E’ in libreria il volume di Francesco Paolo Francione, “Matera i borghi di Venusio” – Suma ed./2017. Ma come fu che finì Venusio?

Il borgo Venusio ha una storia lunga mezzo secolo. Comincia all’indomani della rotta di Caporetto, 24 ottobre 1917, sul Carso. Per ridare coraggio ai soldati, dei quali molti erano contadini meridionali, e quindi lucani, furono fatte due promesse, cioè una riforma elettorale più democratica, di tipo proporzionale, e l’assegnazione di terra al rientro a casa. Certamente non fu la promessa di una nuova legge elettorale a galvanizzare i contadini in trincea e a spingerli con furore all’assalto con la baionetta. Forse, in quel momento, nemmeno interessò più di tanto la terra. Primario era portare la pelle a casa. Però la promessa era stata fatta.

Già nel 1917, perciò, ci fu la costituzione della ONC, Organizzazione Nazionale Combattenti. Fu fortunata coincidenza che la richiesta di terra, da parte degli ex combattenti, si incontrasse con un progetto più generale, generoso, anche se fu del fascismo. Era un programma che prevedeva il recupero delle terre incolte e malsane, cui doveva seguire la bonifica e la utilizzazione a fini produttivi. Il tutto era riassunto nel concetto di “bonifica integrale”.

Si capisce perché, per realizzare tale complesso programma, si pensasse alla assegnazione delle terre bonificate, oltre che agli ex combattenti, anche a contadini nullatenenti, comunemente braccianti. Era progetto indicato con il brutto neologismo di “sbracciantizzazione”. Ma non bastava.

Almeno per Matera, c’era l’assurdità della condizione contadina, coltivatrice di terreni lontani più ore di cammino dal luogo di residenza. La cosa fu notata e lamentata anche da Zanardelli nel 1902. Il fascismo pensò si risolverlo, proprio sulle orme di Zanardelli, con le case coloniche e con borghi rurali. Era cosa che accadeva molto prima di Carlo Levi, Friedmann, Colombo, De Gasperi, Grieco e Bianco. Il progetto passò sotto il nome di “colonizzazione”.

Per farvi fronte, il fascismo pensò, oltre che all’assegnazione delle terre bonificate, anche alla mezzadria. I progetti di Terracina e quelli avviati per Metaponto obbedivano a questa logica.
Per far valere i propri diritti, anche gli ex combattenti di Matera organizzarono, tra gli anni 1919 e 1921-22, movimenti di lotta. Particolare attenzione fu concentrata su una tenuta di Venusio, o Ciccolocane (hic est Lucania, “qui comincia la Lucania”), di cui era proprietaria la signora Rossi Aurelia fu Giovanni Camillo, maritata Venusio Raffaele. Appartenente al ceppo dei marchesi Venusio, viveva a Napoli. Erano terreni mal coltivati, colpiti da malaria, ancorché in posizione felice, perché già attraversati dalla ferrovia Calabro-lucana, con fermata, e dalla “rotabile” per Altamura-Bari.

Si apprende, da un documento dell’ONC, 9 agosto 1926, che la tenuta fu espropriata in virtù di legge, “non essendo stato possibile addivenire ad un accordo bonario con la proprietaria”. Seguì il decreto del 31 dicembre 1928 con distribuzione di 640 ettari di terreno. Si programmava una assegnazione di 75 lotti ad altrettanti reduci, ciascuno dei quali avrebbe avuto in media ha 8,5. Si dice “in media”, perché non tutti i lotti erano della stessa grandezza, in quanto commisurati al tipo di prevista coltivazione, più o meno estensiva, più o meno intensiva. Si prevedeva anche un ”fabbricato rurale” annesso al podere. Nel tempo, in verità, dai primitivi 75, gli assegnatari diventarono 99, compreso un podere assegnato a due fratelli. Di abitazioni vere e proprie, invece, primo nucleo del borgo, ne furono realizzate solo 14, tutte assegnate.

