E alla fine (?), il M5S ha fatto tredici. Ma non nel senso fortunato della schedina. Anzi, nel senso opposto. Infatti, con la tegola Salvatore Caiata – patron del Potenza Calcio indagato a Siena per riciclaggio e candidato con il M5S per la Camera nel collegio uninominale di Potenza-Lauria, sale ancora il numero dei candidati scelti tra la cosiddetta “società civile” che nel giro di poche settimane, nel bel mezzo della campagna elettorale (sicuramente la più importante per il M5S) si sono rivelati essere non una risorsa ma un problema.

Certo, la reattività della ditta Di Maio è esemplare. Chi viene colto al di fuori delle regole del movimento viene accompagnato alla porta. Ma non basta più a salvare la faccia e nemmeno la sostanza.

Infatti, con il  crescere dei casi, emerge come la scelta  di andare a pescare fuori dal movimento i candidati per l’uninominale non sia stata fatta con la metodica giusta. E questa responsabilità è tutta in capo a Di Maio che ha personalmente vagliato e fatto queste scelte.

Il pescatore ha messo l’esca giusta ma non ha ributta a  mare i pesci che andavano lasciati lì perchè indigesti.

Quanto questa escalation di fuoriuscite  forzose dal movimento, ma che rimangono ancora presenti sulle schede elettorali sotto il simbolo che i cittadini si ritroveranno a votare, influirà sull’esito finale dei consensi al M5S non è al momento valutabile, ma sicuramente qualche danno lo farà.

E, dato che il voto al M5S, indipendentemente da queste vicende, comunque si prevede rimarrà consistente, il rischio reale è che si andrà ad eleggere una pattuglia di parlamentari liberi da ogni vincolo di appartenenza e che potranno costituire un appetitoso serbatoio per chi si troverà magari ad essere vicino alla maggioranza senza averla raggiunta del tutto.

Berlusconi le sue avances le ha già fatte.

Intanto, a fronte di un Luigi Di Maio che ha detto: “Al di là delle sue eventuali responsabilità penali che sarà la magistratura ad accertare, per le nostre regole omettere un’informazione del genere giustifica l’esclusione dal MoVimento 5 Stelle. Non siamo il Pd o Fi, noi guardiamo all’addebito, non all’avviso di garanzia.”

Salvatore Caiata in un post ha scritto: “Sono innocente, mi autosospendo”,  pur oggetto di una accusa pesante (reimpiego di capitali nei locali turistici di Siena con Cataldo Staffieri, responsabile per Toscana e Umbria de La Cascina, la coop colpita nel 2015 commissariata dall’allora prefetto di Roma Franco Gabrielli, per i suoi manager coinvolti nel secondo filone di “Mafia Capitale” ).

Non è il nuovo regolamento M5S per la selezione dei candidati alle elezioni politiche che sarebbe stato violato (esso non chiude la porta agli indagati, ma soltanto ai condannati – pure solo in primo grado, «per qualsiasi reato commesso con dolo», e obbliga chi sia a conoscenza di indagini o procedimenti a suo carico di fornire il certificato ex articolo 335 Cpp) in quanto i pentastealli assicurano che: “Il “335” di Caiata era pulito“.

Ma il codice etico di iscritti e portavoce  che all’articolo 6 recita: “Il comportamento tenuto dal candidato o dal portavoce può essere considerato grave anche durante la fase di indagine, quando emergano elementi idonei ad accertare una condotta che, a prescindere dall’esito e dagli sviluppi del procedimento penale, appaia comunque lesiva dei valori, dei principi o dell’immagine del MoVimento 5 Stelle”.