Pietre? A leggere quella parola si apre un universo di versi, suoni, segni e note come quella del ritornello di una canzone portata al successo al festival di Sanremo del 1967 da Antoine, ritiratosi in Polinesia, e Gian Pieretti. Canzoni ma anche punizioni tribali, descritte anche nel Vangelo, con la lapidazione contro la peccatrice e il conseguente : ”chi è senza peccato, scagli la prima pietra…” Rimembranze sui classici ricorrenti Armando Lostaglio accenna a un lavoro a tema del poeta Giovanni Di Lena, con parole e versi ”struggenti e impietosi” come pietre. Il passo nella letteratura e nel cinema è breve. Resta la denuncia e la voglia di scagliare pietre contro il lupanare che ammorbano la Basilicata e il Bel Paese, anche se abbiamo peccato. Ma non siamo d’accordo a porgere l’altra guancia. Se ne approfitterebbero, come stanno facendo, eccome. Guardate le manovre pilotate sullo ”spread” e vi verrebbe voglia di svuotare una cava di pietrisco. Ma prima leggete i versi di Di Lena.

Pietre. Poesie di Giovanni Di Lena.

Chi è un poeta? A che serve la sua composizione? Ha ancora un senso logico pubblicare versi in questo tempo sbandato? Ha senso. Guai a non avercene. Per questo si saluta sempre con vigore ed entusiasmo una nuova silloge poetica. Ce la offre Giovanni Di Lena, anzi ce la scaglia. Sono pietre. Come il titolo del libro, da poco uscito per EditricErmes. Meno di 50 pagine, struggenti ed impietose, dove rabbia ed inquietudine si incrociano per decretare infine una arma potente: il sussurro, come spiega in postfazione Pino Suriano. Sussurri e grida (prendendo da
Bergman) in un tempo già troppo violato da schiamazzi incongruente e volgari, specie in TV. Ma Giovanni va oltre, ambisce alla nostalgia non senza guardare con rabbia il presente che ignobilmente divora e scava la sua terra. E la sua gente. Una Lucania arcaica che odora o maleodora di postmoderno. Da Carlo Levi eredita le parole che sono pietre, ma vige persino una lezione di denuncia da Scotellaro. Però basta con citazioni logore di autori “padri” della nostra patria fatta di zolle e muli. C’ è una Lucania che sente ed ambisce e reclama il futuro, e Giovanni lo sa, per questo non si rassegna e per questo rischia l anacronismo di mettersi a nudo con la poesia. Denuncia come può fare un poeta, mette i distinguo fra povertà e meschinità. Parla e scrive in modo elementare, come lo sono le pietre che scagliava Davide contro il potere del gigante. Ci vuole coraggio. La poesia lo esige.

Armando Lostaglio