I responsabili dei siti web sono responsabili eccome dei commenti dei lettori, che postano commenti su servizi o dichiarazioni pubblicate. E, pertanto, sono soggetti alle sanzioni previste dai Codici sino al ricorso alla ”carta bollata” che porta, salvo ripensamenti della parte lesa, alle sentenze nelle aule dei tribunali.

La situazione si aggrava se il gestore del sito è un giornalista, perchè subentrano le violazioni deontologiche. Se ne è parlato il 4 gennaio a Potenza e il 5 a nel corso di un corso di formazione promosso dall’Ordine con l’esperto e collega Ruben Razzante. Peccato che i colleghi del web si contassero sulla punta delle dita.

La nota di Nino Sangerardi, che fa riferimento a una sentenza riguardante il presidente della Federazione gioco calcio Carlo Tavecchio, tocca un altro tasto delicato quello di una parte di colleghi poco obiettiva, con una visione prioritaria da ”tifosi” più che da giornalisti, e con regole deontologiche da rispettare. Già le regole…finite con la testa nel pallone.

Cassazione, siti internet responsabili per i commenti dei lettori
di Nino Sangerardi

La Quinta Sezione Penale della Corte di Cassazione, con sentenza n. 54946 di fine dicembre 2016 (depositata il 16 gennaio 2017), si esprime sul caso di un commento diffamatorio ai danni di Carlo Tavecchio, presidente della Federazione Italiana Gioco Calcio.
Pertanto risulta condannato il gestore del sito internet che ha ospitato l’opinione : Agenziacalcio.it.

I fatti risalgono al 2009. Allorchè un lettore lascia un commento diffamatorio sul forum del portale on line. Gli insulti rivolti al presidente della FIGC : “emerito farabutto” e “pregiudicato doc”.
Agenziacalcio.it viene assolto in primo grado di giudizio. Però condannato in Appello.

La condanna quindi ribadita dai Giudici di Cassazione. Il gestore del sito dovrà pagare a Tavecchio, circa 60 mila euro, per “concorso in diffamazione”.
Secondo i Giudici Agenziacalcio.it doveva sapere dell’esistenza del commento perché notificato dal suo stesso autore tramite un’email.

Il gestore del portale on line invece ha sostenuto di esserne venuto a conoscenza solamente nel momento in cui la Questura,tramite la Polizia, ha notificato il sequestro del sito.

Una sentenza importante per quanti gestiscono siti web o blog o social network, anche non professionali.

D’ora in poi dovranno controllare a monte e seriamente i commenti dei lettori.

Si allega la sentenza.

