E’ stata una grandiosa reazione collettiva al tentativo di ‘deforma’ delle istituzioni che avrebbe stravolto l’equilibrio tra i poteri dello Stato. Una duplice risposta di democrazia e di partecipazione: 1 – la difesa della Carta costituzionale, ultimo argine al dilagare delle ineguaglianze e delle ingiustizie sociali e 2 – la sentenza definitiva di sfiducia verso quella politica subalterna e parassita della “agenda neoliberista”. Che, anche in Italia, ha modellato l’ideale della società come una sorta di mercato universale (e non, ad esempio, una polis, una sfera civile o una sorta di famiglia) e gli esseri umani come dei calcolatori di profitti e perdite (e non come beneficiari di previdenze o titolari di diritti e doveri inalienabili).

Su di noi, lavoratori, donne, giovani, vecchi e nuovi poveri, ma anche ex ceti medi, stiamo sperimentando il vero obiettivo del ‘neoliberalismo’, che è quello di indebolire lo stato sociale e la piena occupazione e sempre la riduzione delle tasse, la deregolamentazione! Avvertendo e subendo soprattutto quella politica ‘costituzionale’ tesa a riordinare e ripensare il nostro status come individui isolati. Quel linguaggio che precedentemente era limitato alle semplificazioni didattiche che descrivono i mercati delle materie prime (concorrenza, trasparenza, comportamenti razionali) è stato applicato a tutta la società, fino a invadere la realtà della nostra vita personale. Constatando che l’atteggiamento del venditore si è infiltrato inestricabilmente in tutte le forme dell’espressione di noi stessi. Quello che anche le politiche del cosiddetto “centro-sinistra” italiano hanno introiettato (la terza via blairiana e clintoniana), non è semplicemente un nome – ‘neoliberalismo’ – che sta a indicare le politiche a favore del mercato, o i compromessi con il capitalismo finanziario. È piuttosto la denominazione di una premessa che, silenziosamente, è arrivata a regolare tutta la nostra pratica e le nostre credenze: che la concorrenza è l’unico legittimo principio di organizzazione dell’attività umana!

Non appena però il neoliberalismo è stato certificato come reale, e non appena ha reso evidente l’ipocrisia universale del mercato, allora – è quel che sta accadendo – arrivano al potere i populisti e i fautori dell’autoritarismo.

Contro le forze dell’integrazione globale si riaffermano le identità nazionali, quella delle piccole patrie. E nel modo più duro possibile: non è solo che il libero mercato produce una piccola squadra di vincitori e un enorme esercito di perdenti – e i perdenti, in cerca di vendetta, si sono rivolti alla Brexit, a Trump, ai movimenti populisti e fascistizzanti europei e contro i poveri e gli ultimi. È che ci si rivolta contro il tradimento dell’ideale utopistico del libero mercato come dispensatore unico di valore e tutore della libertà, quando constatiamo la durissima attuale caduta nella post-verità e nell’illiberalismo. La società, riconcepita come un gigantesco mercato, porta a una vita pubblica ridotta a uno scontro tra mere opinioni; finché il pubblico frustrato non si rivolge, infine, ad un uomo forte come ultima risorsa per risolvere i suoi problemi, altrimenti ingestibili. Sta qui il fallimento del centro-sinistra italiano, delle socialdemocrazie europee, delle democrazie liberali. Ma sta qui anche l’impotenza trasformatrice del risultato referendario del 4 dicembre 2016!

Ma, perché il fallimento delle politiche di centro-sinistra non coagula invece consensi, partecipazione sociale ed elettorale in favore di quelle formazioni politiche che intendono fuoruscire, o superare il neoliberalismo? Consentitemi una piccolissima digressione ‘eretica’.

A me pare che occorra ritornare in maniera brutale sui danni inflitti alle nostre singole vite dalle politiche liberali e neoliberali, per coglierne la drammaticità e interrogarsi – a fondo – su quel che occorra. La nostra vita è saccheggiata, ostacolata, deprivata, mortificata. E le nostre soluzioni? Individuali, specialistiche, settarie, oppure: la morte psichica, non parlo non sento non vedo! Dove è il punto che sembra continuamente sfuggirci, proprio mentre insinua la sua cancrena in ogni recesso, anche i più nascosti, della nostra vita? È la frantumazione.

