Provocazione, riflessione, denuncia, contrapposizione e altro ancora quando si organizzano un dibattito, una mostra o altro evento sulla figura e l’opera di un intellettuale scomodo come Pier Paolo Pasolini, sul quale c’è ancora tanto da dire, scoprire e valorizzare, per cogliere quelle intuizioni e denunce che hanno fatto emergere e confermare negli anni le distorsioni del potere, dell’economia e della democrazia. Dopo Matera, dove lo scrittore friulano girò gran parte de “Il Vangelo Secondo Matteo”, docenti e allievi del Liceo artistico ” Carlo Levi” della Città dei Sassi, gettano un seme a Montescaglioso all’interno dell’Abbazia di San Michele Arcangelo, con la mostra “Pier Paolo Pasolini:il volto icona. Claudio Vino e gli allievi del liceo artistico”. L’appuntamento è per le ore 18.00 del 23 febbraio. Saranno esposte opere realizzate con tecniche e tagli diversi, a conferma dell’interesse che la figura continua ad avere ancora oggi. Per l’occasione Giusy Zaccagnini effettuerà alcune letture poetiche. L’allestimento della mostra, che potrà essere ammirata fino all’11 marzo, è stato curato da Marina Alfieri. Sarà un appuntamento che metterà in moto la macchina del tempo a Montescaglioso, terra di lotte contadine cruente nell’immediato dopoguerra, tra cultura, impegno e lotta su quanto Pier Paolo mise in luce tra poesia, saggi, fotografia e cinematografia con le denunce-inchiesta sul rapporto tra emarginazione e istanza sociale e potere. Temi attuali in relazione alla cappa di intolleranza, di chiusura di spazi di democrazia e di informazione, che si sta manifestando un po ovunque: dall’Asia all’Unione Europea, dal Sud America agli Stati Uniti del noepresidente Donald Trump. Un attacco continuo alle libertà di espressione, da giornali a tv al web al teatro che tratta di temi sociali e di pari opportunità, come sta accadendo in Basilicata, con un fronte comune tra poteri ( guardatevi intorno) cementati dall’incultura dell’accentramento, del pensiero unico da imporre a tutti e su tutti. Abbiamo già visto questi momenti ed è il momento della testimonianza e della coerenza sull’onda di uno slogan del passato che invitava a non ”stare lì a guardare ma di venire a lottare”. La libertà e i diritti non sono scontati, ma vanno difesi tutti i giorni. Lo abbiamo visto con le cancellazioni e i ridimensionamenti sui temi del lavoro, del sindacato, del sociale. Pensiero e opera pasoliniana sono ancora attuali, pertanto, da Matera a Montescaglioso, da Roma a Parigi a Casarsa del Friuli dove la mostra degli allievi approderà. Un invito a esserci rileggendo quelle letture pedagogiche, rivolte dallo scrittore, a un ragazzo napoletano, con una frase che introduce il contributo – che pubblichiamo di seguito- della preside Patriza Di Franco

“….ed ecco che essi ti insegnano a non splendere. E tu splendi, invece” (P.P. Pasolini) .

Tutti noi viviamo in un mondo ricco, composito e vivido, ma non tutti (certamente non tutti allo stesso modo) siamo attenti alle immagini che continuamente la nostra mente osserva e produce. È forse per questo che l’emozione di fronte a una fotografia, un dipinto a una scultura non proviene dalla bellezza o dalla perfezione dei dettagli, ma dall’idea stessa che l’ha suscitata. Una forma di conoscenza della realtà pari, per implicazioni, a quella del linguaggio.
E allora. Se è certamente vero che ci sono oggi uomini spesso distratti, per i quali sfumano appartenenze e distinzioni, si allargano le smagliature tra vecchio e nuovo, uomini per i quali la stessa linea della memoria deve ad ogni poco ricontestualizzarsi e cercare punti di riferimento, è altrettanto evidente che ci sono pure oggi uomini della consapevolezza. Sono uomini, poeti, artisti che interiorizzano i luoghi, le cose, le persone, gli eventi straordinari insieme a quelli quotidiani e poi li trasformano, li rendono visibili.
È questo, per me, il senso delle opere di questi giovani artisti e della relazione tra loro e l’artista raffigurato, Pasolini.
I lavori in mostra, così come la loro progettazione, rimandano ad una conversazione ininterrotta tra Pasolini e quella dei luoghi della nostra terra, che si definisce in rappresentazioni anche immaginifiche di una vita raccontata e sognata con amore umido, aspra sapienza dolente giudizio. L’artista che qui viene rappresentato e in qualche modo narrato attraverso il suo stesso sguardo, non ha paura di sporgersi oltre il ciglio della sua solitudine, di guardarci dentro e scoprire quello che siamo diventati, con una sorta di magia che brucia la pesantezza della realtà, che risveglia mormoranti emozioni e dà loro colori nuovi.
Gli studenti, come il loro insegnante, hanno infatti affidato al disegno e alla pittura il rifiuto alla coazione a ripetere il passato. Nel confronto con l’artista Pasolini, che nel passato sia pure recente ha vissuto, non ne cancellano la memoria e non ne sono vittime ma anzi compiono un percorso di libertà in cui il mondo scompare e il tempo resta sulla soglia di una visione. Pasolini, artista multiforme, può essere interpretato solo coniugando la sua attività narrativa e poetica con quella cinematografica attraverso le quali egli si appropria delle forme del passato forzandole dal di dentro ed esplodendole nelle opere più diverse, con consapevolezza lacerante e interiore avvertimento di ineluttabili e perturbanti mutamenti.
Nei lavori presentati il segno è a volte asciutto, altre volte definito in maniera misurata e delicata. In altri, le forme e i temi sono quelli che nella nostra cultura rimandano come in un gioco di specchi alla cristianità e poi alla mitologia greca e ancora ai miti più arcaici. In altri ancora, la terra di Basilicata chiama con le sue bocche spalancate, con il suo grembo materno, con i sui muri scarni, ridondante e fragorosa. In altri, infine, i colori a tratti cantano squarciagola: l’azzurro, il rosso, il nero si dilatano e allagano i piani.
Le opere, tutte, richiamano l’avventura dello sguardo, quella di chi considera il ritratto del poeta senza la presunzione di riproporlo uguale all’immagine fotografica ma tenta, con il gesto, di rendere possibile, ancora una volta, una narrazione, o forse riprendere un dialogo interrotto tra l’artista e i giovani. Un dialogo che sfuma dall’interno verso l’esterno come un tenero cantico.
Il disegno diventa parola che è colta nella sua destrutturante e frattalica mutevolezza. Il suo suono è come un’eco interiore: si sente il fruscio del tempo che ha il ritmo pulsante, caldo, misurato del cuore, prossimo al soffio delle cose del mondo e con esse dissimmetricamente armonico.

Patrizia Di Franco