SENTENZA
sul ricorso proposto da
Maffeis Marco, nato a Bergamo il 04/12/1958
avverso la sentenza del 24/06/2015 della Corte d’Appello di Brescia
visti gli atti, il provvedimento impugnato ed il ricorso;
udita la relazione svolta dal Consigliere Carlo Zaza;
udito il Pubblico Ministero, in persona del Sostituto Procuratore generale Stefano
Tocci, che ha concluso per il rigetto del ricorso;
udito il difensore della parte civile avv. Mariella Di Martino in sostituzione
dell’avv. Mattia Grassani, che ha concluso per l’inammissibilità del ricorso
depositando nota spese;
udito il difensore dell’imputato avv. Marco Bonucci, che ha concluso per
l’accoglimento del ricorso;
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Penale Sent. Sez. 5 Num. 54946 Anno 2016
Presidente: LAPALORCIA GRAZIA
Relatore: ZAZA CARLO
Data Udienza: 14/07/2016
Corte di Cassazione – copia non ufficiale
RITENUTO IN FATTO
Con la sentenza impugnata, in riforma della sentenza assolutoria del
Tribunale di Bergamo del 10/11/2014, appellata dal pubblico ministero, Marco
Maffeis, quale legale rappresentante della Kines s.r.I., gerente il sito internet
agenziacalcio.it, veniva ritenuto responsabile del concorso nel reato di
diffamazione commesso in Clusone nell’agosto del 2009 in danno di Carlo
Tavecchio, presidente della Lega Nazionale Dilettanti del Federazione Italiana
Gioco Calcio, pubblicando, sulla community del sito, un commento di Danilo
Filippini nel quale lo stesso definiva il Tavecchio «emerito farabutto» e
«pregiudicato doc» e ne allegava il certificato penale.
L’imputato ricorrente deduce vizio motivazionale sull’affermazione di
responsabilità; la sentenza impugnata sarebbe contraddittoria nel momento in
cui, dando atto che il Filippini inseriva autonomamente il commento sul sito
senza alcun intervento del gestore, riteneva quest’ultimo responsabile per il solo
fatto dell’aver il Maffeis ricevuto tre giorni dopo dal Filippini una missiva di posta
elettronica contenente il certificato penale del Tavecchio, omettendo di
considerare che in quel periodo l’imputato si trovava in vacanza all’estero e non
aveva accesso al sito; non vi sarebbe motivazione sul mancato accoglimento
della richiesta del pubblico ministero appellante di nuova assunzione delle prove
in sede di appello; la sentenza assolutoria di primo grado sarebbe stata
sovvertita omettendo la necessaria critica alle argomentazioni della stessa, ed
anzi valutando in senso accusatorio lo stesso documento, costituito dalla
comunicazione dell’imputato alla polizia postale in data 14/09/2009 con cui si
informava dell’autonomo inserimento del commento da parte del Filippini,
utilizzato dal Tribunale per escludere la responsabilità dell’imputato.
Il ricorrente chiede altresì sospensione dell’esecuzione della condanna al
risarcimento dei danni in favore della parte civile tenuto conto delle
considerazioni che precedono e della liquidazione del danno nella misura
arbitraria di C 60.000 in assenza di elementi certi sullo stesso.
CONSIDERATO IN DIRITTO
Il ricorso è infondato.
La motivazione della sentenza impugnata, sull’affermazione di responsabilità
dell’imputato, era coerente e rispettosa, contrariamente a quanto sostenuto dal
ricorrente, dell’onere di adeguata critica dell’impostazione assolutoria della
decisione di primo grado. La Corte territoriale concordava sulla conclusione,
2
Corte di Cassazione – copia non ufficiale
posta alla base di quella decisione, per la quale l’articolo incriminato era stato
autonomamente caricato sul sito da Danilo Filippini; ma osservava che il
Tribunale, come in effetti emerge dalla lettura della sentenza appellata, non
aveva valutato l’ulteriore elemento costituito dalla ricezione, sulla casella di
posta elettronica dell’imputato, di una missiva con la quale lo stesso Filippini il
01/08/2009 trasmetteva al Maffeis il certificato penale del Tavecchio. Il giudizio
di responsabilità veniva pertanto formulato per l’aspetto, del tutto inesplorato in
primo grado, dell’aver l’imputato mantenuto consapevolmente l’articolo sul sito,
consentendo che lo stesso esercitasse l’efficacia diffamatoria che neppure il
ricorrente contesta, dalla data appena indicata, allorché ne apprendeva
l’esistenza, fino al successivo 14 agosto, allorché veniva eseguito il sequestro
preventivo del sito; osservando inoltre la Corte d’Appello che l’invio della
descritta missiva di posta elettronica smentiva la versione dell’imputato di aver
saputo della presenza dell’articolo nel sito solo in conseguenza di detto
sequestro, e che d’altra parte la conoscenza di quella presenza da parte
dell’imputato, prima del sequestro, era confermata dalla pubblicazione di un
articolo a firma dello stesso Maffeis intitolato «chiedere se Tavecchio è stato
eletto legalmente è diffamazione», nel quale, allegando dei collegamenti al
certificato penale del Tavecchio e rispondendo ad un comunicato della
Federazione Italiana Gioco Calcio del 14/08/2008, si asseriva che dopo la
pubblicazione dell’articolo del Filippini era dovere del sito fornire un’informazione
priva di censure sulla sollevata questione dell’ineleggibilità del Tavecchio, in
conformità peraltro ai contenuti di una compagna decisamente critica condotta
dal sito nei confronti di quest’ultimo.
Per il resto il ricorso, oltre ad attingere profili di merito non valutabili in
questa sede, è generico con riguardo alla decisività della dedotta circostanza del
trovarsi l’imputato in ferie all’estero nel momento in cui sulla sua casella di posta
elettronica perveniva la missiva di cui sopra; non esplicitando il ricorrente, nel
mero riferimento ad una conseguente impossibilità per l’imputato di accedere
personalmente al sito, se tale circostanza avesse impedito allo stesso anche di
visionare la corrispondenza elettronica e prendere conoscenza del contenuto
della missiva, e in caso negativo quale ragione non avesse consentito al Maffeis
di assumere comunque le iniziative necessarie per evitare che la condotta
diffamatoria si protraesse.
La doglianza relativa alla mancata riassunzione delle prove nel giudizio di
appello è infine manifestamente infondata, essendo l’affermazione di
responsabilità, per quanto detto, giustificata non da una rivalutazione delle prove
dichiarative, ma dalla valorizzazione di un dato documentale non considerato
rilevante in primo grado.
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Corte di Cassazione – copia non ufficiale
Il ricorso deve pertanto essere rigettato, seguendone la condanna del
ricorrente al pagamento delle spese processuali e delle spese sostenute nel
grado dalla parte civile, che avuto riguardo alla contenuta dimensione
dell’impegno processuale si liquidano in C 2.000 oltre accessori di legge. Non vi
è di conseguenza luogo a provvedere sull’istanza di sospensione della condanna
al risarcimento dei danni in favore della parte civile.
P. Q. M.
Rigetta il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese processuali,
nonché alla rifusione delle spese di parte civile, che liquida in C 2.000 oltre
accessori di legge.
Così deciso il 14/07/2016
Corte di Cassazione – copia non ufficiale