bracciante Giuseppe Novello nel dicembre del 1949 nell’acutizzarsi dello scontro del movimento per la terra.
Gli avversari politici invece tentavano di intimorirlo con i richiami alle sue responsabilità per l’attentato di via Rasella, e ancora oggi si ricorda che, in occasione di una sua partecipazione ad una manifestazione politica, esposero uno striscione riproducente l’invito, scritto a caratteri cubi-tali, a ritornarsene a Roma, perché indesiderato in quanto “figlio ingrato” della sua terra di origine.
Non ritengo necessario qui riferire ulteriori episodi al riguardo.
Il clima di forte tensione tra le forze politiche si rifletteva anche nei rapporti personali con i suoi familiari residenti a Montescaglioso, divenuti sempre più difficili a causa della collocazione di co-storo tra i sostenitori della DC e della loro assidua frequentazione di sodalizi cattolici, come il Terz’Ordine Francescano. Si comprende quindi il motivo per cui, quando Carlo tornava a Monte-scaglioso, passava a salutare, di fatto, soltanto, tra i suoi congiunti, quella che si mostrava meno condizionata dalle riserve presenti in altri, la sua cugina donna Adelina.
Ma queste vicende, comprensibili se collocate in quella particolarissima stagione politica, da tem-po, come si osservava all’inizio di questo mio intervento, non hanno impedito all’intera comunità di Montescaglioso di tributare onore alla memoria dei fratelli Salinari.
Anche i suoi congiunti hanno più volte voluto mostrarsi orgogliosi di loro, come già avvenne nel 1981 e 1988: ricordo tra tutti il compianto avv. Nicola Lupo, il quale partecipò con vivo interesse con altri suoi familiari agli eventi promossi dal Comune in quegli anni, anche perché i suoi rapporti con i partiti di sinistra a Montescaglioso sin dai primi anni Cinquanta del Novecento furono sempre improntati al rispetto reciproco ed anche ad intese con loro, e tutto ciò non veniva molto favorevolmente accolto dagli ambienti religiosi e politici di riferimento tradizionale della sua famiglia.
Oggi è l’Amministrazione comunale di un diverso orientamento politico rispetto alla militanza dei fratelli Salinari ad organizzare con altri soggetti questo convegno di studi, con il medesimo atteg-giamento di apertura con cui, in precedenti ricorrenze rievocative delle lotte contadine e bracciantili per la conquista della terra, ha manifestato il venir meno dei vecchi pregiudizi che portavano anche all’avversione personale.
Il Sindaco Vincenzo Zito questa mattina con la giunta e i consiglieri comunali ha voluto accogliere con deferenza nella sede del municipio le famiglie dei fratelli Salinari ed i loro congiunti montesi.
Si scrive così un’altra bella pagina della storia di Montescaglioso.
Montescaglioso, 25 maggio 2018
Angelo R. Bianchi