Non ho simpatia per Beppe Grillo; mi commuove Luigi Di Maio. Ma non voterei mai per lui, perché mi fa paura una Italia governata dai 5stelle. Però, da persona anziana, non posso non ammirare il suo coraggio giovanile e il suo sfrenato attivismo.

Questa volta, tuttavia, oltre che ammirarlo, devo anche dichiararmi in perfetta sintonia e accordo con lui, per la sua difesa della domenica e del riposo domenicale. E’ stato tra i pochi politici, infatti, a solidarizzare con i commessi dei supermercati che intendevano astenersi dal lavoro nel giorno di Pasqua, rivendicando il sacrosanto diritto al riposo. Insieme con i sindacati ha fatto riferimento ai nefasti effetti della liberalizzazione degli esercizi commerciali, che ha portato ad una iniqua concorrenza tra i supermercati e i piccoli esercizi a gestione familiare, destinati ad un inevitabile schiacciamento.

Anch’io, la domenica mattina, frequento un negozietto che mi fornisce il pane fresco di giornata. E’ aperto anche il giorno di Natale, Pasqua e Pasquetta. “Se non lo faccio – mi ha detto l’ultima volta il gestore –mi distruggono”.

Di Maio, però, ha avuto, da solo, il merito di non fermarsi all’aspetto economico-commerciale o sindacale della questione. Tutto sommato, lo ritiene elemento secondario. Ha avuto, in ciò, la solidarietà del vescovo di Torino. Di Maio, infatti, con la saggezza di un vecchio, ha rivendicato il diritto alla festa e al riposo, quale diritto all’amore, all’unità familiare, alla concordia, al sorriso.

Prima venga la persona – ha detto –, e poi il danaro. Impressionante è il fatto che queste cose le debba dire un ragazzo! “Castronerie” – ha scritto invece il giornale “Libero”.

E invece non possiamo non essere d’accordo con lui, anche noi peccando di castroneria, contenti, tuttavia, di avere con noi Giovanni Pascoli, che della questione si occupò in un discorso tenuto presso la Camera di Commercio di Messina, quando, in quella città, era docente universitario di lingua e letteratura latina. Il discorso, che porta la data del 1901 e ha titolo“Il settimo giorno”, fa riferimento alla domenica, oppure, secondo la tradizione biblica, al sabato, giorno in cui Dio si riposò. E se si riposò Dio, che mai si stanca, perché non dovrebbero riposarsi gli uomini?

Se non volete che il lavoro umano diventi pena o ergastolo – disse quel giorno del 1901 il Pascoli – rispettate il riposo del settimo giorno. Il silenzio di una città, che la domenica ha abbassato le saracinesche – specificò –, non significa che vi è passata la morte. “E no; è passato l’amore; è passata la pietà: è passata la buona novella dell’umano avvenire; è passata la speranza e la promessa della concordia e della pace. Quelle porte chiuse vogliono dire famiglie tutte intiere, raccolte insieme senza fretta, senza quel rodìo che qualcuno … manchi; famiglie raccolte in quella loro bella compitezza di babbo, mamma e figliuoli, intorno a una bianca tovaglia… Quella mancanza di vita significa presenza di vita, di vita vera, di vita umana, composta non di sola azione ma anche di pensiero, risultante sì dal lavoro, ma anche dal riposo, nudrita non di solo pane, ma anche d’amore e di gioia”.

Insomma, “o santa domenica, o giorno di silenzio e di tenerezza e di raccoglimento!”. O benedetto settimo giorno! Bravo Luigi!