Non è solo il tempo della povertà, ma della frammentazione. Che ci affligge e che noi nutriamo con sempre maggiore lena. Frantumazione di tutto: dei nostri corpi, dei nostri linguaggi, delle nostre menti, dei nostri luoghi, delle nostre relazioni, dei nostri tempi. Stiamo morendo a pezzi, letteralmente.

Ma la vogliamo, eccome, la frantumazione! Il privato non deve contaminare il pubblico, le emozioni la produzione, gli affetti il lavoro, la famiglia il denaro, il ruolo la prestazione, la psiche il sesso, le passioni … Noi, sembra, amiamo tutto questo. È all’ombra della separazione e della gerarchia, delle competizioni e della privacy che abbiamo edificato un mondo in cui l’unica unità di misura, neutra per eccellenza (il neutro è nullificatore delle passioni), è il denaro.

Ci facciamo pagare e paghiamo un’ora di cura, di massaggio, di attenzione. E che sia così. Mica che mi tocchi magari di restituire cura, massaggio o attenzione. Sopravvissuti sì ma come frammenti. Poi ci lamentiamo della disperazione.

Ma, non dimentichiamolo! Questo disastro non può essere attribuito all’umanità in quanto tale, dal momento che la sua grande maggioranza non ha giocato alcun ruolo storico nell’imporre l’individualismo che accompagna il neoliberalismo, o nell’aumento delle emissioni di gas a effetto serra che marchia la crescita capitalistica e ormai condanna a morte gran parte del globo, anzi: si tratta proprio della parte che sta pagando e che continuerà a pagare più di tutti i danni.

 Dovremmo però esser grati a quella disperazione, perché viene da un luogo in cui qualcosa della vita sopravvive. Se siamo disperati, e lo siamo, oh sì, è perché qualcosa di ancora vivo in noi rilutta.

Per ripensare la frammentazione, oggi occorrerebbe anzitutto partire dal costo insostenibile di questo modo di vivere, vale a dire dal cambiamento climatico! Su questo punto non si può arretrare: il riscaldamento globale è la manifestazione più evidente della diseguaglianza sociale ed economica su scala globale. Per averne conferma evidente, si pensi alle condizioni ambientali, di vita e di lavoro nei Sud del mondo dove, come sotto il tappeto, vengono ricacciate immondizie e inquinamento ambientale e sociale; e il sud mediterraneo non sta meglio (scorie, immondizie, residui del petrolio e del gas, degrado sociale)!

Occorrerebbe una nuova cartografia delle lotte e degli autori impegnati a comprendere gli aspetti psicopolitici, affettivi e libidinali della governance ambientale globale e della piattaforma capitalistica, che sostenga, dia partecipazione affettiva, a un’idea chiara e condivisa per uscire dalla maledizione dell’epoca capitalistica!

Perché allora quest’idea di futuro – anche ecologico – del pianeta non deve risiedere nella riappropriazione da parte di lavoratori e consumatori delle varie forme di sapere che sono state sottratte loro dal capitalismo cognitivo – quello basato sullo sfruttamento generalizzato del lavoro-conoscenza che, lungi dall’emanciparsi dalla logica produttivista del capitalismo industriale, la sussume, la riproduce, e la estende, determinando una rottura drammatica degli equilibri necessari alla riproduzione dell’ecosistema?  E proseguire, qui e ora, alla ricerca di nuovi terreni, nuove pratiche di conflitto per aprire il passaggio verso civiltà del tempo liberato, tenendo a mente che l’”autonomia sociale è la prima forma di resistenza all’entropia economica”?

Non sta forse qui la ragione profonda della separatezza tra quel che resta dei partiti della trasformazione e le mille e mille forme della socialità anticapitalista ed ecologista?

Perché – come ancora in questa tornata politico-elettorale – predominano schieramenti e bandierine, invece che la ricerca di una comune idea di fondo, per trasformarlo questo nostro Paese e contribuire, di conserva, alla messa in discussione del dirigismo neoliberistico dell’Europa?