Nel borgo, ovviamente, erano previsti anche una scuola, una chiesa e un forno. Di fatto, però, per ragioni le più diverse, tutte analizzate da Francione, non escluse la lontananza dalla città e la mancanza di servizi, non si ebbero gli effetti desiderati. Nel giro di poco tempo, abitazioni e terreni furono abbandonati. Il borgo ebbe un graduale degrado.

Il discorso fu ripreso nel secondo dopoguerra, quando la questione della terra tornò in primo piano, unendosi, nel caso di Matera, al discorso dei Sassi, cioè ad una intera città. Non serve ripercorrere tutta la vicenda che, il 17 maggio 1953, portava De Gasperi a consegnare le prime 49 case per contadini a La Martella. Va detto invece che, essendo La Martella non bastante, da sola, ad accogliere tutti i contadini residenti nei Sassi, valutati nella misura di 928 nuclei familiari, si programmò la costruzione di altri cinque borghi rurali – Picciano-Timmari, Venusio, Torre Spagnola, Santa Lucia, Agna -, sulla cui storia fa utile e analitico esame Vincenzo Abbatino in Matera Anni Cinquanta, tra documenti e ricordi, 2011, pp. 103-106.

Francione si occupa solo del borgo Venusio. Ricorda che, nello stesso giorno in cui consegnava le prime 49 case di La Martella, De Gasperi si recava a Venusio per la posa della prima pietra al nuovo villaggio. Non poche pagine sono dedicate al progetto Piccinato, veramente illuminato e illuminante. Si dette, però, il paradossale caso che il progetto, pur elaborato a tavolino con grande acume, si scontrasse con un dato elementare ed essenziale. Le terre, disponibili in zona, erano state già assegnate nel 1928! Lo stesso discorso valeva per gli altri borghi. Insomma, ci furono case senza terre e, quindi, senza contadini e abitanti. Molti contadini materani, del resto, erano passati nella “industria” edile, essendo in corso la massiccia costruzione dei quartieri di risanamento dei due Sassi. Molti, cioè, “levarono di sotto”, ovvero lasciarono le terre, vendendo mulo e traino. Quindi, cessata l’attività edilizia in città, presero la via dell’ esodo, trascinandosi la mitica valigia di cartone, legata con lo spago.

I villaggi programmati, dunque, pur costruiti in toto o in parte, rimasero abbandonati, ognuno con una propria storia alle spalle. Segno dell’assurdità grottesca della vicenda Venusio fu l’assegnazione formale delle terre a trent’anni di distanza. Nel 1955, nello studio del paziente notaio Pasquale Lonigro, in via XX settembre, a Matera si riunirono i contadini che avevano a che fare con l’assegnazione di quelle terre. Non c’erano tutti; ma erano ben più dei primitivi 99. Alcuni, infatti, erano morti, altri erano partiti per terre lontane. C’erano, però, gli eredi, figli e nipoti, che spesso, a spartizione avvenuta, si ebbero zolle di terra.

Ora a Venusio c’è un ipermercato, qualche impiegato o artigiano che, non avendo casa in città, vi si è arrangiato. C’è anche un albergo di gran lusso. Ma non esiste la comunità. Così come non c’è la comunità martellese. Forse, però, non c’è nemmeno la comunità materana, sconvolta e stravolta sia dall’arrivo di immigrati della provincia e della vicina Puglia, sia dal recupero turistico-commerciale dei Sassi, non ultima la nomina della città a capitale europea della cultura.

Contadini non se ne vedono. C’è, invece, molto disordine e molta confusione in contrasto con quella dignità contadina che Friedmann, affascinato, aveva fatto risalire all’anima magnogreca di Parmenide ed Empedocle. Qualcuno ha detto che Matera, da capitale dei contadini”, è, oggi, “capitale dei camerieri”. Qualche altro ha detto che la città è un grande Luna Park. Il tutto raccontato da Francione in stile piano, pur sempre segnato da pensosa malinconia.