Pochi elementi naturali, più degli alberi, la loro presenza e cura, misurano la qualità del rapporto degli uomini con il loro habitat. Potremmo aggiungere: il loro grado di civiltà, se al termine civiltà non assegniamo solo il compito di designare la raffinatezza dei costumi, l’elevatezza della cultura generale di una società, ma anche il grado di rispetto della natura e delle sue espressioni vitali ed estetiche. E sono ancora gli alberi che oggi misurano il cammino storico all’indietro, la grandiosa regressione di civiltà compiuta dalla società contemporanea. Neppure quegli alieni intellettuali stipendiati per l’evento di Matera 2019 l’hanno, non dico messo a tema, ma almeno considerato nelle loro elucubrazioni virtuali. Pesa – e come pesa oggi quel loro ambiguo silenzio! Per secoli, anzi per millenni, le città hanno continuato ad ospitare non le singole piante, ma l’intero loro habitat di appartenenza sotto forma di giardini e di orti. Anche Matera, del resto, vantava fino all’edificazione del palazzo della Provincia, un orto botanico assai ricco e interessante, non solo ‘la villa comunale’, l’alberata murattiana, tante ville fittamente alberate! Ancora negli anni Novanta, l’ing. Corazza offriva all’Amm.ne comunale di Matera un Piano del verde recuperando un percorso ‘verde’ continuo, spesso e ricco  che ancora attraversava da nord a sud l’intera Città e a raggiera ammagliava tutte le aree verdi a corona dell’abitato. Soprattutto, inglobava alberi considerati monumenti storici del paesaggio urbano, con le ex ville nobiliari e borghesi, il parco delle rimembranze, il nostro giardino comunale. Ancor oggi lanciando un duplice messaggio: un appello al coraggio e alla lungimiranza di una borghesia capace di rinunciare alla rendita fondiaria ricavabile da aree centrali della città per destinarla all’interesse collettivo e alla bellezza urbana. E al tempo stesso denunciando la miseria degli appetiti presenti, che realizzano foreste di pietra, dove ad ogni frammento di spazio sarebbe richiesto di generare profitto. Basti osservare di quanto verde son dotati i nuovi quartieri, le nostre squallidissime periferie. Lo stesso termine verde denuncia la degradazione subita dalla natura, ridotta ad elemento accessorio e residuale dell’espansione urbana. E di questa miserabile ‘cultura’ muoiono anche i nostri pini! Ma di questo t’ho già detto nei precedenti articoli!

Qui ti chiedo invece che ne pensi della gigantesca rotatoria ‘cantierizzata’ all’altezza della chiesa di S. Antonio. Come saprai, il cantiere è ‘sospeso’ soprattutto a causa delle trascuratezze nella progettazione – non solo quelle relative alle essenze arboree: una per tutte, non si sa che fare del ‘ritrovamento’ della condotta di adduzione dell’acqua potabile … Ma non è di questo che voglio parlarti!

Ti sei chiesto il perché del disagio, dello straniamento che si prova una volta sopraggiunti nei pressi di una rotatoria? Secondo me è lo stesso inquietante sentimento di ritrovarsi, tutto a un tratto, in un non-luogo!

Da Matera sud fino a Matera nord ci saranno 5 o 6 chilometri e 8 o 9 rotatorie. E’ varia anche la loro forma, la loro dimensione. In alcuni casi si riducono a piccoli oggetti circolari di plastica o di cemento. In alcuni casi, invece, le rotatorie sono manufatti di grandi e talora grandissime dimensioni, di aspetto monumentale e pittoresco come quella all’inizio di via Annunziatella con tanto di piscina e scultura ardita.

Le rotonde sono sorte per ragioni ‘ragionevoli’. Regolare e fluidificare il traffico. Affidarne la responsabilità diretta agli automobilisti stessi per non finire imprigionati dai vincoli imposti dai semafori. La rotonda può essere utile. Può. Talora. Non sempre. Non dovunque. Da qualche tempo invece si sta riproducendo dovunque e senza soste. Senza limiti. Organismi autonomi, sfuggiti a ogni controllo e a ogni regola. Riflettono, se vogliamo cercare analogie, l’andamento del fenomeno urbano e immobiliare negli ultimi quindici, vent’anni, che ha mutato il paesaggio sotto i nostri occhi in tempi tanto rapidi e in modo tanto profondo che non ce ne siamo nemmeno accorti.

Quando si incontra una rotonda in apparenza senza significato, nel vuoto urbano, è segno che lì qualcosa sta per capitare. E’ probabile – anzi certo – che intorno sorgerà presto un nuovo quartiere, una nuova zona residenziale. Anzi, che sta già sorgendo, come quel ‘residence’ in cui sta trasformandosi il verde distrutto del Villaggio del Fanciullo (che proprio in questo frattempo celebra i Sessant’anni di assistenza ai bambini e ragazzi disagiati che lì vi erano ospitati). O l’altro ‘residence’ contiguo, fino a qualche mese fa l’urbanisticamente precaria “Sala Porcari”. La ragione ufficiale della rotonda di via Lanera per l’Amm.ne comunale, ovviamente, è quella della sicurezza stradale in quell’incrocio in previsione del traffico previsto per il 2019; oltre che per disciplinare le manovre alle auto che utilizzeranno il parcheggio previsto – e di cui non conosciamo il progetto esecutivo, nello spazio antistante il ‘nuovo padiglione’ del vecchio ospedale.
Le rotatorie, caro Fefè, come le nuove intrusioni immobiliari, cambiano il paesaggio. Ridisegnano la geografia quotidiana e le mappe della circolazione. Per questo ri-orientano ma al tempo stesso dis-orientano. Cambiano non solo la viabilità, ma il modo stesso di affrontare e di guardare il territorio. C’è un’iperfetazione di rotonde. Immotivata per quantità, qualità e localizzazione. Tuttavia, pochi oggetti sono in grado di raffigurare la meccanica sociale in modo altrettanto efficace delle rotonde. Dove i pedoni non hanno diritto di cittadinanza (ma come, ci sono le strisce pedonali che porteranno alla chiesa, all’Università, al di là del Quartiere?) Dove i ciclisti possono circolare solo a loro rischio e pericolo. Perché la regola delle rotatorie è che passa prima chi entra per primo. Però, spesso prima passano il secondo e anche il terzo. D’altronde, non è sempre facile capire chi è entrato per primo. E, comunque, presto si capisce che la rotatoria è come la vita: devi farti coraggio ed entrare nel gorgo. Prenderti i tuoi rischi. Sgommando e tamponando, se necessario.

La rotonda. La rotatoria. Difficile trovare una metafora migliore per rappresentare una società che assiste, senza reagire, alla scomparsa del “suo” territorio e, insieme, delle relazioni fra persone. Anche perché stanno scomparendo gli spazi per parlare e perfino camminare.

Questa, caro Fefè, è la “società rotatoria”.