Un popolo di poeti…ma quando si ama la propria terra e allora si diventa anche ambasciatori della bellezza e dell’anima dei luoghi. E a farlo è il poeta rionerese Antonio Pallottino, che venerdi 27 aprile, presenta la raccolta di versi ” Il balcone sul cortile”. E a sintetizzarci il vasto panorama di sensazioni, sentimenti e sonorità riportati nella sua poesia è Armando Lostaglio, che issa la bandiera vulturina per i tanti angoli di quella originale capacità di sentire dell’amico Antonio. Basta una sintesi della recensione per affacciarsi su quel cortile : ”…C’è bellezza nei versi di Pallottino-scrive Armando- c’è assimilazione di avanguardia, riflessi emotivi; c’è il luogo delle origini: il Vulture, rivisitato come in una ascesi dell’anima; e c’è candore e saggezza; inquietudine e sovversione; canto (lirico) e disincanto (anarchia). Si avverte pure, qua e là, la sua professione (di fede) verso la filosofia, sua materia di lunghi anni di insegnamento

LA POESIA DI ANTONIO PALLOTTINO
L a Biblioteca Nazionale di Potenza promuove nella sua sede di Via del Gallitello, venerdì 27 aprile – ore 17:00 – un incontro culturale incentrato sulla Poesia di Antonio Pallottino.
L’introduzione è curata dalla Direttrice Ermelinda Graziadei, mentre sarà il critico letterario Luigi D’Amato ad approfondire le tematiche del poeta originario di Rionero in Vulture. Alcuni brano saranno letti dall’attrice Giovanna Valente, con il coordinamento del giornalista Armando Lostaglio.
Antonio Pallottino, docente emerito di Filosofia e Storia al Liceo Classico, ha dato alle stampe opere di immenso valore umano ed impegno civile: è del 1997 il testo edito da Lacaita “L’acetosa sollevò il capo” incentrato sulla strage nazifascista di Rionero del 1943; nel 2000 pubblica “Dei tuoi colori mi decompongo” (Ed. Lacaita); quindi “Bussano nocche diafane” (Litostampa Ottaviano 2002); nel 2007 “In fondo al primo caffè” (Litostampa Ottaviano) mentre “Il balcone sul cortile” (EditricErmes) è del 2013.
Di seguito la recensione di Lostaglio sul suo ultimo testo.
Il balcone sul cortile

“Se fare poesia oggi è pronunciare ancora il proprio appello alla differenza, di fronte alla universa intercambiabilità in cui è scivolato il mondo dei significati. Se fare poesia significa collocarsi nel linguaggio come colui che non si lascia annullare dalla tendenza onnivora della omologazione, pur nella consapevolezza che ciò gli costerà l’esilio dal tuo tempo. Insomma se fare poesia significa vivere la stessa crisi della ragion d’essere della poesia, ebbene Pallottino è uno scrittore che ha scelto di stare al centro stesso del  problema e del tormento che la poesia vive al giorno d’oggi. La sua inattualità e la crisi della sua ragion d’essere”. 
E’ questo l’incipit dell’articolata prefazione che Luigi D’Amato dedica all’
ultima pubblicazione poetica di Antonio Pallottino, dal titolo Il balcone sul cortile (EditricErmes, pagg. 131, 2013). Non è di facile acquisizione, va detto subito: è una silloge di non semplice impatto, va approfondita, taluni versi sedimentati e ripresi. Perché non è poesia, o non è poesia soltanto. E’ un andirivieni nel trascorso di noi stessi. Nel portentoso verso di Pallottino si annusa un fondo di abisso. E’ brivido vorace e, nel contempo, risale un’ansia di luce nuova. E’ vertigine, è intrusione in un’anima che cerca e ricerca. E’ solitudine e vuoto. E’ amore e odio: condizione umana che deriva da inevitabili vicende, cui proviene quel senso di vuoto, e la poesia, solo essa, sa restituire all’autore slancio e passione nuova. Poesia che ci lascia cadere in labirintici emicicli, e per incanto ci accompagna, come un Virgilio moderno, la critica dotta quanto evoluta di Luigi d’Amato. Nelle quasi 30 pagine di prefazione, il critico è capace di interagire con i versi (mai ampollosi e ridondanti), al punto da offrire una raffinata ri-esposizione di essi, in un sussulto di coinvolgimento totale, che, in prosa, manifesta una ben più recondita ed approfondita conoscenza dell’autore. C’è bellezza nei versi di Pallottino, c’è assimilazione di avanguardia, riflessi emotivi; c’è il luogo delle origini: il Vulture, rivisitato come in una ascesi dell’anima; e c’è candore e saggezza; inquietudine e sovversione; canto (lirico) e disincanto (anarchia). Si avverte pure, qua e là, la sua professione (di fede) verso la filosofia, sua materia di lunghi anni di insegnamento. E poi la nostalgia raccontata al suo caro amico di sempre, Pasquale Santoro. Moti interiori che l’autore sa convogliare e contagiare ad un lettore non disattento verso quanto ci gira intorno. Echi lontani da Leopardi a Sereni, al “Discanto” di Fossati, fino ai bagliori di una coscienza nuova, perché – scrive – “…ai ritorni le derive ha negato / con l’arma Ti odio di un amore mai tradito / del vano amore di lingue mute io t’amo / così si conviene / al Cielo”.

Armando Lostaglio