Un tempo c’erano le aquile della politica, capaci di grandi intuizioni, progetti e programmi, e oggi gli avvoltoi della filiera delle mediocrità e degli opportunismi, che hanno affossato ideali e prospettive di crescita democratica, come è accaduto nel Bel Paese e in Europa.

L’eredità di persone e personaggi di alto profilo come Emilio Colombo, il cui spessore culturale e politico è un dato di fatto, non è stata raccolta appieno e, in alcuni casi, accantonata vuoi perché scomoda, vuoi per incapacità e vuoi per l’assenza di progetti che facciano superare gli opportunismi del correntismo. Il 25 giugno è una ricorrenza particolare per ricordare il grande Statista, aldilà del giudizio politico che gli uomini, la storia e i territori possono dare sul suo operato.

Pierluigi Diso, non nuovo a prese di posizione controcorrente, fuori dalle liturgie di sacrestia e di inni mariologici, lancia un altro sasso nello stagno e invita a ‘’volare alto’’ per restare in tema per ricordare, negli ideali e nei fatti, che la Basilicata e l’Italia hanno una eredità che va spesa e valorizzata. Attendiamo il ‘’Columbus day’’ delle cose da fare e la presenza del Presidente della Repubblica Sergio Mattarella.

LA NOTA DI PIERLUIGI DISO

“Il 2 giugno, incontrato personalmente il presidente Mattarella lungo i viali dei giardini del Quirinale, sottrattolo per qualche secondo alla folla lì radunatasi per la festa della Repubblica, gli ho ricordato la promessa fatta a Matera e ai materani il 17 luglio dello scorso anno, quando in occasione dell’inaugurazione della Cattedra Maritain, il Presidente della Repubblica promise di ritornare a Matera entro l’estate prossima (2018?) per ricordare il nostro cittadino onorario Emilio Colombo.

Emilio Colombo è stato l’ indiscusso protagonista della storia del secondo Novecento e ha riempito settant’anni di storia italiana ed europea, quale testimone e protagonista appassionato, orgoglioso del proprio contributo ed al tempo stesso pienamente consapevole dei limiti propri di ogni storia personale e collettiva, ma costantemente ispirato dal principio del «non appagamento», che lo ha sempre spinto a dare il meglio delle sue attitudini e a stimolare i più giovani a fare altrettanto, così come fece nell’Aula del Senato il 13 aprile 2010, quando invitò tutti a credere nella democrazia.

Ma è l’Emilio Colombo europeista quello che più mi affascina e per cui “Gli amici del presidente Emilio Colombo” mi hanno richiesto quest’altro contributo in occasione del quinto anno della sua dipartita.
A luglio 2018 saranno trascorsi già 63 anni da quando Emilio Colombo, ministro dell’Agricoltura, a soli 35 anni, contribuisce ai negoziati per i Trattati di Roma, che si svolsero per molti mesi nel disinteresse della politica perché nessuno pensava che potesse concludersi in modo soddisfacente.

Nell’autunno del 1956 Colombo scrisse un articolo in cui riassunse le sue esperienze europee nel campo dell’agricoltura e manifestò la sua idea di Europa, frutto di convinzione intellettuale e dell’influenza di Alcide De Gasperi. In quell’occasione, per la prima volta, Colombo parlò di “unità economica e politica come fattore permanente dell’equilibrio mondiale e della pace tra le nazioni”. Per lui l’integrazione andava vista nel suo complesso, perché le differenze avrebbero potuto trovare una compensazione proprio giocando sui diversi settori, tanto che egli disse: ”occorre consentire un’adeguata compensazione dei vantaggi e degli svantaggi derivanti a ciascun paese dal processo di integrazione e che se l’interesse dell’Italia in campo agricolo avesse dovuto cedere il passo alle necessità di altri paesi, avrebbe però potuto trovare compensazione su altri terreni”. In quegli anni l’Italia stava puntando sullo sviluppo industriale, ma la riforma agraria era finalizzata in quella prospettiva.

Successivamente Colombo gestì la crisi della “sedia vuota” tra il 1965 e il 1966, mentre la Francia minacciava di lasciare l’Unione, ma riuscì a convincere anche Vàlery Giscard d’Estaing. Fu quello il periodo in cui nacque una profonda amicizia tra Colombo e Jean Monnet, tanto che Colombo vedeva in lui il suo “Virgilio” e lo definì “guida a quanti credono nell’ideale europeo”. La loro amicizia e stima fu talmente grande che quando a Colombo proposero il Premio Schuman, fu chiesto proprio a Jean Monnet di essere lui a conferirgli la medaglia.

Colombo aveva partecipato a molti negoziati e per tale sua esperienza europea fu incaricato di trattare tutti gli affari europei, anche se non rientravano nella competenza del Ministero che dirigeva in quel momento. Era considerato l’esponente politico più indicato a rappresentare l’Italia nelle riunioni europee per la sua pacatezza e perché studiava tutti i documenti, rigo per rigo, prima di ogni incontro. Ciò gli valse la Presidenza della Commissione europea perché, essendo molto conosciuto in campo internazionale, ciò avrebbe giovato al prestigio del Parlamento europeo.

Gli anni settanta furono poi gli anni più difficili per la Comunità Europea e in quell’occasione Colombo ebbe a dire: “La lezione che la storia ci consegna è che non esistono fatti economici, emergenze monetarie, interessi finanziari in grado da soli di dare impulso a interi cicli di civiltà. Sono sempre la politica e la sua vena progettuale che muovono la storia”. Con questa frase è spiegata l’attenzione di Colombo agli sviluppi politici nell’integrazione europea, incluso anche il problema dell’identità politica dell’Europa che si era cercato di bandire con la dichiarazione di Copenaghen del 1973.

Chi più di Emilio Colombo ha contribuito a costruire un’Europa politica, con prudenza e senza strappi, tenendo conto dei tanti condizionamenti gravanti sulla costruzione europea. Colombo era solito ripetere che “l’Europa è un disegno originale, che si manifesta però lì dove vi erano realtà politiche differenti con le quali è stato necessario confrontarsi”.

E’ questa una parte del grande patrimonio che l’illustre statista e cittadino lucano ci ha lasciato e di cui dobbiamo fare tesoro e tramandare alle future generazioni.”

Pierluigi Diso