Siamo proprio sicuri che l’invenzione di coalizioni elettoralistiche comporti – di per sé – il primo nucleo, quella massa critica minima di manovra politica che possa inaugurare una nuova stagione della politica democratica vivificatrice della Costituzione e degli interessi del lavoro? Una domanda che non può esser rivolta, però, soltanto alle sigle che oggi danno vita al ‘quarto polo’ della politica nostrana. La domanda chiama alla responsabilità in pari misura il variegato mondo dell’ecologismo, dei movimenti che si battono per l’eguaglianza civile e sociale nel Pase, anche in Italia. In ogni parte d’Italia, anche nel nostro Mezzogiorno e in Basilicata – terra obbiettivamente condannata – per la scarsa densità demografica, per le problematicità orografiche, ambientali, storiche – a discarica ecologica!

La tornata elettorale va presa, in definitiva, per quel che è: un’occasione per mandare in Parlamento energie che contengano lo strapotere della rappresentanza ‘politica‘ del neoliberalismo (anche quello in salsa renzusconiana) e le tentazioni liberticide (lo stravolgimento della Costituzione, questa volta, con una maggioranza parlamentare bulgara).

Quel che, a mio parere, dovrebbe appassionare di più tutti – embrioni del nuovo soggetto politico e voci e pratiche della socialità – è al contempo, la consapevolezza dell’irrinviabilità della messa in comune delle risorse, delle esperienze capaci, finalmente, di suscitare la fiducia di un popolo disperso e umiliato e perciò astensionista. Prima che sia troppo tardi!

E per farmi intendere, porto un esempio: Affinché si possa stabilire un nesso tra un evento meteorologico – non importa quanto estremo – e il riscaldamento globale, si richiede invariabilmente una mobilitazione su larga scala del General Intellect (cioè delle varie fabbriche del sapere: università, think-tanks, contro-argomentazioni da parte dei movimenti sociali, ecc.). Il cambiamento climatico, pensato attraverso il lavoro dei climatologi, ci mostra l’effetto delle nostre azioni come specie, una sorta di ‘storia universale negativa’. Eppure, il cambiamento climatico riguarda meno la quantità di gas a effetto serra emessi in atmosfera, che non la capacità del capitale oggi di trasformare la vita sociale in momento di produzione di valore; di sussumere cioè il sapere, la conoscenza, i rapporti, i linguaggi che complessivamente rappresentano lavoro vivo indipendentemente dal fatto che sia o meno costretto all’interno di un rapporto salariale, e trasformarli gratuitamente in investimento. Occorrerebbe predisporre gli strumenti, le capacità interpretative per capire come ciò avvenga, e questo non solamente sul piano dei processi di messa a profitto e quindi di espropriazione delle capacità di lavoro intellettuali dei nuovi lavoratori informatici, dei produttori della New Economy. Ma delle reti di relazioni, di comunicazioni, di cooperazioni, di attività di vita che l’intera società metropolitana oggi esprime. Così diventa evidente l’indubbio, grande potenziale di una sincronizzazione dei movimenti per la giustizia sociale, economica e ambientale. Tale potenziale ha ricevuto una notevole spinta propulsiva dalla crisi climatica.

Questo mi sembra il compito politico ineludibile. Nel frattempo, però, manteniamo aperti quegli stretti sentieri istituzionali che ci permettano di respirare, specie se si tratta di conservare lo spirito originario della nostra Costituzione, mentre raccogliamo a sintesi le mille e mille esperienze che i territori ci offrono per aprire una nuova stagione di lotte per l’emancipazione. Anch’io ho tentato, per quel poco che so, di esemplificarne un percorso possibile qui in Basilicata, facendo perno sulla scommessa Matera 2019. Anche qui, su Giornalemio.it. Finora senza significativi ascolti, neppure a sinistra.

Allora, meno pruderie e più consapevolezza politica, tragica della posta in gioco! Non dobbiamo convincere noi stessi, ma un popolo alla ‘canna del gas’!