Matera, per effetto di diversi fattori combinati come il cinema, il titolo Unesco, il petrolio lucano, l’influenza di uomini politici al governo, infine designata C.E.C. 2019, è divenuta meta turistica fra le più note del Mezzogiorno.

Si prospetta un’occasione importantissima per una città la cui economia, priva di una autentica borghesia imprenditoriale, si è fondata per un secolo sull’indotto degli uffici amministrativi e sul consumo di territorio per l’edilizia. Il pubblico impiego, dagli enti locali alle caserme, dalla scuola ai vari uffici, ha favorito la nascita di una classe impiegatizia locale e inurbata dai paesi della provincia, portatrice di istanze abitative e orientata al consumo di beni status-simbol e alla ulteriore crescita sociale delle nuove generazioni verso professioni e competenze cui il piccolo mercato locale non può più offrire sbocco. Queste direttrici economiche sono in forte crisi per la chiusura di molti enti e uffici, per la saturazione occupazionale degli enti residuali e la conseguente contrazione dei consumi e dell’edilizia.

La nomina di Matera a CEC 2019 difficilmente può portare in città redditi, competenze e produzioni di tipo industriale, fondamentale perno della economia, ma offre l’occasione perché si valorizzi il portato culturale che in Matera già esiste e che potrebbe svilupparsi fortemente lungo un percorso che veda il coinvolgimento di tutte le risorse.

A Matera ci sono Musei, un potente sottosuolo archeologico, c’è da decenni un apprezzato Conservatorio, c’è l’Università, associazioni di evidente forza vitale, ci sono, qui e nell’immediato circondario, valenti operatori teatrali e ci sono artisti, pittori, attori e scultori, cantanti, poeti, musicisti, talenti che se immersi in una temperie favorevole potrebbero creare da subito terreno fertile per una crescita culturale della città e situazioni attrattive per artisti e fruitori che troverebbero in Matera il luogo della perfetta accoglienza di fatti culturali; tutto ciò contribuirebbe a rendere proficua nel tempo la inattesa nomina di Matera a Capitale Europea della Cultura.

Mancando ormai solo 26 mesi all’appuntamento col 2019, i timori però, di veder sprecata questa occasione storica divengono ogni giorno più concreti via via che il tempo passa senza gli attesi progetti idonei a creare benefici stabili per Matera, sembrando gli amministratori intenti più che in altro, nell’antico gioco della sedia e dei rimpasti.

Accanto al nazionale annuncio del Ponte sullo Stretto, e per le stesse “squisite” finalità, si straparla qui di grandi opere: costruire strade, costruire strutture, costruire teatri nuovi,  forse solo per strizzare l’occhio o già a seguito di patti con il palazzinaresimo locale, unico vero potentato politico economico trasversale. Teatri nuovi, come se non bastassero quelli – pur sempre maledettamente deserti – già in piedi da millanni.

Se non si creano in città le condizioni per una larga domanda di cultura, a cosa servirebbe costruire un nuovo grande teatro? Per celebrarvi, ogni primo di agosto, una strepitosa crapiata a spese dei fondi FESR? Un brutto sogno.

Sarebbe invece ora di smetterla con la speculazione edilizia e di sospendere la ripetitiva creazione di enti stipendi e uffici variamente intestati alle arti e di pensare a fondare invece eventi ripetibili, appuntamenti annuali/biennali di portata internazionale come a Spoleto, come a Taormina, come a Sanremo (oddio!!), come a Venezia, come a Roccella Jonica, come a Berlino e a Cannes e San Gimignano e a Firenze e a Verona e a Parigi e a Tallinn e…

Appuntamenti culturali che possano nei decenni a venire attirare visitatori di qualità a fermarsi nei nostri suggestivi vicinati e fare di Matera – davvero – una Capitale della Cultura. Sento dire, al contrario, che appuntamenti già noti esistenti da anni e noti in Italia e all’estero, siano stati boicottati e soppressi per non ben chiare ragioni. Non c’è molta nostalgia per certe mascherate pasquali o natalizie, ma al loro posto è ritornato il nulla dello struscio mentre si assiste allo scempio della moltiplicazione dei bar e delle gelaterie.

E infine si constata che mancando lo sguardo sulla lunga durata, la vìscion, come dicono quelli che vanno in televisione, il tutto ha una progettualità a breve, a brevissimo termine, sia per i commercianti che per gli amministratori: adesso sto qui, forse pensano fra sé e sé, devo spicciarmi, se progetto a lungo termine che faccio? Lavoro per gli altri?

E così accade che i Sassi, patrimonio Unesco ecc. ecc. vengano piegati e snaturati per un immediato lucro e rapido profitto, e nessuno sembra notare che quei vicoli, quei vicinati, così asserviti all’avidità e alla pochezza, perdono giorno dopo giorno la loro bellezza originaria.

Paragoniamo per un attimo i Sassi di Matera al mitico Colosseo: immaginiamo che gli abitanti di Roma, colti da irrefrenabile cupidigia, mettano le mani sul Colosseo e vi creino in men che non si dica alloggi, pizzerie, carissimi bar e alberghetti e B&B e pensioncine e negozietti e magnetini e souvenirs e gelaterie in ogni anfratto del grande Colossale circo, tanto che la sua originaria struttura quasi non si veda più, nascosta dalle modifiche funzionali, dai lustrini, dalle pedane sui marciapiedi, dalle soprelevazioni, dalle insegne luminose, dai bidoni della monnezza, dai furgoni e auto in sosta perenne, dalle stanze aggiunte e dalle destinazioni d’uso improprie.

Dopo qualche tempo il Colosseo, ridotto a bazar, perderebbe la sua speciale attrattiva, no? Chiaro?

Ecco: questo stanno facendo ai Sassi: si distrugge la loro unicità, proprio quella silente e austera maestosità che li rese famosi, per accaparrare euri in tutta fretta, fin che si fa in tempo.

A Roma, gli alberghetti e le pizzerie li fanno in città (al Piano, diremmo qui), non li fanno proprio dentro al Colosseo, ma in altre parti dell’Urbe così che i turisti, poi, lo possono continuare a guardare il Colosseo più o meno come era prima. A Roma.
Ma con i Sassi?