Basta polemiche su Matera 2019 e sui protagonismi del tutti contro tutti con la consapevolezza ( ed è questo il paradosso) che occorre superare immobilismo mettendosi a lavorare attuando contenuti e obiettivi del dossier di candidatura. E, invece, sembra di assistere alle strategie della tela di Penelope, con il rinvio dell cose concrete da fare a tempi migliori, quando la politica avrà trovato la quadratura del cerchio su nomine, bandi, incarichi e percorsi da basso cabotaggio compensativo. Emmanuele Curti, che ha contribuito fattivamente al successo di candidatura, non sta a guardare e invita la città a rimboccarsi le maniche e a ritrovare la sua anima fattiva, per non sprecare il lavoro fatto e per avviare quello (e tanto) che c’è ancora da fare. Un invito alla riflessione sul tema ” Matera plus habens: la felicità da costruire” che pubblichiamo di seguito.

Emmanuele Curti

Ci si sveglia la mattina, e si attende l’ultima polemica. Proni ormai ad un giornalismo che fa notizia solo sullo scandalo, lo scontro – dove più colorito appaia, meglio è -, siamo ormai vittime di una curiosità malata, incapace di immaginarci felici, perché schiavi della temporanea goduria dell’alterco da vicinato. In una città, ma aggiungerei, un territorio vasto (posso dire? non solo quello lucano, ma quello meridionale, italiano ed europeo – solo ieri abbiamo di poco schivato una ultra destra al governo dell’Austria) sempre più confusi, sempre più privi di termini positivi di riferimento, segnati dalla paura dello straniero, dell’invasione del proprio spazio (quale?), non siamo in grado di vedere il futuro, sorridendo.
Tu sei minus habens, tu, pugliese, invadi le nostre terre, tu lavori per gli altri, tu non ci sei, tu non hai diritto di parola, tu hai perso, tu sei ghiotto, tu, tu……
Che manca in tutto questo? Il noi. Il noi rispetto ad un dato che, in una semplice presa d’atto, dovrebbe apparire positivo: siamo Capitale Europea della Cultura con un dossier che ha detto altro. E che vuole costruire una diversa dimensione, positiva, partecipata, aperta.
Certo, siamo anche la terra scossa dall’assenza di lavoro per i giovani, dalla questione petrolio, dal referendum che, unica regione in Italia, ha coscientemente detto no ad un modello, abbiamo tumori (non solo in senso medico) ovunque, abbiamo lasciti antichi che, strutturalmente e mentalmente, ci potrebbero trattenere in una dimensione negativa, di dolore e di incapacità di reazione e di visione del futuro.
Ma 60 anni fa la vergogna che divenne marchio indelebile non segnò l’individuo, ma quel ‘noi’, l’intera comunità che viveva i Sassi (e di riflesso anche la classe più agiata che dall’alto guardava a quello svuotamento – argomento peraltro mai trattato). Quel tatuaggio imposto nel nome di una nuova Repubblica che da Roma non poteva sopportare quella dimensione di povertà (l’Italia da ricostruire), si è reso nel tempo più diafano, e sì, è stato lentamente rimosso, con un laser artificiale, attraverso le battaglie per il recupero dei Sassi, la nomina a luogo Unesco, e, da poco, l’essere diventati Capitale Europea della Cultura.
Ma il segno è rimasto, dentro, perché il processo ha riguardato le mura dei Sassi, meno si è dedicato alla cura degli animi nostri. E questi nostri animi non riescono a pensarsi fuori dalle polemiche.
Di fronte a questi alterchi, ci stiamo smarrendo, anche perché la comunità non capisce fino in fondo quanto vi sia in gioco, se non i soldi, se non i turisti da spolpare (e trasformarsi lentamente, con le dovute differenze, in una novella Venezia che ricordo, in 50 anni, ha perso 2/3 della sua popolazione). Corriamo verso l’euro da intascare in giornata, e non ci rendiamo conto che abbiamo bisogno di processi lenti, visionari, fortemente partecipati e strutturati.
Qui non voglio entrare nel dibattito del come: si, lo ammetto (prima che riparta il dito puntato e dica ‘ma tu, Emmanuele, apparten a quella parte!’), ho collaborato con molti altri alla costruzione del dossier e continuo a curarne, là dove sia possibile, una sua declinazione, a Matera e in Basilicata, e altrove. Non con incarichi specifici (prima che di nuovo si sospetti il pagamento..), ma perché credo fermamente nella visione di cambiamento che quel dossier ha creato. E, in coerenza con me stesso, ma oserei dire, con un ‘noi stessi’, perseguo quegli obiettivi lì delineati che hanno fatto sì che fosse scelta Matera, e non altri luoghi.
Ne possiamo continuare a discutere, assolutamente, nella coscienza comunque che quella è la visione che l’Europa ha voluto immaginare per una propria crescita.
Ma non è questo necessariamente il punto: per essere coerenti con quella visione, abbiamo bisogno di serenità, di fare (e non solo dire) le cose nella consapevolezza che siamo comunità e non un aggregato di vicinati e di individui.
Ingenuo! Ma dove vivi? Ma non ti rendi conto che c’è un partito al governo della regione frammentato, che c’è una coalizione al governo della città oserei dire atipica, che c’è un vasto territorio ancora politicamente uso a dinamiche altre, che fa dello scontro e della frammentazione uno strumento di governo?
Ne sono pienamente consapevole.
Ma se vogliamo andare oltre al restauro delle mura dei Sassi, dei monumenti, se vogliamo realmente curare il ‘noi’, ed uscire dalla crisi profonda europea (siamo qui per questo come Capitale Europea, no?), dobbiamo immaginarci altro, sempre nel rispetto delle diverse dialettiche. Nella capacità di costruire veri tavoli partecipati, con le diverse posizioni sedute intorno, in cui al centro del tavolo ci sia come argomento la felicità di tutti.
Il mio invito a tutti, dal sindaco (e membro del CdA della Fondazione) al presidente della Regione (e membro del CdA della Fondazione), come rappresentanti di questa comunità, alla presidente della Fondazione, al direttore, ai consiglieri, alle mille persone (dai sindaci dei 131 Comuni ai presidenti delle Regioni contigue, ai capipopolo improvvisati che, attraverso firme, inseguono un bene comune), ai cittadini e cittadini temporanei, è quello di fare del sorriso vero una chiave di svolta.
Un sorriso non di circostanza, ma come strumento consapevole di costruzione di una nuova identità che curi, prima delle mura e delle infrastrutture, gli animi di coloro che abitano quel luoghi.
Un sorriso che apra le nostre scorze indurite, che faccia da grimaldello rispetto alle crisi profonde che ci attraversano e che ci hanno trattenuto nel passato: un sorriso consapevole di una regione che per esempio ha detto no alle trivelle, ma lo ha detto perché vuole una vera felicità, in pace col proprio territorio. Un sorriso che dia speranza ai giovani che costruiscono il futuro. Un sorriso che spezzi anche le rabbie di chi protesta. Un sorriso carico di suoni, contro il silenzio che regna su mille nostre terre.
Un sorriso che io sempre rivolgo al mio vicino di casa, Raffaello De Ruggeri, per rispetto della persona, ma anche perché attraverso il sorriso cerco sempre il dialogo.
Ingenuità? No, vero strumento di trasformazione strutturale.
Un sorriso che sia cura e felicità, consapevoli che il cambiamento necessario parta innanzitutto dalla consapevolezza che Matera (la Basilicata, e il suo apporto all’Europa) è plus habens. E che molti da fuori ci guardano sorridendo, per la nostra fortuna. Costruiamola con un passo diverso.”