Che il livello culturale della attuale classe politica sia sotto il metatarso non è un mistero, se ne hanno dimostrazioni quotidiane ed a vari livelli. Da quello comunale (con consiglieri e Sindaci in diversi casi per nulla adeguati e consapevoli del proprio ruolo) e poi via via a salire con i vari livelli provinciale, regionale e nazionale. Lo stretto necessario connubio tra politica e cultura appartiene oramai al passato (non mancano ovviamente eccezioni) a quelle classi dirigenti figlie dei partiti veri che poi non erano altre che fucine di formazione permanente alla nobile arte della politica.

Niente partiti, niente più dirigenti di questi importanti corpi intermedi espressamente previsti dalla nostra Carta Costituzionale, tutto si svolge intorno agli eletti, alla loro mera capacità di collettori di voti. Progetti, programmi frutto di studio e cultura sono oramai orpelli ritenuti inutili. E le conseguenze le vediamo ogni giorno con l’aggravarsi della situazione generale.

Di questa ignoranza dilagante se ne occupa ciclicamente la stampa. E proprio partendo da un recente servizio del settimanale l’Espresso sul tema che prende spunto un intervento del professor Angelo Minieri, già sindacalista della CGIL Scuola e poi Sindaco di Matera che riportiamo a seguire.

Una classe politica ignorante?

Ho semplicemente riportato il titolo dell’Espresso e di un articolo che sicuramente esprime una constatazione e una lettura giornalistica di una realtà che comunque andrebbe sempre più approfondita e affrontata.

Oggi i luoghi del dibattito si vanno sempre più riducendo e nel contempo si pensa che battute e riflessioni limitate e superficiali attraverso Fb o i social più in generale possano dare un giudizio della qualità stessa della cultura e preparazione di chi ci governa.

Si parte dalla grande crisi della politica a partire dagli anni Ottanta dove i processi della globalizzazione venivano intesi come ritiro della politica e dello Stato dalla società.

E l’istruzione è stata la prima ad essere abbandonata. Stavano venendo meno partiti e culture politiche fatte di idee e valori in grado di esprimere un progetto di società, credere in tale progetto e assumersi il compito di trasfonderne il senso nella formazione delle nuove generazioni attraverso la scuola italiana, oramai in mano agli “esperti”.

Vedi che cos’è la cosiddetta “Buona Scuola” se non un assemblaggio di impalcature organizzative e dirigistiche e dove, in nome della società, i contenuti diventano incombenza delle direttive governative attraverso i dirigenti scolastici periferici.

Una scuola dove la destrutturazione del 68 al fine di renderla più aperta e orizzontale, alla fine si è trasformata in una scuola di massa e un luogo dove migliaia di docenti sono stati assunti (allora come oggi) senza una reale verifica di qualità e spessore culturale. Un processo che ha di fatto prodotto generazioni sempre meno formate e culturalmente non attrezzate a reggere l’impatto della società della comunicazione e internet.

Ed è da questa scuola che alla fine sono emerse le ultime classi dirigenti e la stessa classe politica, la quale è stata incapace di frenare o ha contribuito alla fine dei partiti, luogo di formazione e studio e di educazione alla democrazia.

E questo inabissamento della scuola alla fine esprime gente come il Di Maio, vice presidente della Camera nonché premier in pectore, che si affanna a capire come si vanno a declinare i verbi e i congiuntivi.

Ovviamente Di Maio è assunto a livello emblematico di una classe politica che non usa la lingua correttamente, perché culturalmente non è attrezzata e preparata, con buona pace del governo della cosa pubblica, soprattutto quando ancora di più le ultime generazioni di politici con un titolo di studio andranno in pensione.