Come previsto la conta del congresso PD (perchè solo di questo si è trattato, nessun dibattito sulle mozioni nei circoli risulta esservi stato) ha certificato la definitiva renzizzazione di questa creatura nata male e cresciuta peggio. E così Matteo Renzi da Rignano sull’Arno, dopo che hanno abbandonato la ditta e tolto il disturbo  quelli che pur avendolo fondato il nuovo partito erano degli incorreggibili rompiballe, è diventato il padrone assoluto di quella che rimane sempre e comunque un’amalgama mal riuscita, aggiungendo così definitivamente la R dopo PD.

I candidati, che in modo assolutamente improbabile hanno interpretato il ruolo dei contendenti, hanno rappresentando in modo plastico la stranezza di questo non-partito in cui si battono aspiranti leader che hanno opinioni sostanzialmente opposte fra loro (almeno sulla carta). Perchè se fossero vere, lasciando perdere le posizioni più sfumate di Orlando e pensando a quelle esposte da Emiliano, si pone ora un serio problema di compatibilità sua e dei suoi supporter nel PDR. Basti pensare al Jobs Act di cui ancora questa sera Renzi ne ha vantato le magnifiche virtù. Se era solo un gioco delle parti o sostanza vera si vedrà.

Con la rielezione di Renzi a segretario del PD (e statutariamente futuro candidato di diritto alla guida del governo) i partecipanti alle primarie, un milione in meno (all’incirca) rispetto alla volta precedente, hanno dimostrato di gradire il “ribollito”: ovvero un leader che è  stato sonoramente bocciato da milioni di italiani in elezioni vere sulla madre di tutte le sue scelte di governo, facendo finta che ciò non sia mai accaduto.

Certo, ognuno ha i suoi gusti, ma ovviamente ignorare la realtà non è certo un buon viatico in politica. Nessuno pensi che nel Paese reale abbia un effetto cancelletto questa reinvestitura in scala ridotta, pretesa ed ottenuta al fine di rimanere in campo con il proprio giglio magico, nonostante le solenni promesse di abbandono della politica. Anche se è comprensibile che uno non è che rinunci a cuor leggero al controllo di un logo che alle elezioni (sebbene non le si vinca) comunque attribuisce una bella porzione di potere. Mica grullo il giovine. Ma e’ una vittoria di Pirro per la reiterata vocazione maggioritaria…

Certo saranno “le secondarie”, ovvero le elezioni ufficiali,  a far risvegliare dall’entusiasmo di questa sera chi pensa di essersi rifatto una verginità rispetto ad una serie di scelte di governo fallimentari che sono stati alla base della disfatta del 4 dicembre scorso.

Ma per l’Italia non è comunque un bel vedere questo remake di “A volte ritornano”!