Riceviamo e pubblichiamo una breve ed amara riflessione di Armando Lostaglio sullo stato dell’arte della democrazia nel nostro Paese che utilizza, come è nello stile dell’autore,  spunti cinematografici e musicali.

A che punto è la notte
di Armando Lostaglio

Prendiamo a prestito solo il titolo del libro di Fruttero e Lucentini, A che punto è la notte (da cui il film di Nanni Loy del 1994, con Mastroianni) quale spunto interrogativo su quanto ci accade intorno e sulla nostra testa, della “notte” che avvolge questa terra, il Mezzogiorno più vasto, la nazione.

A che punto è giunto il nostro cammino tortuoso fra economia ed ecologia, fra malaffare e bisogno di crescita collettiva? Governi latitanti nonostante le attese ben determinate.

Lo scandalo petroli, l’Ilva di Taranto, Bagnoli: tutto sembra nell’oblìo, assorbito dalla quotidianità che riproduce altri eventi. Eppure sono tutti gli elementi per un giallo che vedeva affaristi e classe politica avviluppati, e di contro la volontà di cambiamento, spesso arenata. Governi ostaggio delle consorterie multinazionali oppure solo volenterosi di “sbloccare” (ad ogni costo) una Italia da troppo tempo ingessata da poteri occulti. Tesi ed antitesi che si affrontano in voci urlate ed inchieste sulla stampa.

La magistratura che fa la sua parte: ultimo appiglio e baluardo cui l’uomo comune cerca sostegno ai suoi dubbi, ed esige giustizia.

C’è un dialogo nel film di Dino Risi In nome del popolo italiano (1971) fra il giudice Bonifazi (Tognazzi) e l’imprenditore Santenociti (Gassman) che meglio non potrebbe ritrarre l’antica diatriba fra gli affari (talvolta opachi) e la giustizia: un manuale di economia, politica e giurisprudenza.

Tuttavia, si assiste sulla propria pelle che nulla si muove nella direzione voluta e spesso annunciata specie nelle campagne elettorali: gli interessi sono sempre in mano ai pochi, le classi dirigenti si muovono in equilibrio precario, talvolta sul filo del rasoio imposto dal malaffare. Burocrazia e paralisi operativa fanno il resto.

Cara democrazia” è una canzone di Ivano Fossati, tanto per riportarci alla realtà “ideale”, per rifare i conti con noi stessi:

Con santa pazienza Ho dovuto aspettare Con quanta buona fede Sono stato ad ascoltare
Cara, cara democrazia Sono stato al tuo gioco Anche quando il gioco Si era fatto pesante
Cosi mi sento tradito O sono stato ingannato Mi sento come partito E non ancora approdato
Sento un vuoto Sento un vuoto al mio fianco E nessuna certezza…
…Fantademocrazia Libertà autoritarie Libertà ugualitarie Democrazie del lavoro Democrazie del ricordo e della dignità Ahi che pessime orchestre. Che brutta musica che sento Qui si secca il fiore e il frutto del nostro tempo Sono giorni duri Sono giorni bugiardi. Ho dovuto aspettare Non sai con quanta buona fede Sono stato ad ascoltare. Cara democrazia Ritorna a casa Che non è tardi.”