Proseguono le polemiche sulla ventilata decisione di un commissario per la gestione di MT2019.

A volerlo il commissario non è soltanto il presidente della Regione; sembra star bene persino a consiglieri della maggioranza che governa oggi il Comune. E considerato il silenzio imbarazzante, probabilmente, anche all’attuale opposizione municipale. E perché tacciono le altre istituzioni che fan parte della Fondazione? E perché tace anche la Città – tranne rare eccezioni (leggi la denuncia di Franco Vespe di ieri su questo stesso blog), e silenti restano le comunità di area vasta coinvolte in Matera-Basilicata 2019?

Ho già avuto modo di denunciare su questo stesso blog la vergogna che dovrebbe sommergerci tutti se rinunciassimo alla scommessa fatta di partecipazione attiva all’attuazione del Dossier, col quale abbiamo vinto la sfida europea per la designazione di Matera a capitale europea 2019.

Comprendo, anche se non condivido, la frustrazione delle migliaia e migliaia di cittadini che nell’autunno del 2014 – son trascorsi quasi tre anni – trascinarono la Città al conseguimento della candidatura e esplosero di gioia e in un bagno di folla liberatorio in quel pomeriggio indimenticabile, e che sono poi e fino ad oggi stati ripagati con la separatezza dei conciliaboli, con la reticenza dell’informazione, con l’esclusione da qualsiasi possibilità di contribuire a immaginare una effettiva partecipazione, della Città e del territorio di riferimento, a un processo di valorizzazione territoriale che coinvolga comunità, istituzioni e imprese. Ancora una volta, la medesima risposta nei fatti: “ragazzi, lasciateci lavorare!”

Ormai è lampante l’avvenuta requisizione della Città da parte dei cacciatori di risorse pubbliche: istituzioni, partiti e clientele; da parte delle congreghe, le più grette e miopi, che s’accaparrano ricettività, luminarie e cotillon oggi; domani dio vede e provvede! Quel che ci giochiamo è il futuro, un’idea di costruzione civica che riconosca i bisogni, le emergenze, le disparità e proponga categorie interpretative. Un percorso di conservazione e di produzione della memoria della storia del Mezzogiorno, di ricerca e di educazione, per le scuole, i territori e le comunità. Ma anche azioni che parlino di resilienza, di fragilità, di Appennino, di agricoltura e di cibo, di montagna e di costa, di innovazione, di migrazioni.

I mutamenti in atto cambiano l’idea di Sud, o dei Sud, inteso non come dimensione geografica, ma come condizione analitica che pone al centro le fragilità, le diversità, le disparità. Il Sud come dispositivo ha prodotto nel corso nei secoli sistemi di civiltà complessi e stratificati. Se la storia contemporanea non pare dipanarsi intorno a magnifiche sorti e progressive, i processi storici del Mezzogiorno e dei suoi territori consegnano un insieme plurale di esperienze di civilizzazione – un’unità pluriverso (Purcell e Horden, 2000) che è in primo luogo incontro. In questi territori i sedimenti successivi e i caratteri molteplici delle strutture territoriali possono farsi costruzione di un’unità simbolica. Tale processo implica la costruzione di una memoria comune, precondizione perché il Mezzogiorno riconosca sé stesso e immagini il suo avvenire.

Questo era il senso del Progetto di candidatura, la ragione sociale della Fondazione Matera 2019; il contributo originale che Matera intendeva offrire al Mezzogiorno e alla stessa Europa che l’ha designata capitale; alle comunità delle sponde mediterranee «(…) pensiero meridiano non vuol dire apologia del sud, di un’antica terra assolata ed orientale, non è la riscoperta di una tradizione da ripristinare nella sua integrità. Pensiero meridiano è quel pensiero che si inizia a sentir dentro laddove inizia il mare, quando la riva interrompe gli integralismi della terra (in primis quello dell’economia e dello sviluppo), quando si scopre che il confine non è un luogo dove il mondo finisce, ma quello dove i diversi si toccano e la partita del rapporto con l’altro diventa difficile e vera.» (F. Cassano, 1996).

