Ci scommetto qualsiasi posta! Il prof. Caserta non avrebbe mai consentito l’uso del “Bignami” nelle sue materie. Avrebbe reagito come Michele Apicella nel film Palombella rossa di Nanni Moretti. Intervistato da un’ottusa giornalista preparatasi sull’argomento grazie a un bignami sul comunismo, Michele arriverà a schiaffeggiarla. La fortuna dei bignamini è stata la velocità, consona alla discutibile qualità pretesa dall’istruzione nozionistica, che non è certamente la lentezza che porta all’esperienza; quel ‘toccare’ col cuore – e perciò stesso alla mente – e con le mani, necessari all’apprendimento e al benessere dell’anima.

Quella stessa lentezza che cerca lo speciale turista concittadino culturale temporaneo che desideriamo assapori la fragile storia, almeno quel che resta, stratificata nelle tradizioni, nelle memorie, nelle pietre stesse della nostra Murgia. Quella stessa agognata lentezza che lo spinge a scappare dalla frenesia della sua vita quotidiana quando viene nel sud.

Il volo dell’angelo o di altri simili volatili, può trovarlo nei grandi luna park del nord; anche quelli più kitsch, come al Luna Park di Parigi. E chissà quanti altri ponti ‘tibetani’ sono sparsi nel cattivo gusto dell’ingegneria italica! Sarò additato pure come ‘purista’ fuori luogo, ma francamente non capisco questo relativismo culturale! Mi chiedo se in montagna, o nelle lunghe passeggiate ai margini dei coltivi come sulla Murgia, ci si debba preoccupare della infrastrutturazione urbana; o se non si debba restituire lo sguardo all’ambientazione del viandante nella peculiarità del luogo visitato. Un guado non lo si scavalca durante una piena, uno stretto passaggio a strapiombo non lo si attraversa se si soffre di vertigine. Si cercano alternative, con pazienza e la curiosità e lo spirito d’avventura. Non penso proprio che lo sguardo giusto sia quello assistenziale e pigro delle comodità e della velocità. Che facciamo, dopo il ponte i sentieri attrezzati – come minaccia il presidente del Parco? E poi i servizi per la sicurezza con tanto di scale, ringhiere e sbancamenti; perché no, ascensori, cremagliere per carrozze panoramiche, servizi igienici, aree attrezzate per  l’arrosto della carne, chioschi e divertimenti ..? Che magari hanno un senso nelle vaste aree pianeggianti del Pollino, non certo nella stretta lingua murgiana, in un’area di cui si conosce ancora solo qualche frammento di storia.

Perché antropizzare un territorio abbandonato da un millennio, che invita ancora geologi, antropologi, archeologi, alla ricerca a tutt’oggi appena avviata? Perché sottrarre al nuovo visitatore l’esperienza che da generazioni andiamo facendo – e già da bambini – lungo i dirupi e gli anfratti di quei luoghi ancora silenziosi e indicibilmente ricchi di vita vegetale, animale, di storie antichissime ancora da scoprire?

Torno sulla questione non per gusto della polemica e con tutto il rispetto per le diverse posizioni in campo. Non sono iscritto al partito dei “Non si deve toccar nulla!”. Ci torno perché si continua a girare intorno al problema, senza il coraggio di affrontarlo: che ne vogliamo fare della scommessa di proporre una funzione per la Città lontana e estranea al modello consumistico imperante? Tutto congiura perché la scommessa sia persa prima ancora di formularla davvero: basta guardare al tempo che passa – da questo punto di vista inutilmente! Ai soldi che si spargono in mille rivoli che non riconducono all’idea di fondo della Città che valorizza i tratti di vita tipici degli insediamenti e delle comunità mediterranei, che ancor oggi testimoniano –sia pure a brandelli, una civiltà della solidarietà, dell’accoglienza, del buon vivere, della lentezza produttiva.

La vicenduola del ponte è solo metafora di un atteggiamento che mi sembra profondamente sbagliato, perché ammicca ancora al modello consumistico del territorio, del tempo liberato; in fondo del modo di vivere imposto al nostro tempo. Se è questa la strada decisa, il messaggio che passa nella Città non può essere altro che quello di ‘arraffare’ finchè dura. Una volta consumato l’evento, resteranno soltanto rifiuti e detriti. In tutti i sensi!

Mi piacerebbe che i critici leggessero quel che ho già scritto su questo giornale, pur consapevole sia della difficoltà della scrittura che della sua non essenzialità per la loro sopravvivenza. Aiuterebbe me, sicuramente. Ma spero, soprattutto, la valutazione critica e costruttiva di un pensiero altro sul destino della Città e del suo territorio.