Il 4 novembre 2016 non è un 4 novembre come tanti, perché arriva a cento anni dal 1916, secondo anno dall’inizio della prima guerra mondiale per l’Italia e per Matera.

Per la precisione, erano passati diciotto mesi; ma i morti materani erano già tanti. Erano ben 102. Si consideri che la città, allora, contava appena 18.000 mila abitanti. A voler fare un calcolo, c’era un morto ogni 180 abitanti. Poiché si può calcolare che ogni famiglia fosse all’incirca di sei componenti, c’era un morto ogni trenta famiglie. Si metta nel conto che gran parte di quelle famiglie con morti risiedeva nei Sassi, lì assiepate e strette intorno ai vicinati.

Si può capire quanto si legge nel libro di padre Marcello Morelli, Storia di Matera, p. 437, che così ricorda quei giorni terribili: “I Sassi – scrive – echeggiavano di grida strazianti e continuavano a popolarsi di gramaglie. Inapprezzabile fu in quelle ore tragiche l’opera e l’assistenza dei sacerdoti anziani che a spiriti superficiali parvero imboscati e furono angeli consolatori e spina dorsale della resistenza interna”.

Padre Marcello parla di sacerdoti anziani rimasti a casa; non dice dei sacerdoti giovani che partirono per il fronte, adibiti a cappellani consolatori dei fanti mandati a cadere come mosche. Ed erano tutti giovani, in genere tra i 20 e i 25 anni. E c’era qualcuno che non aveva compiuto i diciotto anni! Padre Marcello fu cappellano egli pure e operò nell’ospedaletto da campo n. 152. Come padre Semeria e padre Minozzi visse il dramma sacerdotale della sua collocazione tra due contendenti che non praticavano il quinto comandamento, che ordina di non uccidere. E invece quei giovani dovevano uccidere. Come padre Semeria e padre Minozzi, anche padre Marcello, dopo aver deprecato la guerra e l’uso della armi in genere, si schierava con l’Italia e i fanti italiani, immaginandosi gli Austriaci come crudeli invasori, non diversi dagli antichi turchi, infedeli e feroci. Si piega perciò sul letto dei feriti e moribondi italiani, spesso senza gambe, senza braccia, sempre sanguinanti.

Sui fogli d’ospedale, scriveva sonetti e canzoni. Vogliamo, a cento anni, ricordare il 4 novembre 1916, rammaricandoci del fatto che Matera nulla sta facendo per ricordare il macello di quei giorni, di quelle settimane, di quei mesi e di quei tre anni e oltre. Ricordiamo che un Comitato è insediato presso la Prefettura. Quel Comitato raccoglie il fiore della cultura materana, per disposizione del Ministero dei Beni Culturali. Ma non se ne avverte la presenza. E nulla dice e ha detto, pur interessato, circa lo spostamento del Monumento ai Caduti al centro della piazza, nella sede originaria.

E ciò nonostante che anche in questo senso vadano alcune raccomandazioni del Ministero. Ma noi un ricordo vogliamo lasciarlo di quei giovani mandati al macello, infilzati dalle baionette austriache o avvelenati dal gas come il giovane Paolicelli Francesco di Francesco Paolo, soldato 10° reggimento fanteria, nato il 9 novembre 1894 a Matera, morto il 29 giugno 1916, mentre era trasportato nell’ambulanza della Croce Rossa Italiana. Lo facciamo pubblicando il sonetto 8 di padre Marcello, che il lettore potrà trovare alla p. 114 dei Canti della mia solitudine (endecasillabi, ABAB, ABBA, CDC, EDE)

La scena si sposta dall’ospedale ad una casa in attesa, e viceversa. In analogia con il X agosto di Pascoli, bimbe e bimbi aspettano il papà che, partito per la guerra, giace ferito nell’ospedaletto da campo 152°. Ma il loro papà non dorme. Pensa. E che pensa? Pensa, a sua volta, alla sua famiglia lasciata a casa, forse nei Sassi. Pensa ai suoi bambini. Ma stia tranquillo. A tenere quei bambini nelle braccia, e a proteggerli, ci pensa la mamma. Innocenti, i piccoli non colgono le dimensioni della tragedia che li ha travolti. Dormono e sognano a loro volta il papà.

Che, almeno nel sogno, quel papà, affettuosamente e ungarettianamente chiamato “fratello”, si pieghi a baciar loro la bocca e ad accarezzare, ciocca dopo ciocca, i loro fini, aurei capelli.

Buona lettura!

E tu non dormi? Pensi a’ tuoi bambini,
fratello, tu? Già dormono. Riposa.
Pispilliarono un po’ come pulcini,
poi giacquero sul petto alla tua sposa

che nella fresca purità de’ lini
piano li avvolse: e intanto una festosa
frotta di sogni incoloria di rosa
i loro addormentati volti chini.

Ti sognano, ti ridono, con occhi
tremanti, come puri astri novelli,
e si stringono a’ tuoi cari ginocchi.

Piegati un poco: accosta alla lor bocca
l’arsa tua bocca e i fini, aurei capelli,
o fratello, accarezza a ciocca a ciocca.