E’ davvero incredibile la lentezza con cui una certa residua classe politica (ex PD, ex DS, ex PCI) pur teoricamente attrezzata (culturalmente e per esperienza) si sia persa per strada, abbia depauperato un patrimonio culturale-politico-umano-elettorale nei decenni scorsi sino a farsi cacciare dall’ultimo partito che pur avevano (inopinatamente) fondato.

La causa è in quella frettolosa dismissione della cassetta degli attrezzi di cui pur erano dotati, grazie alla formazione iniziale ricevuta dalla militanza in un partito vero e di sinistra. Una dismissione operata nella deleteria accondiscendenza alla politica spettacolo e alla sua devianza verso il “chi” piuttosto che al “che cosa”, all’apparenza più che alla sostanza. Con l’abbandono di un qualsiasi pensiero critico sino all’accettazione dell’egemonico pensiero unico liberista e la conseguente innaturale partecipazione persino allo strame dei diritti del mondo del lavoro (vedi il voto di molti di essi al jobs act).

Ora, come si dice: sbagliare è umano, perseverare è diabolico oltre che autolesionistico ed intollerabile. I D’alema, i Bersani, gli Speranza si illudono se pensano di disporre di un credito illimitato da parte di quel pezzo di popolo che, avendo assistito a questa tragica debacle con amarezza, si è ritirato nel non voto o in un qualsiasi voto di protesta e che ora si aspetta, insieme ad un pò di autocritica, una rapidità ed una chiarezza nel ricostruire ciò che è stato distrutto: un partito di sinistra.

Risulta, pertanto, davvero incomprensibile questo attardarsi dietro a Pisapia, frettolosamente promosso a leader di qualcosa che ancora non c’è, per la costruzione di un illusorio nuovo centro-sinistra. Illusorio perchè manca uno dei due pezzi da unire, la sinistra per l’appunto.

Proprio l’opera a cui bisognerebbe rapidamente accingersi, partendo dall’analisi degli errori compiuti, dai contenuti, dai valori, alzando lo sguardo ben oltre il modesto orizzonte delle prossime elezioni.

Occorrerebbe tornare a parlare del “che fare?” e poi del “chi lo deve fare”, astenendosi dalla estrema e  deleteria personificazione della politica, ricostruendo in primis una identità ben definita e non un improbabile nuovo contenitore da supermarket.

Insomma, occorre avere chiaro che ora l’obiettivo primario è costruire una autentica forza di sinistra, culturalmente autonoma dal pensiero e dalle ricette liberiste, che riprenda in mano la bandiera del lavoro e della realizzazione della Costituzione. Credibile e capace di catalizzare la passione dei giovani (le vere vittime sacrificali delle politiche liberiste), degli intellettuali e di larga parte della società che si sente oramai impotente, messa ai margini ed in balia di questi poteri (finanza, mercati) oscuri e spietati. O si ragiona in questa chiave oppure il tutto sarà un fallimento.

Lasciando magari perdere lo sterile distinguo tra ipotetiche sinistre (di governo, di opposizione, etc). Una sinistra deve prima avere chiara la ragione della sua esistenza in vita, poi deve conquistare la fiducia della società, quindi provare a tradurla in consensi e grazie ad essi, infine, proporsi al governo del Paese. Da sola o in coalizione con altri.

Sapendo che più forte sarà nella società e più potrà imporre nella eventuale agenda di governo del Paese a cui dovesse partecipare  la realizzazione dei propri punti programmatici.

E’ evidente che  l’operazione di costruzione del nuovo soggetto per essere forte occorre sia inclusiva di tutto l’arcipelago in cui si  è atomizzata la sinistra attualmente e di quelle intelligenze fresche e lucide come gli animatori del Brancaccio.

Riusciranno i nostri eroi nell’impresa? La vedo dura, direbbe un nostro caro amico. Nonostante ci sia (la) Speranza ….ad illudere che  tutto possa andare per il meglio.