In generale, il quadro delle iniziative a carattere culturale nel Mezzogiorno va componendosi intorno a strutture insulari che in alcuni casi vanno sperimentando percorsi di innovazione sociale che possono trovare una valorizzazione reticolare di incontro e scambio. Lo stesso patrimonio artistico culturale e naturale del Mezzogiorno, potenzialmente in grado di determinare flussi turistici rilevanti, esprime una eterogenea capacità di attrazione. Ulteriore problematica che rende la domanda per i beni culturali modesta è il ruolo giocato dai contesti simbolo che tendono a concentrare flussi turistici in poche realtà.

Le istituzioni culturali e sociali ed economiche erano e sono chiamate a orientare la propria missione al principio della responsabilità sociale, nei diversi domini che caratterizzano la propria missione istituzionale, riconoscendo che si è chiamati a operare all’interno di sistemi caratterizzati da diversi gradi di complessità per la trasmissione della conoscenza, per la programmazione e l’iniziativa, secondo criteri sistematici di confronto con il territorio ai suoi diversi livelli di governo, con gli attori pubblici e privati valorizzando e reinterpretando le diverse competenze e generando figure e percorsi capaci di affrontare le sfide della complessità. Costruire, cioè e dar seguito a una proposta che pone al centro il ruolo della territorializzazione degli strumenti e delle proposte per i molti Sud di cui si compone quello che oggi è l’arcipelago Mezzogiorno. Da qui deriva la necessità di sensibilizzare i soggetti attuatori chiamati a progettare un’offerta territoriale rispetto alle forme e alla singolarità di una domanda (anche inespressa) dei territori stessi, in misura radicalmente nuova rispetto a quanto è accaduto con le politiche di intervento straordinario. La domanda diventa, in tal modo, il modello concreto dello sviluppo di “un Sud che non è solo un non ancora nord” (Cassano, 1996).
Un processo, in definitiva, che implichi la costruzione di una memoria comune, precondizione perché il Mezzogiorno riconosca sé stesso e immagini il suo avvenire.
E se a Matera non ne sono capaci Fondazione Matera 2019 e Comune di Matera, la Regione Basilicata, perché mai non dovrebbero tentare l’impresa le tante istituzioni che ne sono comunque coinvolte e che – anche studiosi autorevoli in materia lo sostengono – ne possiedono le prerogative e le competenze? Addirittura ne avrebbero l’obbligo …?
Perché, ad esempio, il Museo Ridola non può contribuire alla costruzione di una memoria collettiva, ovvero di un’identità? O non possa farlo una delle numerose e spesso timorose – se non burocratiche – sovrintendenze, o la scialba Università? Non parliamo della Biblioteca provinciale – che un contributo potrebbe in teoria offrirlo, se volesse, oggi ridotta ad incerta sopravvivenza … . Un museo può contribuire alla costruzione di una memoria collettiva, ovvero di un’identità? Probabilmente sì, se si riferisce alla necessità di attivare a partire da un solido progetto culturale, economie derivate e derivabili, in un quadro che determini dinamiche sistemiche. La questione meridionale è una questione di raccordi: per innescare uno sviluppo autonomo occorre accompagnare i territori e le comunità a collegarsi, a cooperare, a organizzarsi, a fare massa critica: a fare società (Bevilacqua, 1998).

In conclusione: una leva, in ogni caso occorre. Se non lo sarà la Fondazione per colpa della miseria della politica nostrana, potrebbe diventar leva il Museo, una Sovrintendenza, finalmente un’istituzione culturale che voglia fare fino in fondo la propria parte. Cioè, mettere a cantiere sociale la Città, che – se informata e formata a dovere, se finalmente sicura di non dover lavorare ‘per il re di Franza o Spagna’ – risponderebbe generosa all’impresa e alla difesa delle mura dai barbari ottusi che la stanno condannando all’inedia e alla definitiva sottomissione.

D’altra parte – mi pare, sarebbe tanto di guadagnato – ad esempio – per una Sovrintendenza che non voglia rassegnarsi alla funzione una tantum di ‘tavola calda’ per gli avventori del prossimo G7!