“C’è una situazione molto strana in Basilicata” – scrive Angelo Summa, il segretario generale regionale della CGIL che aggiunge.

“Da un lato gli indicatori relativi all’occupazione fanno registrare una ripresa graduale della stessa; dall’altra si registra una consistente e continua diminuzione di popolazione residente. Infatti, la Basilicata si spopola sempre più e il fenomeno, unitamente al forte calo delle nascite, rappresenta il vero dramma del nostro territorio. Al 1° gennaio 2017 i residenti in Basilicata sono 570mila 400, riducendosi rispetto al 2016 di più di 3.000 unità, con un saldo negativo peggiore di tutti, pari al 5,7 per mille, peggio anche delle altre regioni del Mezzogiorno.”

“Qui, come anche nelle altre regioni del Mezzogiornocontinua Summa– , il saldo migratorio interno risulta negativo, ma la perdita netta di residenti per migrazioni interregionali è maggiore del contributo positivo delle migrazioni con l’estero (saldo di 1,3mila unità). Da un lato, dunque, pare che i giovani comincino piano piano a trovare un lavoro, dall’altro lato gli stessi giovani sono quelli che gonfiano i numeri dello svuotamento e della desertificazione della Basilicata. Questioni che gettano molte ombre su quel valore di +1,1% di ripresa occupazionale registrato da Istat, specie in riferimento alla qualità di un’occupazione sempre più precaria e molto spesso a voucher.”

“Il numero medio di figli per donna, che si colloca al di sotto della media italiana pari a 1,34, è di 1,14 (stima anno 2016) e l’età media delle madri al parto è 32,3 a fronte di un valore pari a 31,7 riferito al totale Italia. L’indice di vecchiaia pari a 181,3% ci dice che ci sono attualmente in Basilicata quasi due anziani per ogni giovane, mentre in Italia si attesta al 165% e nel Mezzogiorno al 148%. L’indice demografico di dipendenza strutturale, cioè quello costruito rapportando la popolazione in età non attiva (i giovani da zero a 14 anni e gli anziani con più di 65 anni di età) alla popolazione in età attiva (15 – 64 anni), dal 2016 al 2017 passa da 52,5% a 52,8%. Meno della media italiana ma molto più alta della media del Mezzogiorno.

Insomma una regione con una miriade di contraddizioni: pare lavorare un po’ di più, ma allo stesso tempo invecchia molto di più. E se si svuota è prevedibile che si svuoti di giovani, molto spesso dei giovani migliori, quelli più formati e istruiti che faticano a trovare uno sbocco occupazionale adatto alle proprie esperienze. Nel 2015 quasi 5.000 lucani sono stati interessati da fenomeni di pendolarismo per motivi di lavoro verso le regioni del Centro-Nord, i 3/4 maschi, pari al 4,5% dell’intero stock di occupati in regione, fenomeno non marginale. Queste persone che si spostano sono in possesso prevalentemente di un titolo di studio medio-alto, nella gran parte dei casi la tipologia contrattuale con quale sono impiegati è dipendente/a tempo pieno. Il pendolarismo interessa quindi le fasce di popolazione più istruite in cerca di una posizione nella professione relativamente più sicura.

Questo testimonia di una certa difficoltà, da parte del sistema produttivo locale, a creare occasioni di lavoro relativamente qualificate. Il tutto unito al calo demografico, emigrazione, povertà, sta trasformando la nostra regione, ne impoverisce il capitale umano e infrange coesione e solidarietà.

Considerazioni che trovano riscontro, almeno in parte, con riferimento alla popolazione straniera. Infatti in Basilicata si passa dal 2010 al 2016 da quasi 13mila a 19mila stranieri circa, con un aumento di quasi mille all’anno, una variazione media del 7% all’anno, con una fortissima presenza di persone provenienti dalla Romania (la metà), dati positivi da cui far ripartire un pezzo di futuro.

Ma bisogna invertire la rotta. Il trend demografico dei prossimi anni può e deve essere corretto con le giuste scelte politiche: mirate ad un piano straordinario per la crescita che punti su istruzione e università, ricerca e innovazione. Un investimento qualitativo sulle giovani generazioni, non solo per migliorare la condizione dei giovani stessi ma perché rappresentano all’interno della nostra società una risorsa che produce ricchezza e benessere.

Per farlo è necessario agire in tre direzioni: migliorare la formazione di base e l’acquisizione di competenze avanzate nelle nuove generazioni; investire in politiche in grado di migliorare la possibilità di essere attivi e solidamente inseriti nel mercato del lavoro; gestire flussi di entrata funzionali al nostro modello economico e al nostro modello sociale.
Su tutti e tre questi punti dobbiamo dimostrare di saper fare meglio e di più se non vogliamo condannarci a un irreversibile declino, non solo demografico.

Più che di stanche promesse e interventi poco incisivi, abbiamo bisogno di terapie d’urto e programmi di emergenza. Il che significa ricucire la stretta relazione tra investimento in ricerca, sviluppo, innovazione e politiche attive del lavoro, nella consapevolezza che flessibilità e precarietà del lavoro non possono essere la risposta adeguata per fermare l’emorragia dei nostri giovani.

Significa, in definitiva, costruire un sistema che coinvolga in modo sistematico scuola, università e istituzioni territoriali facendo leva su quei settori che rappresentano risorse tutt’ora non utilizzate e non sostenute appieno dalle politiche regionali: agricoltura, agroindustria, automotive ed energia sostenibile.

13/03/2017

*Segretario Generale CGIL Basilicata