Meno occupazione stabile e più precarietà per tutti” era ciò che paventavano tutti coloro che si sono opposti da sempre al Jobs Act ed è quello che sta drammaticamente accadendo.

A confermarlo anche gli ultimi dati dell’Inps, giunti a guastare la festa della narrazione renziana, confermando -se ce ne fosse stato ancora bisogno- il fallimento delle politiche del lavoro del governo precedente e della prosecuzione attuale incarnata da Gentiloni.

L’Osservatorio sul precariato dell’INPS ci ha comunicato ieri che: nel primo trimestre 2017, rispetto allo stesso periodo del 2016, sono calate le assunzioni a tempo indeterminato del 7,4%  ed è aumentato il lavoro precario.

Cosa di preciso è aumentato? Apprendisti (+29,5%), ovvero chi dopo un periodo di prova non è certo che sia confermato sul posto di lavoro; assunti a tempo determinato (+16,5%) e i contratti di somministrazione (+14%).

Dati che fanno apparire sempre più stonato il racconto entusiasta che ogni volta in TV ci ripete il Pinocchio di Rignano sull’Arno, sempre pronto a decantare la magnificenza del Jobs Act che  è arrivato persino a spacciare (udite, udite)  come un provvedimento “di sinistra”. Roba da matti!

Certo che associare  la cultura “di sinistra” ad una politica che toglie i diritti e le tutele ai lavoratori, rende precari e senza futuro (anche pensionistico) i giovani è devastante oltre che essere fuorviante.

Qualcuno dovrebbe dirgli di smetterla a Renzi di spacciarsi per ciò che non è!

Ma tornando ai dati dell’INPS, essi non fanno altro che confermare una semplice verità: puoi drogare i dati sull’occupazione quanto vuoi, con una pioggia di 18 miliardi di incentivi che, però, non potendo durare all’infinito, appena finiscono fanno riemergere la cruda realtà.

Insomma, finiti gli sgravi, i datori di lavoro sono tornati a fare ciò che gli conviene di più (e meglio di prima grazie al decreto Poletti), ovvero al contratto a termine e precario, molto più idoneo al potere di ricatto da esercitarsi su un lavoratore reso sempre più merce usa e getta.

E non inganni nemmeno il calo consistente degli interventi di cassa integrazione, spacciata da qualcuno come “ripresina”, dovuto semplicemente al fatto che questo istituto era stato utilizzato sino al massimo consentito. Ed anche qui con una ulteriore novità rispetto al passato: sono aumentati i licenziamenti (di quasi tre punti) e le domande per la disoccupazione che risultano cresciute del 12% rispetto ai primi tre mesi del 2016.

Insomma, chi entra in crisi vede sempre più nero e con minori possibilità di riprendersi.

E’ questo il prezzo di politiche liberiste praticate indifferentemente da governi dichiaratamente di destra e poi mutuate con nonchalace da altri che -per dichiarata opposta provenienza- avrebbero dovuto fare l’opposto.

C’è ancora chi crede che il lavoro si crea togliendo l’articolo 18 e regalando danaro a chi assume?

Sarebbe ora, invece, che si desse corpo ad una robusta politica di investimenti pubblici la cui grande assenza da decenni si avverte in modo drammatico. Oggi più che mai sarebbe urgente programmare investimenti in settori innovativi, ad alto contenuto occupazionale quantitativamente e qualitativamente.

Ed occorrerebbe farlo subito per dare una prospettiva e speranza alle giovani generazioni che al momento sembrano essere ineluttabilmente condannate alla marginalità, alla precarietà e alla miseria.